15 avril 2008
«Si può fare»: la lingua in quanto gadget elettorale
[questo articolo è stato scritto per il sito dell'Istituto Linguistico Campano]
Durante la campagna elettorale che si è conclusa lunedì scorso, con i risultati ormai ben noti, il Partito Democratico aveva scelto come slogan l’adattamento, rabberciato in italiano, rabberciato in italiano, dello «Yes, we can» del rapper Will I Am e fatto proprio da Barack Obama, il front runner «democratico» alla presidenza degli Stati Uniti d’America: «Si può fare». Ora abbiamo appreso che no, non si è potuto fare, nonostante la formula nostrana fosse alquanto più modesta e molto meno assertiva di quella scelta da Obama. Sapeva già un po’ di sconfitta, se ci si pensa… Nel dramma delle possibilità sciupate, delle cose che si sarebbero potute fare e la maggior parte dei votanti ha scelto d’impedire alla radice, vi è forse, a mio parere, più della lotta del possibilismo contro i numeri schiaccianti delle probabilità, il pressappochismo con il quale ci si è avvicinati alla realtà del paese e ai suoi bisogni.
Esemplare è a tal proposito, mi sembra, il modo di relazionarsi con le differenti identità linguistiche presenti internamente alla nazione. Un osservatore francese non può che rimanere colpito dal fatto che il « Si può fare » sia stato tradotto in parecchie lingue regionali italiane. Magliette, locandine e manifesti di sostegno alla campagna esibivano la stampa d’una parte del multilinguismo italiano, così ricco e peculiare. Sul sito del PD, si poteva anche trovare, in mezzo agli altri materiali di propaganda, una mappa d’Italia tricolore, ritagliata in vari pezzi come un puzzle e che, prima della sua probabile scomparsa, provvedo a trasferire qui sotto.
Ogni tassello corrisponde a una regione, dove si può ascoltare una o due maniere di dire «Si può fare»: dal «Ci si fa» dei toscani fino al «Wir schaffen das» del Südtirol; dal «Se peu fä» ligure al «’U putemu fari» dei siciliani. Così Veltroni, quando ha fatto il suo giro d’Italia in quarantacinque tappe, incontrava ogni giorno o quasi simpatizzanti del nuovo suo partito che esibivano in vari modi lo stesso slogan, ma nel «dialetto» proprio. A Rimini, per esempio, ha voluto mettersi in mostra con dei giovani che indossavano magliette con la scritta «us po’ fe».
È una cosa esotica per un francese, perché nel mio paese nessun partito, ahimè, nemmeno quelli che sostengono ufficialmente le lingue regionali (bisognerebbe poi limitarsi al singolare, perché al di fuori dei Verts non ve ne sono altri), oserebbe fare una cosa simile. Da noi una tale iniziativa significherebbe stroncare l’unità nazionale e andare incontro all’accusa di separatismo… Le condanne verrebbero da ogni luogo e da tutti gli orientamenti politici, dall’estrema destra fino all’estrema sinistra.
Invece ciò non ha destato in Italia quasi nessuna critica di fondo e la sola obiezione che io conosca è quella apparsa in un blog di destra con l’accusa di far passare tutti gli italiani come «provinciali». Credo che questo sia dovuto al fatto che i numerosi linguaggi regionali, neutralizzati come «dialetti» (l’unico termine usato purtroppo nel corso di questa campagna e in netta contraddizione con le leggi regionali che usano quello di «lingue»), non rappresentano, in quanto tali, alcun esito politico (e ciò per qualunque partito, compresa la Lega Nord), e nemmeno una valenza culturale, come si può verificare leggendo la scarsa letteratura dedicata a questa iniziativa.
Del resto le ragioni date dallo stesso PD per giustificare una simile campagna sono contenute pressoché nelle sole parole ribadite ovunque, quasi sempre senz’alcun commento, dal diretto responsabile della comunicazione Ermete Realacci: «Vogliamo trasmettere il messaggio di un’Italia che parli con una sola voce, ma che pensi con le diverse menti dei suoi territori». L’espressione è d’altronde strana, perché l’iniziativa mirava a fare esprimere la stessa cosa a tante voci diverse, e dunque a unirle in una sola mente per finalità da molti condivise.
Quale potrebbe essere pertanto qui il senso dell’espressione «diverse menti dei suoi territori»? Forse diverse peculiarità culturali? Non lo si ribadisce con chiarezza e, inoltre, parlare di «voce» e di «menti» dispensa dal pronunciarsi sulle «culture» e sulle «lingue». Lo stesso uso generico del termine «dialetti», in questo sistema binario (dialetti/lingua), esclude di per sé qualsiasi accenno all’esistenza sulla penisola di lingue vere e proprie al di fuori dell’italiano. Senza nessun intento polemico, si può costatare che la propaganda del PD è del tutto regressiva in confronto allo statuto giuridico di buona parte degli idiomi sollecitati e al principio costituzionale della pari dignità sociale delle lingue.
Come dice un altro testo pescato in rete, la mira, sollecitando le parlate locali, era di «arrivare proprio al cuore di tutti»; lo scopo, del tutto comunicazionale e propagandistico, era di produrre l’illusione che nessuno era stato dimenticato, che anche l’angolo più recondito d’Italia è stato preso in considerazione, tuttavia per mezzo di una specificità che non andava aldilà di un’espressione pittoresca. Tanti italiani potevano giustamente sentirsi umiliati e offesi da quest’assegnazione superficiale e decorativa. Molto rilevante mi sembra a tal proposito il fatto che nella rappresentazione geografica gli slogan sono immersi nei colori della bandiera italiana che ricopre interamente la penisola e senza nessuna indicazione sulle unità linguistiche e le identità regionali.
La mappa a noi proposta è d’altronde del tutto fittizia e siamo molto lontani da una rappresentazione di tutte le comunità linguistiche. È del tutto fittizia perché suggerisce l’esistenza d’uno solo o due al massimo «dialetti» in ogni regione amministrativa, arrestandosi di netto ai suoi confini, e l’idea stessa del puzzle, se induce forse l’idea di una qualche arbitrarietà dei limiti, non invita poi a pensarne la porosità. Le regioni, ovviamente, non sono gabbie linguistiche ed esistono mappe delle zone linguistiche abbastanza accurate, che danno una rappresentazione ben diversa della complessa realtà linguistica italiana.
