Mescladis e còps de gula

blog dédié aux cultures et langues minorées en général et à l'occitan en particulier. On y adopte une approche à la fois militante et réflexive et, dans tous les cas, résolument critique.

16 novembre 2009

Insegnare i “dialetti” italiani: il test della Lega Nord

Version italienne du post publié le 3 septembre : Enseigner les "dialectes" italiens : le test de la Lega Nord

Merci à Amedeo Messina et Federico Barbierato pour l'aide linguistique

repub


Lo scoop della Repubblica del 30 luglio 2009

6000 lingue in Italia !!!


Insegnare i “dialetti” italiani: il test della Lega Nord

 

 

L’esigenza che la Lega Nord, partito che in Italia fa parte della coalizione di governo, ha recentemente (27 luglio 2009) cercato d’imporre in seno alla Commissione Cultura della Camera dei deputati avente all’ordine del giorno la riforma del sistema scolastico, di sottoporre i candidati all’insegnamento a « un test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare », ha sollevato molte proteste, sia per ottime che per pessime ragioni. Essa ha fornito soprattutto l’occasione a una compatta truppa di giornalisti e intellettuali, di destra e di sinistra, tra i quali linguisti di professione e alcuni personaggi di gran fama, di esibire in piena luce, senza quasi alcuna voce dissonante, una serie di sciocchi pregiudizi su tutte quelle lingue che fanno della penisola un mosaico d’incredibile ricchezza.

 

La Lega Nord e i “dialetti”

Occorre dire che, a mio parere, nulla saprebbe far più danno alla causa di tali lingue quanto l’ideologia xenofoba e antimeridionalista della Lega, di cui la suesposta richiesta del test di “dialetto” era una diretta emanazione. In realtà, le stesse giustificazioni addotte dalla parlamentare leghista Paola Goisis su ciò che dovrebbe essere, secondo il suo partito, un questionario “propedeutico” all’iscrizione negli albi regionali per la docenza nelle scuole (richiesta sùbito d’altronde ritirata) non lasciano al proposito alcun dubbio. I titoli di studio passerebbero nella valutazione preliminare da un primo a un secondo piano, in quanto essi sarebbero « spesso comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’ insegnante ». E, in particolare, lo scopo dichiarato è quello di opporre una barriera ai professori che provengono dal Sud del paese: si tratterebbe, con parole della stessa Goisis, di « ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale ».

Qui si può notare l’incoerenza e l’infondatezza della posizione leghista in tal materia, in quanto la questione “dialettale” occupa per intero tutte le regioni (e perfino la Toscana, com’è noto) e, dunque, lo strumento del test linguistico è previsto solo per escludere in anticipo dai concorsi (e quale che sia la materia insegnata) tutti i docenti provenienti dal Sud, ma finirebbe con l’estromettere altresì anche molti dello stesso settentrione, che parlano magari idiomi diversi da quello previsto dal bando!

Campanilismo e incoerenza della Lega si riscontrano del resto in tutti i suoi interventi sui “dialetti”, non avendo neppure l’intelligenza tattica di cercare consensi nelle regioni meridionali a proposito di un problema che riguarda il paese intero. Ciò si mostra in modo evidentissimo, per esempio, nel disegno di legge n. 1582 del 21 maggio 2009, proposto da Federico Bricolo al Senato, sull’insegnamento nella scuola dell’obbligo delle lingue e “dialetti” delle comunità territoriali e regionali. Vi si richiede, infatti, di aggiungere alle lingue minoritarie tutelate dalla L. n. 482 del 15 dicembre 1999 soltanto il veneto, il lombardo e il piemontese, escludendo così altri « dialetti » del sud – come quelli parlati in Campania e in Calabria – assolutamente assimilabili a quelli indicati.

In quanto all’uso della lingua scritta, la sua promozione non sembra per la Lega essere nei fatti una priorità, tant’è che il quotidiano del partito, La Padania, di cui Bossi è il fondatore, sulla scia della polemica innescata dal problema dei “dialetti” a scuola, il 13 agosto scorso presentava come un atto rivoluzionario l’articolo pubblicato in prima pagina e in lingua veneta dallo stesso leader del Carroccio, ma debitamente poi tradotto in italiano. L’opportunismo è qui evidente, perché da un bel pezzo — a rigor di logica — il giornale avrebbe dovuto uscire in duplice versione. Il titolo in prima pagina è è un concentrato d’ideologia leghista: A Cgil siopara contro el Nord. Vi si trova pure un articolo sui “dialetti” che già nel titolo puzzava di propaganda: Lengue e dialeti xe el futuro dei zóveni Lingue e dialetti sono il futuro dei giovani. L’interessantissimo blog Dialetticon ha del resto messo in primo piano l’incoerenza grafica della pagina stessa. Il giorno seguente, la prima pagina del giornale uscì in piemontese (titolone: Coj partì alergich a la Lega: Quei partiti allergici alla Lega), poi, per Ferragosto, in lombardo (Salari e dialètt, la nòstra battalia: Salari e dialetti, la nostra battaglia), sempre con traduzione italiana a fronte. Quel che sorprende l’osservatore straniero come me, premuroso difensore della stampa nelle lingue minorizzate, è proprio che la Lega abbia scoperto tale missione così tardivamente e che rimanga così timorosa (anche se il giornale pretende aver già pubblicato « numerosissimi » articoli in lingua locale, cosa che, sfogliandolo, non avevo però mai notato), quando si tratta, invece, di un problema ancora tutto da risolvere in Italia. Questo non dispiaccia a chi scoppia a ridere o lancia urli da ossifraga all’idea stessa che qualcuno immagini i “dialetti” come lingue in grado di trasmettere cultura e informazione.

A me sembra che la stessa cosa si verifichi nel campo dell’educazione. La Lega, là dove governa, non ha quasi mai promosso e sostenuto quello stesso insegnamento che oggi fa finta di rivendicare a squarciagola, tranne qualche ora qui e là per settimana, né mi pare avere progettato centri per formare gli insegnanti, e non si occupa per nulla di estendere misure uguali nel resto del paese da cui vorrebbe invece separarsi. Cosa, questa, che non è certo un buon motivo per infischiarsi delle lingue altrui, e rivela quanto un tal partito abbia vista corta e piccolo cervello. La Lega, indubbiamente ispirata da lontano — assai lontano — da vicende francesi e soprattutto spagnole, rivendica comunque da qualche anno, e contro la maggior parte dei partiti italiani, il loro insegnamento. Bossi ha rilasciato a tal riguardo, il 2 agosto scorso, annunci fragorosi, evocando l’insegnamento del “dialetto” nella scuola Bosina di Varese, fondata assieme ad altri da sua moglie nel 1998, e promettendo in termini velati, ma pur sempre provocatori, che un tale insegnamento, piaccia oppure no, sarebbe presto esteso anche alla scuola statale[1]. Altre dichiarazioni rilasciate il 14 dello stesso mese dimostrano comunque la stupefacente mancanza di riflessione pedagogica del senatur. Sul problema di trovare un metodo di insegnamento, disse in effetti: « Mia moglie, che se ne occupa da anni, dice che deve essere legato alla musica, al ritmo, ai modi di dire, a qualcosa che abbia una cadenza quasi musicale ». Lo stesso giorno all’obiezione scontata dell’elevato numero dei dialetti in Italia (si veda infra), avrebbe risposto: « Non ti preoccupare, uno che parla milanese parla in tutta la Lombardia »[2]. Risposta davvero significativa: il problema dei dialetti e del loro insegnamento per Bossi si limita visibilmente alle sue parti, e se la scelta del milanese come lingua standard di comunicazione e d’insegnamento per tutta la Lombardia non fosse, come sembra, una boutade, allora sarebbe una cosa per lo meno preoccupante.

Al Senato il suo partito, come ho già scritto, tramite il presidente del gruppo ha depositato un progetto di legge (anche se il gioco politico ne rende improbabile l’adozione) dove sono messe in primo piano rivendicazioni nordiste, senza fare alcun cenno agli orari, ai contenuti, ai metodi o alla formazione dei docenti.