Per esempio è strano l’avere evidenziato per la Sardegna una sola versione dello slogan, visto che vi coesistono almeno quattro grandi zone linguistiche e un isolato catalano. La stessa cosa vale poi per la Campania, la Puglia, la Calabria, la Sicilia... Le minoranze linguistiche arbëresh, grika, croata ecc. sono state del tutto dimenticate... Non vedo nemmeno traccia della lingua d’oc parlata in una parte delle vallate alpine (per non dire di quella di Guardia Piemontese)… Se gli ideatori della carta avessero voluto prenderle in conto, avrebbero dovuto addentrarsi nella densa realtà linguistica e culturale del paese. Mi pare chiaro che questo non sia stato il progetto, e nemmeno l’interesse, dei comunicatori di Veltroni, né posso credere poi che si siano avvalsi dei consigli di qualsiasi linguista nell’ideazione geografica, perché nessun «dialettologo» italiano avrebbe potuto farsi garante o addirittura autore di tale semplificazione e soprattutto di una falsificazione così palese.
Si resta stupefatti, a voler fare un altro esempio, quando si legge in qual modo è stata fatta la scelta della traduzione dello slogan in Molise. È quello che viene esposto dall’agenzia giornalistica Aise, data come «leader per gli italiani nel mondo», secondo il sito molisano Nuvole in rete. Il «dialetto» molisano sarebbe, secondo quanto afferma questa fonte, «uno dei più complessi e soprattutto sconosciuti». Lo staff della comunicazione del PD si è rivolto allora all’associazione Forche Caudine, «circolo storico di molisani a Roma» (questo sembra significare dunque che i molisani del Molise sono meno affidabili di quelli della capitale), che ha scelto di «concertare» la decisione con il ricorso «alle nuove tecnologie» per sollecitare via e-mail i pareri di quasi tremila molisani sparsi in tutto il mondo.
Il criterio di selezione stabilito è stato semplicemente quello della «maggioranza» e così «Zë pò fà», scritto con la «ë muta» (sic!), lo si è giudicato degno di scriversi sulle magliette e la mappa-puzzle d’Italia. La consultazione, però, secondo la stessa fonte, «ha avuto il merito di far emergere le più disparate istanze», tra l’altro con la versione dello slogan in croato, albanese e serbo, minoranze linguistiche presenti in Molise... Inoltre si riferivano numerose varianti territoriali, quali «Cë pò fà» o «Se po feaje». Il fatto che siano state scartate è motivato come una cosa giusta, profondamente democratica, visto che... non hanno avuto la maggioranza in un campione dei molisani fuori dal Molise.
Spetta dunque alla maggioranza degli internauti attivi (la questione della loro rappresentatività non viene certamente posta e sembra evidente che non può che essere superiore a quella degli idioti – intesi ovviamente in senso etimologico – i quali magari parlano giornalmente la loro lingua, ma non usano la rete per comunicare) di decidere qual sia l’espressione molisana più «autentica» e rappresentativa! Non si può immaginare concezione più aberrante non solo della democrazia – le minoranze sono ridotte al silenzio perché appunto non-maggioritarie –, ma anche della linguistica, visto che gli atti di linguaggio vengono trattati come opinioni. Cosa si direbbe se, per accertare le verità della fisica o della medicina, i ricercatori si basassero sui sondaggi d’opinione? In ogni caso quest’esempio mostra la completa mancanza di serietà di tutta la faccenda, in cui la lingua non è nient’altro che un gingillo elettorale.
Si consideri poi il caso, invero singolare, occorso allo slogan nella traduzione sua napoletana. Qui lo staff di Veltroni aveva maggior fiuto scegliendo, per averne lumi, di telefonare ad Amedeo Messina. Il presidente dell’Istituto Linguistico Campano ben chiariva ch’egli avrebbe rilasciato l’espressione partenopea del “si può fare”, ma non era questa uguale agli altri linguaggi della regione. Tuttavia la corretta trascrizione in napoletano da lui fornita era poi modificata in forma errata, così da costringere Serse Turao a una nota pubblicata qui sul sito con il titolo Veltroni e noi (clicca: ’o puosto e mparulianno) e a stampa su Il Mattino e Il Corriere del Mezzogiorno.
Lo stesura abborracciata della mappa degli slogan dialettali non ha certamente ottenuto un gran consenso. Strafalcioni sono segnalati di qua e di là. Si confronti anche il caso di Trieste, dove il motto è diventato «Xe pol far». Scrive Corrado Premuda sul sito Bora.la che si tratta di tre parole appena e una papera eclatante. Qui «la versione corretta sarebbe “Se pol far”: il “si” impersonale dell’italiano diventa “se” in triestino, non “xe”, terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo essere». Nella discussione degli internauti su questa messa a punto viene detto che si tratterebbe della versione veneziana, ed è quello che fa pensare anche la lettura stessa della mappa. In questo caso il triestino sparisce del tutto…
Un’altra cosa molto interessante è l’incontro di Veltroni, nel suo giro d’Italia, con i modi d’espressione «dialettali» quando diventano tramite del confronto sociale. Sulle peripezie del candidato alla presidenza del Consiglio si può leggere sul sito A sangue freddo il racconto di un incidente edificante sopraggiunto nel comizio a Padova. Un anziano gli ha chiesto «in puro e schietto dialetto patavino» come si possa vivere con meno di 500 euro al mese e aggiungeva altre parole imbarazzanti, secondo quello che ha sentito il testimone. L’uomo è stato preso dai carabinieri, ingiunto di mostrare i documenti e portato fuori della piazza. Ecco il tipo di manifestazioni dialettali che il PD preferirebbe senz’altro risparmiarsi…
Un’ultima cosa va notata: non solo la lingua nazionale e i cosiddetti «dialetti», ma molte altre lingue sono presenti sulla penisola italiana. Lingue per lo più parlate da cittadini extracomunitari vengono del tutto trascurate, anzi volutamente omesse nell’Italia dei molteplici linguaggi. Gli immigrati poi, di tante origini, qui parlano spesso i «dialetti» delle regioni in cui vivono, e anche per questo dovrebbero ricevere qualche maggiore attenzione da un partito di centrosinistra che ostenta la parola democrazia. Però il PD non presentava alcun immigrato nelle sue liste. Nemmeno uno… e questo è molto inquietante, perché, volendo o nolendo, si tratta di una modalità passiva di allinearsi sulla xenofobia sempre più clamorosa nel partito faidaté berlusconiano dopo aver integrato in sé l’estrema destra.
Lo ha puntualmente denunciato lo scrittore e antropologo algerino Amara Lakhous, che contesta una volta di più il rifiuto persistente di concedere il diritto al voto degli extracomunitari: «Gli italiani all’estero, che in Italia non vivono, possono votare. I figli di immigrati, che tifano per gli azzurri, parlano i dialetti locali e magari hanno sempre vissuto qui, non possono». Cosa, a tutti loro, abbia potuto mai significare di poter leggere o sentirsi dire in italiano, in piemontese o in napoletano che qualcosa si poteva fare, che era possibile farlo, io non so davvero... Ma so quello che provano a fare loro stessi, con le loro strategie di sopravvivenza quotidiana: cavarsela, farcela, riuscire, in tante lingue che la fittizia mappa della propaganda veltroniana non basta certo a contenere.
Jean-Pierre Cavaillé
08 avril 2008
« Si può fare » : La langue comme gadget électoral
Dans la campagne électorale qui est en train de s’achever en Italie, le parti de centre gauche dirigé par Veltroni, il Partito Democratico, a choisi pour slogan, une adaptation italienne du « Yes we can » du candidat aux primaires du Democratic Party américain Obama : « Si può fare », que l’on traduirait en français par « On peut y arriver », ou « C’est possible ». La formule, on le voit, est plus mesurée, plus modeste, moins affirmative que celle de Obama. Peut-être parce que trop, y compris dans les rangs des militants de ce nouveau parti, qui a pourtant entièrement transformé le jeu électoral italien, jugent le retour de Berlusconi inévitable. « Si vedrà », on verra, et très vite…
La chose étonnante pour un observateur français est que ce slogan a été traduit dans un nombre important de langues régionales italiennes. Ainsi les tee-shirts imprimés en soutien de la campagne arborent-ils fièrement ce qui est bien une partie du multilinguisme italien. Sur le site du PD, on trouve aussi, entre autres matériaux de propagande, une carte d’Italie tricolore, découpée comme un puzzle dont les pièces correspondent aux régions. Dans chacune des pièces peuvent se lire une ou deux manières spécifiques de dire « Si può fare » : depuis le « Ci si fa » des toscans jusqu’au « Wir schaffen das » du Süd-Tyrol ; du « Se peu fä » ligure au « ’U putemu fari » des siciliens. Ainsi Walter Veltroni, leader du PD, qui accomplit un voyage électoral autour de l’Italie en quarante-cinq étapes rencontre-t-il quotidiènement des militants qui arborent le slogan dans leur propre « dialecte », comme à Rimini par exemple, où il a tenu à s’afficher avec des jeunes qui arboraient des tee-shirts avec l’inscription « us po’ fe ».

Aucun parti en France, pas même ceux qui soutiennent officiellement les langues régionales (principalement les Verts donc), n’imaginerait sans doute (hélas, combien hélas) faire une chose semblable. Cela reviendrait à briser la fiction de l’unité nationale monolingue, à prêter le flanc à toutes les accusations de séparatisme… Les condamnations fuseraient de partout et de toutes les orientations politiques, depuis l’extrême droite jusqu’à l’extrême gauche.
Mais si une telle chose, par contre, ne soulève en Italie à peu près aucune controverse, en tout cas sur le fond[1], c’est que précisément, les multiples langues régionales, neutralisées en « dialetti », « dialectes » (seul terme utilisé durant cette campagne), ne représentent aucun enjeu politique en eux-mêmes (quels que soient les partis, y compris me semble-t-il la Lega del Nord), ni aucun véritable enjeu culturel, comme on peut le constater (hélas, combien hélas) en lisant la maigre littérature consacrée à cette intéressante initiative.
Les raisons données par le parti lui-même pour la justifier se limitent à peu près aux seuls propos, partout repris, le plus souvent sans commentaires, d’Ermete Realacci, en charge de la communication du PD pour la campagne électorale : « Nous voulons transmettre le message d’une Italie qui parle d’une seule voix mais qui pense avec les divers esprits de ses territoires »[2]. Formule étrange d’ailleurs, parce que justement l’initiative vise à faire dire la même chose, et donc participer d’un seul et même esprit, ) à des voix multiples. Que veut dire ici la formule « divers esprits » ? Diverses spécificités culturelles, peut-être ? Cela en tout cas n’est pas dit clairement, l’invocation de la « voix » et des « esprits » permet de ne parler ni de « cultures », ni de « langues ».
Comme le dit un autre texte glané sur le web, il s’agit par la multiplicité des idiomes locaux, d’arriver « aux cœurs » de tous ; le but, exclusivement communicationnel et propagandiste, étant de produire l’illusion que personne n’est oublié, que le moindre recoin de la botte est pris en considération, à travers une spécificité qui ne va pas au-delà de la seule expression dialectale. Le fait que dans la représentation géographique proposée, les formules baignent toutes dans les couleurs du drapeaux italien qui recouvrent entièrement le pays, et sans aucune indication qui marquât par des noms les identités régionales ou les unités linguistiques, est je crois hautement significatif.
La carte proposée du reste est complètement fictive et il s’en faut de beaucoup pour que toutes les communautés linguistiques y soient représentées. Elle est entièrement fictive parce qu’elle induit l’idée qu’il existe un – ou deux au maximum – "dialecte" par région administrative, s’arrêtant à ses frontières, la trouvaille du puzzle n’induisant guère d’ailleurs à penser la porosité des limites. Or la géographie italiennes des langues régionales est autrement complexe. On est quand même étonné de trouver une seule version pour l’ensemble de la Sardaigne, où coexistent deux grandes zones linguistiques et une enclave catalane. Cela est la même chose pour la Campanie, les Pouilles, la Calabre, la Sicile… les minorités arbëresh (albanaise), griko (grecque), croate etc. sont absolument absentes… comme l’occitan des vallées alpines (sans parler de celui de Guardia en Calabre)… Les pendre en compte aurait impliqué aller au-delà des découpages administratifs, s’engager dans la dense réalité de la multiplicité linguistique et culturelle du pays. Mais cela n’était nullement le propos, ni l’intérêt des communicateurs de Veltroni. Manifestement, ils n’ont pas même eu recours aux conseils du moindre linguiste (on peut dire tout le mal que l’on veut des dialectologues italiens, mais aucun ne souscrirait je crois à une telle simplification/falsification).