In quanto a me, ovviamente, non saprei essere contrario al principio d’insegnare i “dialetti”, e ritengo un grosso danno che altri partiti e altre correnti d’opinione non colgano l’occasione per farsi portavoce di un’altra concezione, aperta sulla diversità, inclusiva e non già esclusiva, elettiva e non già selettiva dell’insegnamento delle lingue minoritarie riconosciute e dei “dialetti” che non lo sono ancora. Infatti io rilevo da una parte la mancanza di competenze pedagogiche e intellettuali nei membri e nei sostenitori della Lega in materia (l’idea stessa d’introdurre un questionario di “dialetto” senza una formazione pedagogica preliminare è notevolmente rivelatrice, e mostra bene che si tratta solo di “passare al vaglio” autoctoni e “stranieri”), e dall’altra la riduzione del “dialetto” a uno strumento, un veicolo ideologico... e di quale ideologia![3] Questo appropriarsi, nel pubblico dibattito, del problema della promozione e dell’insegnamento dei “dialetti” da parte di un partito — e che partito! —, questa identificazione strana che si fa oggi tra difesa dei “dialetti” e Lega, e al tempo stesso il rifuggirne degli altri partiti, abbandonandoli così alla Lega, sono pessime notizie per il futuro delle lingue vernacolari di tutta Italia e per le forme di rapporti sociali e di culture locali che un po’ dovunque lungo la penisola ancora oggi vivono di esse.

L’unica analisi equilibrata e sensata, mi preme dirlo, tra le decine d’articoli che ho potuto scorrere sull’argomento (perché tutti in fondo cascano nella trapola della Lega identificando la questione dei dialetti con il problema della potenza e dell’esistenza stessa della Lega), è quella di Gian Antonio Stella, il 30 di luglio sul Corriere della Sera: « è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele-italiano « grandefratellesco », venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega ».

 

La Lega come pietra di paragone

 

In ogni caso il fatto è che questa recente marcia della Lega, assieme ad altre dichiarazioni di suoi ministri nel governo a proposito dei “dialetti” (presenza di canzoni in “dialetto” al festival di Sanremo, doppiaggio per Rai 3 di serie televisive, ecc.[4]) è servita come pietra di paragone, rivelando il grado invero madornale d’impreparazione e soprattutto di ritardo, direi pure di arcaismo, di provincialismo (dato che è proprio il terrore di passare per « provinciale » ad alimentare la vergogna di molti Italiani di fronte alla vitalità dei loro « dialetti », lì dove la Francia avrebbe saputo fare piazza pulita dei suoi « patois ») delle élites italiane rispetto agli altri paesi europei (quanto meno in rapporto alla Spagna, al Regno Unito, e stavolta anche alla Francia) nel trattamento del problema dell’insegnamento (e dunque della trasmissione) di queste lingue che, in gran parte, sono attualmente minacciate, anche se tra loro molte sono più parlate d’altre in altri paesi. In realtà, pur essendoci una legge di tutela, (la famosa 482 del 1999 sulle minoranze linguistiche), essa non si fa assolutamente carico dell’insegnamento, né lo tiene veramente in conto, e per di più traccia uno spartiacque completamente illegittimo, a mio parere, tra alcuni di questi “dialetti” (termine in genere adoperato per designare tutte le parlate storiche distinte dalla “lingua” nazionale) elevate alla dignità di lingua e come tali rientranti nella legge (tra cui l’occitano e il franco-provenzale, accanto al friulano, al ladino, al sardo e alle parlate albanesi, catalane, germaniche, grecaniche, slovene, croate e francesi), abbandonando tutte le altre allo statuto minorizzato d’idiomi indegni d’un vero riconoscimento linguistico e culturale. Vi è senza dubbio un rapporto, ahimè, tra la relativa vitalità e l’arcaismo delle posizioni assunte, reso più forte pure per il fatto che l’italiano non è una lingua parlata da tutti i cittadini se non da tempi molto recenti, ed è chiaro, come si vedrà mediante qualche citazione, che per molti, ancora adesso, il “dialetto” è la parlata che si è dovuto strappar via, volendo accedere alla promozione sociale. È tra questi ultimi, che l’hanno rinnegato con difficoltà e dolore, ch’è facile trovare i più violenti oppositori d’ogni valorizzazione e tutela dei “dialetti” (in generale rifiutano anche la minima distinzione tra lingue riconosciute e “dialetti”, un po’ come in Francia, qualche tempo fa, si dava del patois per designare tanto il basco quanto il normanno, sia l’alsaziano che il còrso, il bretone che l’occitano). Ma si potrebbe ritenere — è l’unica speranza che si possa avere terminando la lettura della stampa transalpina in questa estate tanto deprimente sul problema in oggetto — che su quest’aspetto, come su altri, la società civile sia più avanzata dei suoi rappresentanti e dei suoi intellettuali, tant’è che si ritrovano dovunque in tutta Italia persone affezionate al “dialetto” proprio e che fanno tutto il possibile per trasmetterlo (cioè per trasmettere un certo tipo di rapporto con i luoghi e gli esseri viventi, il “dialetto” non essendo certo fine a sé stesso), anche se di rado pensano alla scuola perché possa — e debba — contribuirvi. Ciò detto, le iniziative e le rivendicazioni territoriali, in diverse zone (soprattutto dove la legge riconosce l’esistenza d’una lingua), sono molto forti e spesso completamente estranee alla Lega.

 

I dati di un’inchiesta

 

Prima di esaminare il florilegio, occorre quand’anche dire due parole sui numeri usati dai giornali e che fanno comprendere l’importanza delle pratiche linguistiche occultate sotto il termine “dialetto”, ma che pur dan conto della loro evoluzione rapida e della loro fragilità. Gli italiani hanno a disposizione inchiesta Istat realizzata nel 2006 e pubblicata l’anno dopo, ben fondata sopra un campione sufficientemente rappresentativo (24.000 famiglie e 54.000 persone, 853 comuni di grandezza differente e ripartiti su tutto il territorio nazionale). Ad essa si rifà, ad esempio, Roberto Bianchin ne La Repubblica del 30 luglio, con diagrammi e torte a suo sostegno. Tutta l’inchiesta poggia sulla dicotomia italiano/“dialetto”, mai problematizzata: la parola si ritrova perciò chiaramente confortata nella sua legittimità e la nozione viene reificata, poiché l’intero studio si basa sopra il presupposto che ovunque nel paese esiste una stessa realtà linguistica, studiabile tranquillamente in tutta obiettività. D’altronde non si chiede ai locutori se si rappresentano la lingua vernacolare come “dialetto” o lingua e così quella distinzione stabilita con la legge 482 cade, a vantaggio del vecchio termine consacrato e degradante, proprio quando è posto in discussione.

L’inchiesta rileva in ogni caso che l’uso esclusivo dell’italiano aumenta ovunque, mentre l’impiego del “dialetto” indietreggia considerevolmente e soprattutto con rapidità, almeno in quanto lingua esclusiva in famiglia e con gli amici. Il 45,5% della popolazione parla in casa principalmente se non esclusivamente l’italiano (ossia una stima di più di 25 milioni); il 48,9% con gli amici e il 72,8% con gli stranieri (e va da sé che qui niente famiglia e né amici, così che il criterio è insoddisfacente, perché non si distinguono gli ignoti dai conoscenti, che non sono familiari o amici). Coloro che utilizzano principalmente, vale a dire esclusivamente, il “dialetto” in famiglia formano il 16% della popolazione, cioè qualcosa come 8 milioni e ottocentomila persone e di questi solo il 13% parla italiano con gli amici e il 5,4% con gli stranieri. Il raffronto con le cifre del 1988 è del tutto allarmante. A parlare solo o principalmente “dialetto” in famiglia era il 32%: una divisione per due, quindi, in soli dieci anni! Oggi, se ve n’è ancora il 32% nella classe d’età dei 65 anni e oltre, non c’è più dell’8% in quella tra i 6 e i 24 anni. Al contrario è molto importante l’uso misto d’italiano e “dialetto”: 32,5% in famiglia (32,8 con gli amici e 19% con gli stranieri). Ne deduco aritmeticamente che l’Italia resta un paese ove più del 48% della popolazione pratica la lingua vernacolare in vario modo. Così sembra che quando ci si fa beffe di Roberto Calderoli, ministro della Lega, perché afferma che più del 40% della popolazione parla “dialetto”, gli si deve riconoscere di usare le statistiche ufficiali per difetto. In realtà vi sono regioni ove la lingua vernacolare è più parlata che in altre: fianco a fianco si ritrovano la Calabria (il 74% la parlano in famiglia), la Campania (72%), la Sicilia (71%), la Basilicata (71%) e il Veneto (70%)[5].