On reste songeur par exemple, quand on lit comment s’est opéré le choix de la traduction du slogan en Molise. C’est du moins ce que rapporte l’agence de journalisme Aise, « leader », dit-on sur le site molisan Nuvole in Rete, pour les informations concernant les italiens dans le monde. Selon cette source, le dialecte molisan serait « l'un des plus complexes et surtout méconnus ». On s’est alors retourné vers une association, Forche Caudine (Fourches Caudines), « cercle historique de molisans à Rome » (cela veut-il dire que les molisans de Molise, eux, en sauraient moins que les érudits de la capitale politique du pays ? il semblerait), lequel a pris l’initiative de « concerter » la décision, en ayant recours « aux nouvelles technologies » afin de solliciter l’avis des molisans dispersés dans le monde entier par le biais de presque trois mille e-mail. Le critère de sélection étalbi est tout simplement celui de la « majorité » : c'est ainsi que « Zë pò fà » écrit avec le « ë » pour indiquer un « e » muet, l’a emporté et figure maintenant sur les tee-shirts et la carte d’Italie. Mais, lit-on dans le même article, la consultation a eu le mérite de faire « émerger les propositions les plus disparates », avec la traduction du slogan en croate, albanais et serbe, minorités linguistiques présentes en Molise... En outre de nombreuses variantes territoriales furent évoquées, comme « Cë pò fà » ou « Se po feaje ». Le fait qu’elles aient été écartées ne pose apparemment aucun problème : il est juste et parfaitement démocratique, puisque… elles n’ont pas eu la majorité dans l’échantillon des molisans du monde entier (la Molise, encore une fois, apparemment non comprise). Il revient à la majorité des internautes (la question de la représentativité de ces derniers n’est bien sûr pas posée, il est suggéré en tout cas qu’elle est supérieure à celle des à celle des idiots – entendu bien sûr au sens étymologique – qui n’utilisent pas encore ce mirifique outil de communication) de décider quelle est l’expression molisane la plus « authentique » ! On ne peut imaginer d’expression plus aberrante de la démocratie d’une part, puisque les minorités sont réduites à la non représentativité parce que non-majoritaires et de la linguistique d’autre part, dès lors que les faits de langage sont traités comme des opinions. Que dirait-on si pour attester des vérités physiques ou médicales, les chercheurs se basaient sur les enquêtes d’opinion ? Cet exemple révèle en tout cas le manque total de sérieux de l’entreprise, où la langue n’est vraiment rien d’autre qu’un gadget électoral.
L’établissement précipité et confus de cette carte des slogans dialectaux ne fait bien sûr pas l’unanimité. Des bourdes sont signalées sur le web : ainsi à Trieste, le slogan est-il devenu « Xe pol far ». Sur à peine trois mots, signale Corrado Premuda sur le site de Bora.la, on trouve une erreur grossière. La version correcte en effet serait « Se pol far », car le pronom impersonnel « si » italien devient en triestin « se » et non « xe », qui est le verbe être à la troisième personne du présent de l’indicatif. Mais il pourrait s’agir de la version vénitienne, qui en effet, s’écrirait ainsi. C’est ce que laisse penser la carte. Mais alors l’idiome de Trieste, ville importante s’il en fut, passe carrément à la trappe… De même, les napolitains de l'Istituto Linguistico Campano (article Veltoni e noi), consultés, se disent-ils mécontents de la graphie choisie, différente de celle qu'ils avaient préconisé.
Une autre chose fort intéressante : la rencontre par Veltroni, lors de son tour d’Italie, des modes d'expression l’expression « dialectaux », quand ils deviennent le véhicule de la confrontation sociale. On trouve ainsi sur le site A Sangue freddo le récit d’un incident édifiant survenu au début du meeting du leader à Padoue, où un homme âgé s’en est pris vertement à l’orateur, en lui demandant « dans un pur dialecte padouan » comment il est possible de vivre avec moins de 500 euros par mois, selon ce qu’a entendu le témoin, et d’autres propos embarrassants. L’homme fut bien vite accosté par la police et sommé de se taire et de donner ses papiers, puis emporté au dehors. Voilà le type de manifestations dialectales dont le PD se passerait aisément (sachant qu’il est constitué largement des membres du gouvernement précédent)…
Or le parti ne présente aucun immigré sur ses listes, pas un… et cela est très, très inquiétant, car c’est une façon de s’aligner par la passivité sur la xénophobie désormais tonitruante, quasi officielle du parti berlusconien après intégration de l’extrême droite. C’est ce que relève l’écrivain et anthropologue algérien Amara Lakhous, qui déplore aussi l’absence de tout droit de vote : « Les italiens de l’étranger, qui ne vivent pas en Italie, peuvent voter. Les enfants des immigrés, qui supportent l’équipe de foot nationale, qui parlent les dialectes locaux et souvent ont toujours vécus ici, ne le peuvent pas ». A ceux-là, effet, ça leur fait une belle jambe de pouvoir lire en italien, napolitain ou toscan, que c’est possible, qu’on peut y arriver… C’est bien ce qu’ils tentent de faire eux-mêmes, dans leurs stratégie de survie quotidienne, en tant de langues, que la petite carte de la propagande veltronienne n’y suffirait pas.
Enfin, il faut tout de même remarquer que bien d’autres langues sont présentes sur le territoire italien que celles mal nommées « dialectes ». Elles sont évidemment tout à fait occultées et même peut-on dire délibérément occultées par cette Italie des dialectes typiques. Mais plus encore, ces immigrés de toute origine, en Italie, parlent très souvent les « dialectes » des régions où ils élisent domicile, et par ce truchement aussi devraient recevoir une attention particulièrement du parti de centre-gauche soi-disant démocratique.
Jean-Pierre Cavaillé
[1] La seule objection que j’ai trouvée, très significative, sur le blog dextrême droite : destra di popolo.net, est le reproche de faire passer les italiens pour des « provinciali », des « provinciaux »….
[2] “vogliamo trasmettere il messaggio di un’Italia che parli con una sola voce ma che pensi con le diverse menti dei suoi territori”.
09 février 2008
Médée et la Chatte de chiffon. Théâtre arbëresch et sicilien à Florence
Le Teatro Studio de Scandicci, aux portes de Florence, dédié au théâtre contemporain[1], a présenté coup sur coup, à une petite semaine d’intervalle, deux pièces en des langues minoritaires d’Italie : La Gatta di Pezza (La Chatte de chiffon) de l’auteur et acteur palermitain Franco Scaldati[2], et Un Vajtim arbëresh (Une Lamentation arbëresh), traduction et adaptation de la Médée d’Euripide en arbëresh[3], la langue parlée par les communautés d’origine albanaise de l’Italie méridionale. La personnalité du directeur artistique Giancarlo Cauteruccio, lui-même, avec son frère Fulvio, metteur en scène de pièces où le calabrais est à l’honneur, n’est évidemment pas pour rien dans cette programmation[4].
La chatte de chiffon
J’ai eu la chance d’assister à ces spectacles, tous deux de très grande qualité. Franco Scaldati, depuis de nombreuses années, écrit des pièces belles et exigeantes en langue sicilienne (dialecte palermitain) et travaille au cœur du quartier réputé difficile de l’Albergheria à Palerme. Il est aussi un acteur exceptionnel, qui intervient souvent dans ses propres pièces. Dans la Gatta di Pezza, il joue le rôle d’un père de famille tyrannique, alcoolique et violent. Le drame a pour cadre un basso, c’est-à-dire un appartement d’une seule pièce, dans l’immédiate après-guerre. Là vivent le père, sa femme et sa belle-mère, Vittorè, le beau frère « arrusu » (homosexuel/transsexuel) et Aurora, une jeune fille démente et prostrée qui serre dans ses bras une chatte de chiffon. D’autres personnages du voisinage passent comme des ombres. Dans ce huis clos nocturne et la promiscuité imposée, les relations sont lourdes et cruelles. Pourtant la parole, surtout dans le monologue, se fait lyrique, inspirée. Aurora, lavée par sa mère dans la bassine de zinc, devient tout à coup une sorte de divinité[5]. Vouée au mutisme et au silence, la voix de la jeune fille s’élève dans la nuit devant son père halluciné : un appel érotique, un rêve d’inceste purifié, dont on ne sait en fait s’il est celui d’Aurora, ou celui que le père projette sur sa fille[6]. Dans le même espace se déroulent des scènes pénibles d’humiliation et de violence sexuelles aux dépens de Vittorè. Scaldati parvient à nimber le réalisme le plus cru et le plus sordide d'une brume onirique qui élève ce pan d’humanité souffrante à une sorte de sacralité mythique. Il revient au « dialecte » d’assurer le passage et la continuité de l’un à l’autre.

un bref extrait du texte
La manière dont Scaldati parle de sa langue reflète exactement ces deux niveaux. Il déclare en effet, lors d’un entretien : « Je viens du peuple, je suis un homme du peuple, j’ai connu cette langue, je suis un des leurs »[7]. Mais la parole du « peuple » palermitain, maniée dans toute sa crudité, est aussi exaltée dans une sorte d’anabase poétique, un retour aux sources : le « dialecte [...] est la semence qui court, la racine qui a mis huit mille ans pour se former, c’est une espèce de voyage vers les origines. Quels sont les premiers sons, les premiers mots, combien ils contiennent d’histoire, quels développements il a connu, la première composition sans doute tournait autour de la magie, la poésie continue à être magie. Il faut élaborer continuellement cette transformation en arrière vers les origines »[8]. Soit, pour le dire avec une critique (Sara Mantegna) qui me semble avoir trouvé les mots justes : « Le dialecte qu’il privilégie dans la composition de ses œuvres est la langue des vaincus, de ceux qui sont écrasés par une réalité faite d’abus et de passe-droits, mais elle est aussi la langue de celui qui creuse et façonne une réalité radicalement différente, le dialecte prend le sens d’une marginalité décharnée, vécue et traduite poétiquement, qui interdit toute possibilité d’appartenance et d’intégration ».[9]

Un lamento arbëresh
Un travail similaire s’accomplit dans la pièce jouée par des acteurs et chanteurs arbëresh, mais le voyage s’effectue dans l’autre sens : le texte d’Euripide, élu entre toutes les œuvres anciennes par le théâtre contemporain depuis l’inoubliable Medeamaterial de Pascal Dusapin sur un texte de Heiner Müller, est sollicité pour exprimer, à travers la mise en scène, une situation qui appartient à l’actualité la plus brûlante et la plus immédiate pour les côtes de Calabre : l’afflux de clandestins sur des navires de fortune depuis la voisine Albanie. La communauté arbëresh ne peut pas ne pas se remémorer sa propre installation au XVe siècle, après la mort de Skanderbeg, et jusqu’au XVIIIe siècle, fuyant la domination ottomane. L’arbëresh est une langue d’exilés, une langue de transmission de la mémoire de l’exil[10]. Aussi l’idée, due à Giancarlo Cauteruccio, d’une translation du texte d’Euripide en cette langue a-t-elle une raison d’être et un sens particulièrement fort[11]. La pièce est l’actualisation de la scène primitive d’exil et d’arrachement représenté par l’arrivée de l’étrangère. Médée est l’étrangère exilée, l’immigrée clandestine, « extra-communitaria » (littéralement extérieure à la communauté européenne) selon le terme consacré en Italie. Le texte d’Euripide, par un court-circuit de mise en scène particulièrement efficace, est ainsi plongé dans la réalité contemporaine du camp de réfugiés avec ses médecins, volontaires d’ONG, policiers. Au bord du camp, les clans politico-maffieux dictent leur loi. Tel est le cadre du désespoir, de la folie et des crimes de Médée. L’évocation du présent est directe, par les costumes notamment, et à la fois extrêmement dépouillée, presque hiératique, portée par le chant choral polyphonique, d’une très grande beauté. Les acteurs en effet sont aussi d’excellents chanteurs et musiciens, dont certains se produisent par ailleurs dans le groupe arbëresh Zjarri i ri (Il Fuoco Nuovo). Je traduis le début de la page de didascalie en italien distribuée à l’entrée du spectacle : « scène 1. Une « extracommunautaire » albanaise (Médée) débarque sur les côtes calabraises « Oh ma patrie, ma maison ! Puissé-je ne jamais t’abandonner pour conduire une vie misérable de pleurs et de douleur… » Soupire-t-elle après un long voyage qui s’est terminé par un naufrage. La Bénévole du camp de réfugiés (la Coryphée) et le Médecin (le Nonce) l’accueillent. La Bénévole décrit l’état de prostration et de souffrance de l’extracommunautaire, en la transportant, littéralement, à l’intérieur du camp. Le Médecin « semant » de terre le camp de réfugiés qui l’hébergera, celle-là même que la femme a emmené avec elle d’Albanie, raconte avoir entendu que le boss de la zone (Créon), veut la chasser avec ses fils. La femme albanaise pendant ce temps raconte comment son époux (Jason), qui est maintenant l’aide du boss, l’a trompée avec la fille du boss… »[12].