In paragone con la Francia, lo si nota, il bacino di utenza e le risorse sono immensi, anche se appare rapido il degrado, in specie in un contesto dove regna una sorta di consenso nell’affermarne la perdita irreversibile e in cui sono in molti a ritenerla benefica in quanto segno di modernizzazione e di istruzione. Di sicuro c’è che se andate in Italia e aprite le orecchie, potrete constatare un po’ dovunque una densità d’impiego dei “dialetti” del tutto simile a quella descritta nel mio post per l’occitano parlato in Val Maira.

 

Argomenti contro l’insegnamento dei “dialetti”

 

Gli argomenti forniti nella stampa e in rete per ricusare o beffeggiare la proposta della Lega sull’insegnamento dei “dialetti” sono disperatemente ripetitivi e, infatti, noi francesi li conosciamo già in gran parte, anche se di essi alcuni hanno ormai perduto nella nostra pubblica opinione molta della loro credibilità e pertinenza (il fossato che si è prodotto mi sembra a tal proposito evidente, e diviene abissale in rapporto alla Spagna). Nondimeno non è senza importanza recensirli e analizzarli, se si vuole elaborarne una critica coerente ed efficace. Passiamoli per prima cosa in rapida rassegna: i “dialetti” sono ostacoli sociali e culturali per chi li parla; essi non hanno una letteratura; sono privi di grafia determinata; non smettono di mutare (e dunque non sono insegnabili!); sono troppo numerosi (e ciò fa sì che sia impensabile una loro trasmissione nella scuola); l’insegnamento porterebbe a una cattiva padronanza della lingua nazionale, ovvero a un frazionamento e all’esplosione del paese; non vi sono dei docenti in grado d’insegnarli; e infine (argomento che riassume tutti gli altri) essi non sono “lingue” a pieno titolo, né mai potrebbero essere insegnati, per via della loro presupposta ristrettezza di funzioni e della conclamata dipendenza dall’italiano. Tutti questi argomenti possono ridursi a due enunciati generali che si rinforzano l’un l’altro, il primo con pretesa descrittiva, il secondo invero prescrittivo: 1- i “dialetti” non possono essere insegnati (essi non sono insegnabili); 2- i “dialetti” non debbono essere insegnati. Ossia, nelle parole stesse del famoso professore di letteratura italiana Alberto Asor Rosa, in un articolo pubblicato su L’Unità del 17 agosto in risposta al ministro leghista Zaia, che gli aveva dato del « reazionario » per le sue posizioni in proposito: « portare i dialetti nelle scuole come materia di insegnamento non si può e non si deve ».

 

I “dialetti” non sono lingue

 

Andiamo all’argomento principale, determinante, basilare: i “dialetti” non debbono e non possono essere insegnati, in quanto non sono “lingue”. Vittorio Coletti, storico della lingua italiana, autore col non meno celebre Francesco Sabatini d’un importante dizionario[6], lo dichiara per esempio, con molti altri, nell’articolo comparso su La Repubblica del 31 luglio scorso. A suo parere solo al prezzo d’un equivoco dannoso “il dialetto” (il singolare evidentemente è qui, come altrove, in sé stesso reso problematico) si può dire “lingua”. Di sicuro è lingua per l’aspetto “grammaticale”, ma non per quello “funzionale” e Coletti afferma dottamente che « Una lingua è tale quando in essa si possono fare tutti i discorsi della cultura di un paese. Chiedete a uno studente di usare il dialetto rispondendo a domande di algebra o pretendete dal medico che vi faccia la diagnosi in dialetto ». Ed è proprio quanto accade nelle scuole bilingui in Francia, in (ex)patois, ciò che prova come una lingua (in senso grammaticale) sia sempre aperta a tutte le funzioni, anche se socialmente non le sono accessibili tutte. Del resto ciò è vero pure nella direzione opposta, la lingua nobile non si abbassa verso ogni funzione, in specie quelle che lascia al “dialetto” (certe canzoni e storielle oscene per esempio): non è dunque vero che la lingua ufficiale serve per tenere tutti i discorsi di ciò che costituisce la cultura (anche se essa ne ha sicuramente la capacità). D’altronde questo è oramai vero nell’altro senso. Coletti stesso riconosce che l’italiano, come il francese, non può più essere impiegato per le pubblicazioni di moltissime materie scientifiche (cosa che già successe a lungo per i campi culturali dominati dal latino) ove l’inglese tende a essere esclusivo: occorre dunque ammettere, secondo il suo stesso criterio, che la lingua nella quale scrive sta per diventare un “dialetto”, e ciò dovrebbe renderlo più benevolo verso gli altri... [7]. Del resto il divenir dialetto dell’italiano non è una cosa nuova, se vero è che già nel 1978 Francesco Alberoni l’affermava[8].

Molti giornali, a cominciare da La Repubblica (cf. l’articolo di Bianchin del 31 luglio), e diversi blogs hanno riportato le opinioni di Pierfranco Bruni, presidente di un certo Centro Studi e Ricerche a Carosino in Puglia. Costui ha dichiarato che « L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi con le “altre lingue” definite minoritarie ». Si ripete grosso modo quanto afferma la legge 482, riattualizzando la vecchia partizione, completamente errata, tra idiomi allogeni, lingue straniere rannicchiate lungo la penisola, e idiomi indigeni (tra i quali solo l’italiano standard è “lingua”). Purtuttavia Bruni invoca con urgenza una rifusione della legge, apparentemente (non è molto chiaro a tal proposito) perché considera che certe lingue riconosciute come tali dalla legge non dovrebbero esserlo, come il friulano (cf. la risposta dei friulani del Comitât 482), e così pure perché reclama uno statuto di tutela specifica per i dialetti (senza nemmeno qui chiarire di qual tipo). Inoltre è imbarazzato dal sintagma “minoranze”, e vorrebbe lo si rimpiazzasse con quello di « presenze minoritarie » (senza far intendere il motivo d’una tale “sottigliezza”...). Evidentemente l’affermazione che la varietà dialettale sarebbe una caratteristica della “nazione” italiana è falsa e arcifalsa: essa è un dato universale. Si constata solo che l’Italia è tra i paesi europei dove tale varietà è ancor oggi la più viva, nonostante la coazione d’uno standard nazionale.

Ma più di tutto, dice Bruni, « I dialetti non sono “strutture” linguistiche minoritarie. Sono il vero tessuto di appartenenza ad un territorio all’interno di un processo che punta rigorosamente alla difesa della cultura italiana. I dialetti non sono lingue altre rispetto alla lingua italiana e rafforzano l’identità della lingua di una Nazione ». Si comprende qui d’un tratto quale sia l’obiettivo ideologico: opporsi alla Lega e alla sua strumentalizzazione secessionista dei dialetti (e di sicuro ad altri eventuali gruppi autonomisti), ma ciò è compiuto al prezzo di contorsioni semantiche che fanno apparire i “dialetti” come solidali, inseparabili e di sicuro strettamente dipendenti dall’italiano, in quanto essi non fanno, giustamente, lingua da loro stessi, e gli si attribuisce una funzione patriottica di unità culturale e linguistica... nella diversità! In tutto ciò vi sono solo parole e nulla corrisponde alla storia (i dialetti, nella loro relazione con quel che già da gran tempo era la lingua standard, esistevano molto prima che l’Italia esistesse come nazione), né soprattutto alla realtà linguistica, in effetti estremamente variabile, e dove si trovano tutti i gradi di prossimità e di lontananza rispetto all’italiano standard. Si può proporre, senza dubbio, un coerente insieme dialettale che costituirebbe la lingua italiana, con e a fianco della lingua standard, ma ciò non toglie nulla al fatto che i dialetti sono lingue proprio nel senso primario e sostanziale delle capacità multifunzionali, negate da Coletti (cf. supra), e comprovate invece da una ricchissima letteratura “dialettale”, sulla quale pochi hanno il coraggio di soffermarsi, preferendo sottolineare la presenza dialettale nella letteratura in italiano. Dal momento che si riconosce questa capacità, si trova profondamente modificata la loro relazione con la lingua nazionale, almeno per i locutori che ne prendono coscienza, ma si noti che ciò non implica affatto l’introduzione d’un rapporto di concorrenza ostile con la lingua nazionale, come in realtà la Lega tende a presentare le cose (in nome delle radici, della identità, ecc.), bensì di emulazione reciproca nel quadro d’un bilinguismo esteso ormai a tutti i locutori “dialettali”.