La langue n’est pas un problème
Plusieurs choses m’ont surpris dans la présentation et le déroulement de ces deux spectacles. Les programmes et la presse insistaient sur les contenus des textes et sur la mise en scène, et non sur les langues dans lesquelles ces pièces sont données, sinon en tant qu’elles sont étroitement liées au travail dramaturgique. La langue, autrement dit, n’est pas un objet de cristallisation, d’inquiétude, d’interrogation : elle ne fait pas problème. Pourtant, deuxième source d’étonnement, dans l’un et l’autre cas il s’agissait bien de spectacles entièrement réalisés en une langue autre que l’italien et sans sous-titrage. Pour seul soutien, un résumé en italien de la pièce en arbëresh, c’est-à-dire tous les éléments de transposition contemporaine du mythe de Médée et, pour l’autre, la possibilité d’acheter le texte de Scaldati, tout juste publié, sans traduction et pourtant dans une collection dédiée au théâtre contemporain[13]. Les deux soirs le public était au rendez-vous – sachant que chaque spectacle était donné deux jours d’affilée – et personne ne se plaignait. Dans les deux cas, une partie du public, très participative, était constituée de membres de la diaspora linguistique, l’autre, d’amateurs qui ne pouvaient comme moi suivre le texte que de très loin ou pas du tout. Il est à peine besoin de dire qu’une telle situation serait aujourd’hui impensable en France. Il faudrait se justifier, expliquer, traduire, implorer la bienveillance des spectateurs, introduire une dose au moins rassurante de français… et de toute façon, s’agissant de langues de France « déterritorialisées », la salle serait restée probablement vide. L’un des membres de l’équipe de Scaldati m’a dit qu’il était prévu de présenter le spectacle à Paris et à Toulouse, avec des sous-titrages en français. Il peut compter sur un accueil plus favorable de la part du public amateur de théâtre contemporain que s’il s’agissait d’une pièce en occitan ou en breton. La vision multiculturelle du spectateur français « à la page » n’intègre que très rarement le plurilinguisme national, considéré comme ringard et inutilement revendicatif. On se souvient du succès d’une autre Médée, celle de Max Rouquette à Toulouse en 2003, mise en scène par Jean-Louis Martinelli et interprétée en français par des acteurs Bambaras. Ce texte ne pouvait donc être entendu sur scène qu’au prix de sa traduction en français et de son assomption par des acteurs africains parlant la langue du colonisateur (qui est aussi devenue la leur, certes, comme elle est devenue nôtre). Cette double procédure en dit me semble-t-il très long. Le site de présentation du spectacle, toujours actif, ne présente pas un mot d’occitan : des très nombreux ouvrages de Max Rouquette ; seules sont citées les traductions. Non, vraiment, quelque chose ne tourne pas rond.

Medea de Max Rouquette, mise en scène Jean-Louis Martinelli
Le jour où nous arriverons à faire admettre des spectacles en langues de France dans la programmation normale des salles, exactement comme je l’ai vu fonctionner à Florence, c’est-à-dire le jour où le public aura lui aussi renoncé à ses préjugés, un grand progrès aura été fait. L'on peut même se laisser aller à penser qu'ainsi l'horizon d'attente des programmateurs comme celui des spectateurs en serait élargi voire changé... N’y a t-il pas d’ailleurs un cercle vicieux entre le désintérêt et l’ostracisme à l’égard des œuvres en langues dites régionales et l’acceptation, finalement, de la part de celles-ci, de leur situation marginale et ghettoïsée ? Cette situation, certes nous ne l’avons pas choisie, elle nous est imposée. Mais elle est inacceptable, et nous avons pris, trop pris l’habitude de nous retrouver entre nous, autour de spectacles insuffisamment nombreux et souvent eux-mêmes en marge des courants esthétiques contemporains. Du reste, s’il y a bien un public de fidèles, il n’existe pas le moindre espace critique : pas de réel débat, de discussions autour des œuvres, pas de polémiques, pas d’empoigne et de prises de position esthétiques tranchées, mais une autocélébration désespérée de la langue. Si nous voulons exister nous ne pouvons évidemment nous contenter de l’Estivada de Rodez, même si l’initiative est un succès, ce dont on ne peut que se réjouir. Il faut parvenir à imposer les spectacles en langues minorisées de France dans les festivals et les programmations, il faut aussi avoir le courage de les juger pour leur contenu et leur valeur intrinsèque, indépendamment de la langue. Il est vrai que cela est difficile, parce que la création d’œuvres dans ces conditions représente en elle-même une démarche qui inspire le respect : l’acceptation de toutes les embûches, le risque de ne toucher que le public le plus restreint (on peut d’ailleurs constater que les seules œuvres qui font vraiment recette sont des spectacles musicaux où il n’est pas nécessaire de comprendre pour trouver son plaisir)… De sorte que l’on s’y prend effectivement à deux fois avant de s’autoriser une critique négative. Mais c’est un tort.
En tout cas, le fait que la pièce de Scaldati en sicilien sera bientôt présentée dans une salle toulousaine qui, très probablement, ne passe jamais d’occitan, donne à réfléchir. L’adage selon lequel « nul n’est prophète en son pays » ne s’applique hélas que trop dans le nôtre pour la culture en langue occitane. Mais notre problème vital, c’est que nous n’avons pas d’autres pays : les réseaux de diffusion de notre culture sont souvent trop étroitement territorialisés et le temps où le Teatra de la Carriera se produisait à Florence comme dans d’autres villes d’Europe est bien lointain.