Tuttavia questa situazione d’instabilità necessariamente generata dalla rivalorizzazione dei “dialetti”, mediante la manipolazione della Lega Nord, è spesso intesa come il segno annunciatore della fine dell’unità italiana. È così che, ne L’Unità del 14 agosto, Giulio Ferroni, eccellente specialista di storia del teatro, opponendosi allo slogan de La Padania in veneziano che ho già citato, afferma che, attraverso tale promozione concorrenziale dei “dialetti”, l’Italia s’incammina a piè sospinto verso « una frantumazione territoriale e mentale che l'allontanerà definitivamente dall’Europa, che getterà alle ortiche tutta la grande tradizione internazionale della nostra cultura e della nostra economia ». Sennonché egli stesso ci ricorda che « ... i dialetti (e una grande letteratura dialettale) hanno operato proprio in uno scambio con l’identità nazionale ... ». Nello stesso spirito, Asor Rosa ha parlato di « gioco d’integrazioni e rimandi non solo fra dialetti e lingua italiana ma fra culture e identità locali e identità e cultura nazionale », a suo dire « non un limite ma una ricchezza, una peculiarità italiana in campo europeo ». Questo è senz’altro vero, almeno in parte (diciamo è una parte della verità), e il professore ricorda « i deliziosi versi in friulano del giovane Pasolini, fondatore dell’Accademia furlàn (...) o l’uso sapientissimo di vari dialetti italiani da parte di un grande come Carlo Emilio Gadda » e aggiunge tra parentesi: « tra i più recenti, come non citare un poeta eccezionalmente veneto come Zanzotto? ».

 E allora, una volta di più, se si ritiene che i “dialetti” abbiano il loro posto nell’economia linguistica e culturale del paese, se si considera che il rapporto di scambio con l’italiano sia vitale (lo si può perfettamente sostenere), non bisogna abbandonarli alla Lega come si sta facendo. Mi si dirà che l’equilibrio e lo scambio implicano un rapporto di subordinazione e ineguaglianza tra i molteplici e mutevoli “dialetti” e la lingua una e (sedicente) immutabile, che la Lega e tutti quelli come me ben convinti che i “dialetti” sono lingue (per motivi tuttavia fondamentalmente differenti) rifiutano ad oltranza. In effetti l’equilibrio è rotto, lo scambio è compromesso, molto semplicemente perché i “dialetti” sono minacciati di estinzione, e non vi è speranza di salvarli se non accordando loro la dignità culturale che finora gli si è rifiutata. In altri termini il rapporto tra la lingua nazionale e i “dialetti” non potrà più esser quello del buon tempo antico (un tempo certamente mitizzato d’armonia e di scambio). Il semplice gesto di fare del “dialetto” una parola in sé capace d’esprimere la totalità della condizione umana e d’una situazione sociale e politica, come per esempio fa Garrone in Gomorra, che milioni di persone hanno visto, anche se questa lingua appare legata nel film con ciò che la società peninsulare produce di peggio, ebbene, lo sguardo sul “dialetto”, e il rapporto che chi li parla con esso intrattengono, non può non cambiare[9]. Si tratta d’affrontare una nuova realtà culturale, fondata sull’eguale dignità di lingue e di culture, mentre la visione dominante negli interventi qui citati e che vogliono sconfiggere la Lega fa riferimento a una situazione ormai trascorsa. Succede come se le rappresentazioni, il vocabolario e i quadri d’apprendimento della realtà linguistica fossero rimasti fermi nel passato, così che quando si denuncia il passatismo dei “dialetti” è in effetti il loro stesso arcaismo a essere tradito.

Prima d’ogni ulteriore discussione occorre sicuramente ribadire che i “dialetti” sono lingue, fanno lingua, anche se proprio questo è il terreno ove campeggiano i sostenitori della Lega (ma qui rinvierei alla critica che un giornalista del Carroccio, Gioann March Pòlli, ha mosso alle dichiarazioni di Pierfranco Bruni). Affermare il contrario, perché questo è un cavallo di battaglia (molto retorico) della Lega, è segno di grande debolezza politica, l’incapacità di attaccarli sullo stesso terreno. Esiste al contrario, su questo argomento, una cacofonia ridicola, in cui coloro che si esprimono pubblicamente manifestano prima di tutto la loro ignoranza: Asor Rosa, per esempio, nel già citato articolo, si spinge fino ad asserire dottamente, come un fatto di scienza, che il sardo è l’unico tra gli idiomi vernacolari a non essere « dialetto », ma « lingua ».[10] Il caso è d’altronde molto interessante: è al massimo su un’isola, in un territorio geograficamente separato dallo stivale, che si può immaginare l’esistenza di una lingua altra, senza che un tale riconoscimento venga a minacciare l’unità simbolica della nazione !

In realtà, sostenere che la nozione di “dialetto” come di solito si usa è ingannatrice, è arduo in Italia senza scivolare nell’antintellettualismo della Lega. A ciò si aggiunga l’autorità della scienza che si dice “dialettologia” [11], presente nella maggioranza delle università transalpine, branca della linguistica il cui oggetto di studio sono i “dialetti” in quanto distinti dalle “lingue” (nella circostanza soprattutto l’italiano standardizzato e ufficiale, dal momento che tale scienza, come la si pratica in Italia, è propriamente peninsulare), vale a dire gli idiomi variabili e non standardizzati; un campo del sapere che sarebbe pienamente legittimo se non si fondasse su un’errata distinzione tra “dialetti” e “lingua”, e che risulta minacciato al di là delle Alpi dal rigetto che una parte minoritaria, ma non marginale della pubblica opinione, fa della nozione stessa di “dialetto” come viene spontaneamente in Italia intesa, nel privato e con riprovazione nei confronti della “Lingua” (standardizzata e ufficiale). Ora, è proprio questo il senso che riceve una elaborazione linguistica o pretesa tale; l’impiego che la dialettologia fa del termine “dialetto” e quello che ne fa il linguaggio popolare coincidono del tutto e nell’essenziale sono congruenti. Succede cioè la stessa cosa di quel che accade a quegli ormai pochi linguisti, i quali restano attaccati alla nozione di patois, malgrado le loro palinodie imbarazzate a tal proposito (cf. sul mio blog, Le patois des linguistes).

Ciò, evidentemente, non impedisce affatto che, da un punto di vista linguistico, sia opportuno e anche necessario conservare la nozione di “dialetto” (a differenza di quella di patois di cui si può del tutto fare a meno, come del resto fanno i dialettologi italiani!), per designare le varietà costitutive delle lingue, ma in tal caso il senso diventa radicalmente equivoco in rapporto a quello usuale in Italia. Tale definizione del dialetto, che troviamo in ogni dizionario (ma ahimè, spesso confusa con l’altra) non impedisce affatto e, piuttosto, implica l’uguale dignità linguistica di tutti i “dialetti” allo stesso titolo delle “lingue” riconosciute dalla L. n. 482/1999. Fino a quando i linguisti, dialettologi compresi, non avranno eliminato i più evidenti pregiudizi sociali e culturali che la loro scienza si trascina dietro, la critica che ne fanno quelli che ricusano lo statuto di locutori di secondo rango (poiché proprio di ciò si tratta ed è insopportabile che, insieme con le palinodie dialettologiche, finiscono per riaffermare quella gerarchia che si vuole contestare, come ha ben mostrato qui Amedeo Messina) è legittima dal punto di vista della stessa linguistica, senz’alcun bisogno di ricorrere a una qualche ideologia.