Avant-garde et préjugés linguistiques
Le même adage d’ailleurs, et c’est un paradoxe intéressant, semble valoir aussi en Italie en général et à Florence en particulier pour le théâtre en « vernacolo » toscan, au sens où celui-ci, à la différence de bien d’autres idiomes de la péninsule (dont le sicilien), et même s’il est aujourd’hui très actif, ne semble guère attirer les spectateurs habituels – et les programmateurs – du théâtre contemporain. Carlo Severi dans le livre Novelli vague consacré au théâtre en langue toscane, dont j’ai rendu compte ici, se plaint de manière insistante de l’ostracisme dont souffrirait ce théâtre dans les festivals et les programmations d’œuvres homologuées « contemporaines » du fait de la langue même utilisée. La majeure fortune des autres dialectes italiens dans le théâtre contemporains dérive selon lui de leur supposée plus grande musicalité, dans le cadre d’une esthétique qui rejette ou du moins subordonne le « logos » (discours et raison) par rapport à la « phonè » (la voix). Severi s’emporte contre un certain théâtre contemporain qui, dit-il, voudrait jeter la langue toscane avec l’italien dans les poubelles de l’histoire : « Trop de Logos, trop peu lié à la Phonè du langage théâtral »[14]. Il n’en va certes pas ainsi, ajoute-t-il, du palermitain d’Emma Dante (il aurait sans doute pu y associer le nom de Franco Scaldati), du calabrais des frères Cauteruccio (Giancarlo Cauteruccio comme on l’a dit, a programmé les deux spectacles dont j’ai parlé) pour ne rien dire du napolitain : « personne, sur les rives de l’avant-garde théâtrale n’imaginerait qualifier ’Mpalermu[15] ou O Joucu sta finisciennu[16] d’opérations « vernaculaires » dans un sens dépréciatif ou dérogatoire »[17].
Je n’en sais pas assez sur ces polémiques pour pouvoir vraiment en juger. Le fait que l’on puisse considérer l’italien et à plus forte raison le toscan comme des langues plus axées sur le discours et la raison que sur la voix, ne peut que susciter la perplexité d’une oreille étrangère, l’italien bénéficiant, chez nous et ailleurs, de la réputation d’être la langue musicale par excellence. En tout cas, les deux spectacles de Scandicci étaient bien des spectacles à texte, et certaines des pièces qui trouvent leur lieu naturel au théâtre de Rifredi, y auraient me semble-t-il tout autant leur place… De sorte que je donnerais aisément raison à Nico Garrone, directeur du festival Estate Radicondoli, qui parle dans la préface du même ouvrage, de la rencontre créative entre théâtre « vernaculaire » et théâtre d’auteur, sur le modèle consacré du théâtre napolitain et dit du « théâtre expérimental » qu’il fut le héraut du projet de recomposition entre théâtre « populaire » et théâtre « savant »[18]. C’est sans doute vrai, mais cela n’exclut nullement la virulence de préjugés qui feront rejeter de salles vouées à l’avant-garde et à l’expérimentation le toscan à Florence et l’occitan à Toulouse.
Jean-Pierre Cavaillé
[1] Teatro Studio. Progetto 2008. Parole di terra/ la terra sulla lingua. Visioni di teatro contemporaneo. Direzione Artistica Giancarlo Cauteruccio.
[2] Compagnie de Franco Scaldati en collaboration avec Teatro Garibaldi – Unione dei Teatri Europei. 11 et 12 janvier 2008.
[3] Un Vajtim Arberësh. Centro R.A.T. en collaboration avec Teatri del Sud. Mise en scène Francesco Suriano, les 18 et 19 janvier 2008.
[4] Cf. en particulier la pièce musicale Roccu ‘u stortu de Francesco Suriano mis en scène l’année dernière par Fulvio Cauteruccio et U juocu sta' finisciennu version calabraise de Fin de partie de Samuel Beckett mis en scène par Giancarlo Cauteruccio en 2000.
[5].
.. antica dea mia; dea c’ ’affior’ ’abbiss’e ’nfuocati
cuori; impervi sentieri ’e corpi tu à’ percorso;
à’ percorso ’opaca valle ’a demenza; à’ percorso
’incerti sentier’a desolata carne... à’ vint’ ’i
pensieri, magica dea mia; tu, ch’ ’e segreti desider’
umani, sveli e inveli... eterni e arcani riti,
celebra u to’ sguard’
assente.
(j’essaie de respecter autant que possible la mise en forme du texte imprimé).
... ’incant’o me’ corpu vergine regna
’o to’ sguardu; avvicinat’o corpu
Luminoso mio, accarezza delicatamente
U me’visu, i me’ capelli blu’; u to’ sguard’avvolge
I me’maliziosi sensi, ’univers’interu splende ‘a l’
Occhi tua, ’e me’ occhi, ’ inter’universu splende;
dolcemente’allargh’e me’ vrazza, accarezza u dolce
seno miu, scopr’ ’i me’ dorati cosci; ’n’unicu
sangu scurr’e vini nostri; ‘n’esistinu figlie
o patri, esist’u cuore, i voglios’e innocenti
desideri, esitinu; tuo è u me’ ciatu, e a me’
pelle
è tua; nni leganu
i sospiri; è univa a sorgent’e
lacrime... s’aprono ’n’cerca r’
aria i labbra tue, s’aprono ’n’
cerca ’a vita... accarezz’ ’a me’
carni nura; abbass’e mutandine; liber’o me’ corpu e,
teneramente, bacia a me’ pelle; creatura ammaliante,
meraviglia; tutt’a violenza è svanita ’a ’n’attimo;
tenere su i manu tue: spr’e me’ sensi volano com’e
farfalle, ugual’e farfalle volanu supr’o me’ giglio...
vieni supr’o me’ corpu dolente;
vieni supr’o me’ corpu assente...
o,
vieni...
[7] « Poi c’è da dire una cosa su di me, io vengo dal popolo, sono uno del popolo, ho conosciuto quella lingua, sono uno di loro. »
[8] « è il seme che scorre, è la radice che è venuta fuori in 8ooo anni, è una specie di viaggio verso le origini. Quali sono i primi suoni, le prime parole, quante storie hanno dentro, quali processi ha avuto, la prima composizione sarà stata intorno alla magia, la poesia continua ad essere magia. Bisogna elaborare continuamente questa trasformazione all’indietro verso le origini ».
[9] « Il dialetto siciliano che egli predilige nella stesura delle sue opere è la lingua dei vinti, di coloro che sono sopraffatti da una realtà di soprusi e privilegi, ma è anche la lingua di chi scava e plasma una realtà radicalmente altra, il dialetto assume il senso di una marginalità scarnificata, vissuta e poeticamente tradotta che nega ogni possibile appartenenza e integrazione ».
[10] Sur la langue arbëresch, on peut consulter le site de la Commission Européenne.
[11] Traduction de Adriana Ponte, l’une des actrices et chanteuses qui interviennent dans le spectacle. Notons que les siciliens n’hésitent pas à traduire dans leur langue les grandes œuvres de la Magna Grecia : en témoigne la version toute récente du Banquet de Platon – Il Cummitu - par Sebastiano Burgaretta, 2007, salué par le journal national, Il sole 24 ore.