 

L’italiano minacciato

Si ritorna sempre allo stesso punto: il dialetto, confinato nello statuto di sottolingua, se può essere oggetto d’una scienza particolare, se pur lo si giudica interessante da studiare, tuttavia non è degno di essere insegnato. Tutti i critici delle proposte della Lega lo ripetono in coro: che idea quella di voler fare studiare i “dialetti” nelle ore in cui andrebbero insegnate le grandi lingue straniere (cioè principalmente l’inglese, se non esso solo) e soprattutto l’italiano, che sarebbe attualmente colpito da una ineluttabile degenerazione, causata soprattutto dall’ingresso proprio di parole inglesi! Roberto Bianchin nel suo articolo ripostiglio de La Repubblica del 30 luglio a scorso a pag. 29 cita il regista Maurizio Scaparro, teorico della « confusione dei linguaggi », il quale, dopo aver detto che « [...] il dialetto resta una forza integra » (l’interesse degli uomini di teatro per i “dialetti”, in Italia, non è da dimostrare perché lo si è spesso constatato), rivela anche di essere preoccupato perché « sono sempre di più quelli che lo parlano male, e lo stanno sostituendo con un seminglese da ragionieri ». Asor Rosa rincara la dose: « Se mai, se proprio un Governo decidesse di occuparsi di questioni linguistiche, ci sarebbe un problema di filtraggio, irrobustimento ed arricchimento della lingua italiana comunemente parlata, spesso imbastardita dall’uso e poco corretta dalla scuola. In tempi d’immigrazione di massa – e dunque, come si dice, d’integrazione – sarebbe opportuno che qualcuno se ne occupasse; e invece nessuno ne parla ». Questo dimostra che Asor Rosa non legge i suoi colleghi, che ripetono tutti la stessa cosa! Preferisco poi non andare a scavare in quello che potrebbe implicare l’idea che una lingua più pura, più genuina, meno imbastardita, consentirebbe una migliore integrazione degli stranieri.

Si ascolta la stessa cosa, grosso modo, a proposito del francese (cf. le analisi di Pierre Encrevé nel testo scritto assieme a Michel Braudeau per le quali rinvio sul mio blog a Pour une critique de la religion de la langue). Non è certo questo il luogo per discutere della paura d’una letale contaminazione dell’inglese e delle considerazioni sociali a cui il problema condurrebbe (come la figura del ragioniere che non saprebbe in realtà parlare inglese correttamente), se non per constatare ch’essa non investe mai i “dialetti” in queste diatribe, vale a dire il fatto che perfino i “cosiddetti dialetti” (e può bastare riferirsi a un “dialetto” urbano come il napoletano) sono adesso penetrati da parole provenienti dall’inglese. Ma il tema è tutto un altro: non ci si può preoccupare ora dell’insegnamento dei “dialetti”, perchè ogni forza va mobilitata contro l’anglicizzazione della lingua nazionale.

Così pure numerosi sono coloro i quali continuano ad affermare che i “dialetti” stessi sono tra i motivi principali della sedicente cattiva qualità dell’italiano! Come fa l’attore veneziano Lino Toffolo, citato nel centone di Bianchin, quando dichiara: « il vero problema è che per noi l’italiano è la prima lingua straniera ». Raffaele Simone, linguista di fama internazionale, intervistato sullo stesso numero de La Repubblica, stima che « purtroppo è ancora spaventosamente bassa la percentuale di chi parla, e scrive, un italiano corretto », (ma si vorrebbero vedere numeri e criteri, soprattutto, di questa terribile bassezza), e la persistenza dei “dialetti” non sarebbe affatto poca cosa. Tuttavia, e felicemente a suo parere, il processo di declino dei “dialetti” è irreversibile: « L’indebolimento del dialetto risale agli anni ’70 ed è un percorso inevitabile in una società in via di modernizzazione. Diciamo pure che ci vuole ben altro che la Lega per far cambiare le cose ». E alla domanda della giornalista Irene Maria Scalise (la quale va per le spicce): « Cosa ha contribuito alla sua estinzione quasi definitiva? » egli risponde: « La vita reale. Oltre allo studio ci sono i viaggi, Internet e il cinema »... Non ci s’immagina pertanto un solo istante in cui la scuola possa seriamente incaricarsi delle lingue locali, che Internet possa veicolare testi e canzoni in “dialetto”, che ci sono molti forum in tali lingue e che il cinema italiano, da qualche anno, moltiplica i film girati in “dialetto” (ho avuto già l’occasione di evocare a tal proposito registi quali Garrone, Diritti, Crialese, Mereu). Ma se le cose stanno così, se il “dialetto” sta morendo, quasi definitivamente estinto (cf. però supra l’inchiesta Istat) perché mai allarmarsi? Per timore d’un terribile ritorno alle tenebre della ignoranza: « Il nostro Paese è in una fase d’italianizzazione che dura ormai da trent’anni e tornare indietro sarebbe assurdo ». Per Simone, ordunque, l’insegnamento dei “dialetti” non costituirebbe una risorsa in materia di bilinguismo o di plurilinguismo, ma solo un tornare indietro, un’involuzione. Per Asor Rosa, ugualmente, l’insegnamento dei « dialetti » introdurrebbe una distinzione tra le lingue locali e la lingua nazionale (che non c’è, o piuttosto non deve essere!), e potrebbe anzi cagionare « la dissoluzione della compagine nazionale e un ritorno all’indietro verso una situazione ferina, tribale, che peraltro, ripeto, in Italia non c’è mai stata ».

Infine, alla domanda – a  mio parere stupida davvero – sul come conciliare studio del “dialetto” e quello delle lingue straniere, il nostro grande esperto senza indugi replica: « Sicuramente un dialettofono può essere solo penalizzato. Questo perché avrà bisogno d’un terzo passaggio mentale nella traduzione». C’è da chiedersi come, un linguista di professione e di chiara fama, possa essere così accecato dai suoi pregiudizi sociali, fino a dichiarare una tale asineria, assolutamente contraddetta da tutti gli studi di psicolinguistica acquisizionale (cf. per esempio lo studio di Jasone Cenoz sull’acquisizione dell’inglese da parte dei bilingui basco-spagnoli). Il dialettofono sarebbe, secondo Simone, costretto a tradurre prima mentalmente ciò che vuol dire in italiano e poi in un’altra lingua, senza poter passare direttamente dal suo “dialetto” a una lingua straniera degna di tal nome! Cosa del tutto assurda e ridicola: come se la conoscenza d’un “dialetto” facesse da ostacolo o da schermo, interponendosi tra la lingua nazionale e le altre, come se parlare un “dialetto” fosse una tara linguistica, una sorta di patologia della parola inibitoria dell’apprendimento delle lingue straniere! E inoltre, i fatti sono là: le centinaia di migliaia d’italiani che sono emigrati per il vasto mondo, e che spesso non parlavano italiano o molto poco hanno ugualmente appreso lingue straniere, pur continuando a praticare il veneziano, il napoletano o il calabrese in famiglia o con gli amici!

 Del tutto opposto a Simone, Gian Antonio Stella, specialista delle grandi emigrazioni italiane, cita sul Corriere della Sera del 30 luglio Luigi Meneghello, che ha insegnato letteratura presso l’Università di Reading e scrive sia in dialetto sia in italiano: « chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco ».

Malgrado tutto gli argomenti di Simone vengono invocati dal sindacato ANIEF, che reagisce a propria volta alla proposta della Lega, asserendo che bisogna « insegnare soprattutto un perfetto italiano, invece d’imporre per legge una ghettizzazione regionale ». Incarico nobile e valoroso, quello di insegnare l’italiano “perfetto”, tanto più che non c’è alcun criterio in grado di giudicare la perfezione nel campo della perfezione d’una lingua...

 

Maledizione sociale e depravazione culturale

A restare profondamente ancorato negli spiriti è l’idea che la scuola è fatta per insegnare l’italiano, premessa d’ogni riuscita sociale, e ciò non per confortare la dialettofonia, identificata al tempo stesso con la povertà e con l’ignoranza, ma per lottare invece contro di essa. Tuttavia, appena si smette di considerare i “dialetti” come la sentina di tutte le ignoranze e superstizioni, mentre sono lingue cariche di memoria, di cultura e dunque di sapere (certo, di sapere), allora balza con chiarezza che le cose possono cambiare. Lo si vede con l’apprendimento precoce del bilinguismo lingua “regionale” / lingua “nazionale”, per esempio nei Paesi baschi spagnoli, o nelle reti bilingui pubbliche e private in Francia, nel Galles, ecc. Se la scrittrice Lidia Ravera, intervenuta su L’Unità il 30 luglio scorso, avesse una visione almeno un po’ europea, avrebbe giudicato meno « bizzarra » l’idea che si possa insegnare il “dialetto”, la qual cosa chiama « una magnifica regressione », celebrando l’epoca felice in cui la televisione liberava « la lower class dalla condanna al dialetto ». Questo ha potuto essere, come il patois in Francia, una maledizione sociale per coloro che non parlavano la lingua nazionale, certamente, ma rifiutare – in un sol colpo – quando si è legati alla classe operaia, quando si scrive su L’Unità (quotidiano di sinistra sempre), di considerare, a dispetto della selezione imposta con la lingua dei “signori”, il valore culturale, emotivo, civilizzante di quel che si diceva, si cantava, ecc., in “dialetto”, è davvero, secondo me, “bizzarro”. In quanto all’opera civilizzatrice della televisione, si potrebbero dire molte cose...

Anche Vittorio Coletti evoca questa tara sociale come cosa felicemente debellata con la diffusione dell’italiano: « Non credo che ci siano ancora famiglie in Italia solo dialettofone e, se ci fossero, proporrei di affidarne i figli ai servizi sociali perché li fanno crescere in ambienti culturalmente deprivati » (La Repubblica, 30 luglio 2009). La proposta, pur trattandosi di un ragionamento ipotetico, mi sembra in verità rivelatrice, e non trascura di richiamare le disposizioni con le quali, in certi paesi di colonizzazione, (Canada, Australia, ecc.), si strappavano i bambini alle famiglie per istruirli e salvarli da “un ambiente culturalmente deprivato”. E poi aggiunge: « Non voglio dire, con Pavese, che il dialetto è ormai sottostoria[12]. Ma certo oggi il dialetto non coincide con la storia; è un simpatico rifugio nell’album di famiglia, del tutto inadeguato a fronteggiare la moderna vita civile ». Da parte mia penso che se proprio “la moderna vita civile” consiste nell’inviare alla pubblica assistenza i figli dei cittadini che non si sottopongono alle vigenti norme culturali (e perché, oltre tutto, non potervi aggiungere un coattivo consumo di televisione civilizzatrice?), allora è tempo, in realtà, di inventare una forma nuova vita civile, più tollerante e più accogliente verso le differenze, dove la memoria familiare non sarebbe più soltanto « un simpatico rifugio », ma sorgente altresì di arricchimento culturale e spesso, sì, di civismo. Tuttavia non è certo dalla parte della Lega che questo può trovarsi.



repubblica
mappa pipistrello

La Repubblica del 30 luglio 2009

Un paese di 6.000 lingue

 

Come ho già detto, il dettame secondo il quale in nessun caso occorre insegnare i “dialetti” si accompagna alla seguente affermazione per cui non c’è modo di poterlo fare.

« Un paese di 6.000 lingue »: è questo il titolo che La Repubblica ha scelto per il suo dossier sui “dialetti” il 31 luglio scorso. Esso è illustrato con una tavola ridicola dove figurano cento modi di designare il pipistrello nella penisola, una carta spettacolare ma fallace, poiché tutto il mondo sa, o dovrebbe sapere, che la variabilità del vocabolario non c’entra per nulla con la diversità delle “lingue”, nemmeno con quella dei “dialetti” (molte parole possono designare la stessa cosa nel medesimo gruppo dialettale). Infatti la lista dei suoi innummerevoli modi di dire “pipistrello” è derivata probabilmente (senza dubbio per vie indirette) dal venerabile Sprach-und Sachatlas Italiens und der SüdschweizAtlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale, di Karl Jaberg e Jacob Jud (8 voll., Ringhier, Zofingen, 1928-1940). Francesco Granetiero ha puntualizzato sul suo blog, sulla base di questo atlante, che differentemente dai termini più usati, aventi una distribuzione ben definita (per esempio “capo” e “testa”), le parole come “pipistrello” si diversificano in modo anarchico assai spesso. Così la carta è certamente spettacolare, ma non dà nessuna indicazione in merito alle differenze linguistiche nella penisola italiana. In realtà serve a convincere i lettori della proliferazione anarchica e babelica delle “lingue” in Italia e non a caso si utilizza un termine a dispetto d’ogni specie di buon senso e di serietà. Non meno di 6.000 lingue e cioè quasi lo stesso numero di quante se ne contano di solito nel mondo intero! L’articolo di Bianchin è a tal proposito un tessuto di accozzaglie e asinerie evidenti, tale che nessun allievo del primo anno di linguistica (e a fortiori di dialettologia) oserebbe compilare, anche se congiunge i luoghi comuni popolari: « In Italia non c’ è regione, città, e persino paese, che non abbia il suo dialetto ». Ma visto il numero dei paesi italiani occorrerebbe allora aggiungere almeno uno o due zeri! E per distinguere un “dialetto” da un altro, tutto – e non importa cosa – serve da criterio, fino agli accenti e alle inflessioni[13]. Asor Rosa, sempre su L’Unità del 17 agosto, per dimostrare che « non si può » insegnare i dialetti, dichiara che « non esistono né il dialetto padano (figuriamoci) né quello lombardo né quello veneto, ecc. ecc., ma, per quel tanto che ne resta, il milanese, il varesotto, il pavese, il trevigiano, il padovano, il veneziano, fino alla infinita polverizzazione di ogni borgo e di ogni villaggio ». Vittorio Coletti, nel suo articolo citato, scrive in perfetta sintonia: « […] il dialetto è per principio frammentato e differente da una località all’altra ». Alla lettera questo è del tutto falso. In linguistica ogni elemento di variazione non è sufficiente a identificare un “dialetto” (né a fortiori una lingua), sennò bisognerebbe dire in realtà che i “dialetti” sono propriamente innumerevoli, impossibili da contare, perché la variazione, tanto più la si consideri a tutti i livelli (fonetico, morfologico, sintattico), è virtualmente infinita. Ci sono, certo, dei criteri di differenziazione, ma si evita in questi articoli di farvi ricorso, pur di mostrare ch’essendo innumerevoli i “dialetti” non li si può insegnare.