[12] « Scena 1. Un’extracomunitaria albanese (Medea) sbarca sulle coste calabresi “O patria mia, mia casa! Che io non debba lasciarti mai per condurre una vita miserabile nel pianto e nel dolore...” sussurra dopo un lungo viaggio finito in un naufragio. La Volontaria del campo d’accoglienza (la Corifea) e il Medico (il Nunzio) l’aspettano. La Volontaria descrive lo stato di prostrazione e di sofferenza dell’Extracomunitaria, trasportandola, letteralmente, all’interno del campo. Il Medico, “seminando” di terra il campo d’accoglienza che l’ospiterà, la stessa che si è portata dall’Albania la donna, racconta di aver sentito, che il Boss della zona (Creonte), vuole cacciarla assieme ai suoi figli. La donna albanese intanto racconta di come il suo sposo, (Giasone) quello che adesso è l’aiutante del Boss, l’ha tradita con la figlia del Boss. »
[13] Ubulibri, 2008
[14] « Troppo Logos, troppo poco legato alla Fonè del linguaggio teatrale », p. 49.
[15] Pièce d’Emma Dante en sicilien, programmée, entre autres lieux, au Théâtre 71 de Malakoff en 2007.
[16] Voir supra n. 4.
[17] « Nessuno, sulle sponde dell’avanguardia teatrale, si sognerebbe di bollare ’Mpalermu o O Joucu sta finisciennu come operazioni “vernacolari” in senso spregiativo o derogatorio ».
[18] « Teatro sperimentale, che è stato, anche altrove, il vero battistrada di questo progetto di ricomposizione fra teatro « popolare » e teatro colto ».
26 janvier 2008
La Novelli vague du théâtre en langue toscane
Chié! Io pe’ digiuni e pelle penitenze ’un ci son nata. Dice che le fanno bene all’anima... Sarà, ma le fanno tanto male a iccorpo! A mene, mi garba di mangia’ bene, di schiccherare, e di fa’ i mi’ commodo. Se poi si tratta di fa’ bardoria, poerini! Che l’hanno vista una pazza? Tale e quale. Allo svago io mi ci butto come a vent’anni... Alla barba dei padroni![1]
Le vernacolo
Pour un français, et qui plus est « sorti » d’une région occitanophone, la situation linguistique de la Toscane est pour le moins étonnante. Et troublante. La région, on le sait, est le berceau historique et le centre d’irradiation de l’italien, qui fut d’abord une langue littéraire, ce dont évidemment les toscans ne sont pas peu fiers. Pourtant on y parle aussi, très largement, autre chose : le « vernacolo », littéralement le « vernaculaire » (du latin vernaculus, initialement l’esclave né dans la maison), langue difficilement avouée comme telle, à la fois proche de l’idiome national et bien différente sous divers aspects : prosodique, phonétique (l’aspiration du « c » dur intervocalique, etc.), syntaxique, lexical… Le vernacolo, comme toute langue non fixée par l’écrit et non institutionnalisée, est très diversifié géographiquement (voir l’article en ligne de Silvia Calamai, « La Toscana dialettale »), à l’opposé de l’italien, langue unifiée à partir de la littérature du XIVe siècle (Dante, Pétrarque, Boccace) et qui longtemps ne fut que très peu parlée (sa généralisation géographique et sociale ne date en fait que de l’après-guerre). Le vernacolo toscan est aujourd’hui encore d’une grande vitalité (en ville comme à la campagne) et doit sa renommée dans l’Italie contemporaine à une série d’acteurs comiques, dont le plus célèbre (qui a du reste d’autres cordes à son arc) est sans aucun doute Roberto Begnini. Contigu à l’italien, et même en continuité avec lui à travers la variante toscane de l’italien régional, le « vernaculaire » affirme pourtant tranquillement sa différence, ou plutôt son identité propre, dans les espaces sociaux et culturels qui lui sont réservés. Car le vernacolo est unanimement considéré comme un langage « populaire » (terme certes peu satisfaisant), lié dans les représentations des locuteurs eux-mêmes aux classes sociales subalternes (paysans, ouvriers, artisans), alors même du reste que ceux qui le parlent peuvent tout aussi bien appartenir à des strates plus aisées[2]. C’est le langage informel de la proximité, de la famille, du quartier, du village, unanimement associé à l’idée d’une infériorité sociale et culturelle, mais doté d’une très grande valeur affective, d’une forte charge de familiarité et de sociabilité.
Imaginons que l’Île-de-France ait conservé, en même temps que le français standard et ses variantes, les anciens dialectes d’oïl… Par contre, on ne peut comparer cette situation avec la manière dont la langue est parlée dans les « cités », parce que le vernacolo n’est pas réservé à certains lieux et à certaines tranches d’âge. Il est là comme depuis toujours, profondément ancré dans la mémoire collective, entièrement dépendant de la transmission familiale. Cela, bien sûr, ne l’empêche nullement de se transformer considérablement au cours du temps, comme le montrent bien ses formes écrites et les sources sonores.
Nostri sic rure loquuntur : Ainsi parlent les nôtres à la campagne...
illustration du Lamento di Cecco da Varlungo
Une diglossie insurmontable
Ce qui frappe, est l’absence de conflit linguistique, l’évidence du partage selon les temps et les lieux, malgré d’évidents phénomènes de contamination. Cette pacifique complémentarité est bien sûr inséparable de la situation d’extrême diglossie entre vernacolo et lingua. Tel est en effet le vocabulaire courant : le vernaculaire n’est pas une langue, pas même un « dialetto » – dialecte –, selon le terme utilisé partout en Italie pour désigner la langue seconde[3]. Mais personne ne songerait à prendre la défense de l’Italien « contre » le vernacolo, ou comme on l’appelle parfois, de manière dépréciative, le toscanaccio ; même si beaucoup affirment que l’italien est en Toscane mal parlé par la faute du vernacolo, celui-ci ne me semble pas conçu comme une réelle menace pour la langue officielle. Personne non plus n’imaginerait prendre fait et cause pour le vernaculaire au détriment de la langue nationale ou pour revendiquer un statut d’égalité. Cela n’aurait tout simplement, dans ce contexte culturel particulier, aucun sens. Ce bilinguisme, qui n’est d’ailleurs pas perçu comme tel (puisque le vernacolo, comme on l’a dit, est considéré comme « moins » qu’un dialecte) passe en quelque sorte pour quelque chose de naturel, d’évident, comme u