 Ciò che appare soprattutto straordinario, nelle reazioni alle proposte della Lega, è l’assenza di ogni esame sull’esistenza di lingue polinomiche (teorizzate tra l’altro da Jean-Baptiste Marcellesi in Corsica, dunque in un’area linguistica vicinissima al complesso dialettale toscano), e partendo da ogni idea di costituzione di standard (d’altra parte la nozione stessa di standard sembra esclusa da quella stessa di “dialetto”, così come la s’intende all’italiana), che consentono comuni forme scritte rispettose delle variazioni dialettali e degli insegnamenti trasversali che non siano livellatori. Una delle affermazioni maggiormente ribadite è quella secondo cui è impossibile insegnare i “dialetti” nell’assenza di modelli referenziali. Essa è accompagnata dal seguente corollario: quando un tal modello viene scelto, come La Padania che opta nella sua famosa, succitata prima pagina per il veneto parlato a Venezia, ciò non manca d’esser fatto in danno delle altre varianti. Proprio questo è il ragionamento sviluppato da Dario Fo sullo stesso numero de La Repubblica: « Quant’è insensata la richiesta da parte della Lega di imporre agli insegnanti lo studio del dialetto. A quali dialetti fa riferimento? Prendiamo una regione come la Lombardia: ci sono almeno venti variazioni differenti, tutte con una struttura diversa l’una dall’altra. Il dialetto che si parla a Bergamo ha un suo lessico, una sua fonetica, un suo modo di concepire il pensiero, una sua ritmica so­nora del linguaggio. Ma le forme del dialetto ber­gamasco sono diverse da quelle che vengono utilizzate da un abitante di quella parte di Lombardia che si affaccia all’Emilia così come da quelle di chi vive a Nord‑Est, vicino al Veneto. Mantova, Bergamo e Brescia sono tre città che hanno un lessico au­tonomo e differente perché alle loro spalle hanno una storia molto diversificata: i bergamaschi in­fatti sono stati soggiogati dai veneziani, gli altri so­no rimasti liberi da quella e altre dominazioni. Un ragionamento simile vale an­che per le province che subisco­no l’influenza ligure o per colo­ro che vivono al confine col Piemonte, regione con la quale ci sono grossi salti linguistici ». Tutto questo è vero nell’insieme (si potrebbe discutere sulle differenze di “struttura” e su ben altri punti), ma Dario Fo scopre l’acqua calda! Questa variabilità, egli stesso n’è convinto, è la ricchezza stessa della materia linguistica ed è dunque un formidabile argomento a pro dell’insegnamento, perché in effetti è l’intera storia locale e dunque regionale che l’esame delle lingue porta a interrogare, ed è per lo meno affrettato e dannoso il fatto di arguire che nessun insegnamento ne sia possibile, a fronte di una tale diversità e d’una simile ricchezza. Scrivendo queste righe io penso agli insegnanti di lingue e di culture catalane, bretoni, basche, occitane, ecc. che fanno il loro lavoro! Di sicuro dire insegnamento vuol dire incaricarsi prima dei docenti delle primarie e delle secondarie, cioè mettere in conto una formazione universitaria, e questa, secondo Dario Fo e tutti gli altri, è inconcepibile, impensabile, del tutto sovrumana, mentre molti aggiungono in sordina: fastidiosa e improduttiva.

 Altri, infine, come Asor Rosa, sostengono che l’insegnamento darebbe il colpo di grazia al « dialetto », perché « è per sua natura mobile e incostante, sregolato e fiero di esserlo, e regolarlo significherebbe finire di ucciderlo ». È esattamente l’argomento di quelli che, in Francia, ormai comunque minoritari, continuano a difendere l’uso nella linguistica del concetto di « patois » (con l’idea che « il patois si sa, non si impara » come dice il proverbio) a cui possiamo almeno aggiungere che il fatto di non insegnarli non impedisce la loro scomparsa. È ovvio che l’istruzione e la diffusione della scrittura hanno una retroazione sulla lingua parlata, questo è inevitabile; la mutabilità, che d’altronde ha le sue regole, non può non esserne alterata e il rispetto polinomico stesso non può impedire dei ricentramenti dialettali e dunque una certa standardizzazione. Ma la questione è di sapere se si ritiene che queste lingue meritino un futuro oppure no.

Nella circostanza sono in questione scelte culturali e universitarie della nazione e delle regioni. Il problema è così pure di metodo e di pedagogia. Sappiamo bene che si tratta del passaggio da un insegnamento sulla lingua (le discipline già ci sono e abbiamo evocato l’importanza della dialettologia e della storia linguistica in Italia) a un insegnamento nella lingua, che possa chiaramente avere per oggetto la lingua stessa. Il modo con il quale Dario Fo tratta la questione mostra quanto i gruppi intellettuali siano disorientati, sprovveduti, impreparati a dar risalto a tale sfida culturale: « A chi si riman­da, quindi, il compito di impostare un te­sto che sia tecnico e scientifico su queste lingue? Dove sono questi professori in grado di formare una classe di nuovi mae­stri che insegnino i dialetti? Il problema di fondo non è solo la co­noscenza dei termini usati ma anche il fatto culturale etnico-storico. [...] Sarebbe bellissimo recuperare tutto questo patrimonio culturale lombardo e dell’Italia tutta: ma come si pensa di farlo? La realtà è che per analizzare una tale tra­sformazione culturale avvenuta nel corso del tempo ci vorrebbero secoli. È ridicolo pretendere che un professore sappia co­me analizzare la progressione legata ai dialetti, anche perché sarebbe inscindibi­le dalla conoscenza molto profonda della storia e della tradizione di ogni zona. Per formare questa nuova classe di maestri, poi, ci vorrebbero degli specialisti, una massa di studiosi che si sono fatti un’in­dagine straordinaria sui linguaggi e che li hanno profondamente analizzati. [...] Personalmente non conosco neanche uno studioso che sia in grado di insegna­re un dialetto in modo serio e completo o di redigere un manuale tecnico-scientifico-lessicale di questo tipo ».

Ma perché Dario Fo pretende dai docenti dei “dialetti” ciò che mai egli richiederebbe a quelli d’italiano... o di lingue straniere? Mi sembra chiaro che in materia d’insegnamento delle lingue tutte le conoscenze linguistiche e storiche sono le benvenute, ma perché per l’insegnamento dei “dialetti” occorre un così enorme apparato di erudizione? Per evitare le derive e le appropriazioni ideologiche indebite come quelle di cui si rende responsabile la Lega? Ma la stessa cosa si può dire esattamente per l’italiano e ciò che i fascisti hanno tentato e tentano di farne sempre, ora che d’altronde sono al governo accanto alla Lega... Certo la storia e la linguistica sono baluardi necessari contro queste derive, ma perché viva una lingua l’urgenza è la stessa sempre, prima di ogni forma di elaborazione teorica e di erudizione storica: bisogna parlarla e trasmetterla. Alla società italiana di decidere se i “dialetti”, sempre viventi e però largamente minacciati, meritano o non di essere trasmessi dalla scuola. Gli intellettuali sembrano tenersi fermamente sulla negativa, e l’osservatore francese quale io sono, in un buon posto per conoscere le devastazioni attuate dal monolinguismo di Stato, non può che deplorarlo.

Terminerò con una nota di autocompiacimento, dal momento che una rondine non fa primavera: tenendoci al corrente dei dibattiti italiani, noi scorgiamo in Francia il cammino percorso, dal semplice fatto che siamo pervenuti a imporre il sintagma di “lingue regionali” al posto del patois, ivi compreso sulle labbra dei nemici più accaniti contro la loro tutela e il loro insegnamento. Per conseguire ciò si è dovuto, ahimè, aspettare che fossero prossimi a sparire, e che nascesse una coscienza certo ancora tenue, e però effettiva, dell’ampiezza del disastro. Sarà così anche in Italia?

 

 


 

[1] Ecco il passo, copiato dal blog Wilgreta social, che rimanda a Quotidiano.net, dove però non si trova più: « … Umberto Bossi, il quale parlando ad un comizio nel lecchese torna a puntare il dito sulla scuola, convinto più che mai che il dialetto «non è una cosa minore rispetto all’economia o ai decreti per superare la crisi». Il ministro per le Riforme ricorda che nella scuola Bosina, fondata anni fa dalla moglie, tra le lingue insegnate c’è anche il dialetto e ha richiesto «fatica enorme» trovare chi potesse insegnarlo. Cita anche le poesie che lui stesso ha scritto in dialetto e la biblioteca con libri dialettali, a partire dai dizionari, che ha collezionato negli anni. Tutto questo perché secondo il ministro il dialetto è un valore da difendere dal rischio di scomparsa. Le cose però, tuona il senatur, adesso stanno cambiando. «Fino all’anno scorso uno come Van de Sfroos - non avrebbe potuto partecipare al Festival di Sanremo. Ma il sistema o crolla o accetta i cambiamenti ».

Sul sito della Scuola Bosina però (dove si può trovare un terribile discorso caratterizzato dall’uso incantatorio dell’aggettivo possessivo alla prima persona del plurale: « nostra storia », « nostre tradizioni », « nostro territorio », « nostro dialetto » oppure « nostra lingua ») non si trova nessuna indicazione dell’orario dedicato a questo insegnamento.

 

[2] Quotidiano.net, 14 di agosto 2009.

 

[3] Basta citare, ad esempio, questa dichiarazione del ministro leghista dell’agricultura Luca Zaia: «Le lingue sono ricchezze che appartengono ai popoli e non alle burocrazie. Penso al mio Veneto. È una lingua usata in modo trasversale rispetto alle varie classi della società. Si parla nei consigli di amministrazione, nelle aziende, nelle fabbriche, a tutti i livelli. È il significato di mille anni di storia e non la difesa di una volontà dell’ amarcord. Dietro la difesa identitaria c’è la difesa di una cultura, di una tradizione, della storia del nostro popolo ». Il dialetto è la lingua del « popolo » contro « la burocrazia »… questo però non impedisce al ministro di asserire che nel Veneto viene usato nell’amministrazione ! Si può notare che parla della difesa « identitaria » sfruttando un vocabolario e dei concetti molto vicini a quelli del Bloc identitaire français, di estrema destra, perché l’identità viene qui concepita in una relazione di esclusione e di disprezzo dell’altro presente sullo stesso territorio (nella fattispecie gli estracommunitari, i terroni del sud e i giornalisti e intellettuali fanulloni – specie di pleonasma per la Lega – della capitale).

 

[4] « La Rai non fa nulla per promuovere la cultura locale e i risultati sono sotto gli occhi di tutti », ha detto Zaia intervistato a Klauscondicio. « Rai 3 doveva occuparsi della valorizzazione della lingua locale, della storia e della cultura delle diverse realtà regionali ed è invece diventata un canale fortemente ideologizzato che ha altri scopi. Non ci sarebbe nulla di male a presentare un programma in dialetto », prosegue il ministro. « In quei programmi dove si presentano proprio la territorialità e i prodotti tipici, per esempio, i piatti spiegati con l’idioma locale avrebbero un altro « gusto » rispetto all’italianizzazione dei nomi di quei prodotti. Noi eravamo impegnati a difendere gli interessi del mondo produttivo e lavorativo del Nord. Loro facevano i concorsi alla Rai e la maggioranza dei telegiornalisti e dei presentatori sono romani» » (Corriere della Sera, 13 di agosto 2009). L’assenza delle lingue sulla Rai è davvero clamorsa, ma, lo si vede, lo scopo è ancora e sempre quello di denunciare i fanulloni di Roma in particolare e del Sud in generale.

 

[5] Faccio cifra tonda ; per più di precisione, si veda dirrettamente l’indagine.

 

[6] Si veda al riguardo i miei posts: Dialectophones, femmes et nègres, même combat ! e L’histoire au secours du plurilinguisme.

 

[7] Le dialetto est « del tutto inadeguato a fronteggiare la moderna vita civile. Anzi, tra poco non lo sarà neppure più l’ italiano. Già oggi ci sono domini del sapere, come la fisica o l’ informatica, in cui, se non si possiede l’ inglese, non si conosce il linguaggio di quelle scienze. »

 

[8] Francesco Alberoni, « Ormai l’italiano è solo un dialetto europeo, parliamo inglese », Corriere della sera, 23 VII 1978.

 

[9] Su Gomorra, cfr. mio post: Gomorra. Le néoréalisme « dialectal » à l’épreuve des préjugés)

 

[10] « … il sardo, che pure, a differenza degli altri idiomi italiani, non è un dialetto ma una lingua (già, chi sa perché di questo nessuno parla) ».

 

[11] Ad esempio su un forum in cui intervengono più che altro partigiani della Lega, il ricorso che si può capire a questi argomenti d’autorità da parte di un internauto per lo meno perplesso di fronte a quelli che rifiutano la nozione:

«Mah!
Esiste un corso universitario « Dialettologia italiana » che fa parte della facoltà di Lettere.

Esiste « l’Istituto di Fonetica e Dialettologia » del CNR

Esiste una rivista « Rivista Italiana di Dialettologia ».

Tutti s’interessano dello studio e della tutela dei dialetti italiani. »

 

[12] Coletti si referisce molto probabilmente a questa nota del diario di Pavese: « L’ideale dialettale è lo stesso in tutti i tempi. Il dialetto è sottostoria. Bisogna invece correre il rischio e scrivere in lingua, cioè entrare nella storia, cioè elaborare e scegliere un gusto, uno stile, una retorica, un pericolo. Nel dialetto non si sceglie – si è immediati, si parla d’istinto. In lingua si crea. Beninteso il dialetto usato con fini letterari è un modo di far storia, è una scelta, un gusto ecc. ». Si tratta di un interessante compendio di tutti i pregiudizi che si potevano e che si possono tuttora avere, in Italia come altrove, riguardo gli idiomi considerati non-lingue, o, che è lo stesso, lingue senza storia (sciocchezza ovviamente), lingue d’istinto e non di creazione. Il semplice fatto di scrivere, però, e quindi di riconoscere che sono in grado, così come le « vere » lingue di essere usate per creare, esprimere dei gusti, sviluppare una retorica, ecc. introduce il dubbio e la confusione in questa partizione, anzi la distrugge.

 

[13] « In Italia non c’ è regione, città, e persino paese, che non abbia il suo dialetto. Da quello di Gizzeria, tipico di alcuni paesi calabresi, al Tabarkino parlato a Carloforte, in Sardegna. Fra galloitalici del Nord, veneti, toscani, centrali, meridionali, siciliani, sardi, se ne contano la bellezza di seimila. Molto diversi uno dall’ altro. Anche all’ interno della stessa regione quando appaiono simili. In alcuni casi solo per accenti e inflessioni, come tra Palermo e Catania, in altri casi anche per le parole. Persino nelle isole della laguna di Venezia si parlano dialetti diversi: quello di Burano non è uguale a quello di Pellestrina. »

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03 septembre 2009

Enseignement des « dialectes » italiens : le test de la Lega Nord



dialetti

carte (non fiable) des « dialetti » empruntée à Wikipedia (article Dialetto)

il est d'ailleurs écrit dessous :

Rappresentazione intuitiva e approssimativa dei dialetti parlati nelle varie regioni italiane

c'est-à-dire : « représentation intuitive et approximative des dialectes parlés dans les diverses régions italiennes »

 

 

Enseignement des « dialectes » italiens : le test de la Lega Nord

 

L’exigence que la Lega Nord, parti appartenant actuellement à la coalition gouvernementale en Italie, a récemment (27 juillet) cherché à imposer au sein de la commission Culture de la Chambre des députés qui prépare actuellement la réforme du système scolaire, de soumettre les candidats à l’enseignement à un « test visant à montrer leur connaissance de l’histoire, de la tradition et du dialecte de la région où ils veulent enseigner »[1], a soulevé un véritable tollé en Italie, à la fois pour de très bonnes et de très mauvaises raisons. Cela a donné surtout l’occasion à une troupe serrée de journalistes et d’intellectuels, de droite comme de gauche, parmi lesquels des linguistes de profession et comme on le verra des personnages de grande renommée, d’étaler au grand jour, sans presque aucune voix dissonante, une série de préjugés imbéciles sur toutes ces langues qui font de la péninsule une mosaïque d’une incroyable richesse.

 

La Lega Nord et les dialetti

 

Il faut dire que, selon moi, rien ne saurait faire plus de tort à la cause de ces langues que l’idéologie xénophobe et anti-sudiste de la Lega dont l’exigence en question (d’ailleurs aussitôt retirée en ce qui concerne justement le test de dialetto), était une émanation directe. En effet, les justifications mêmes données par la parlementaire leghiste Paola Goisis sur ce qui devrait être, selon son parti, un test « préalable » aux concours d’enseignement, désormais étroitement régionalisés, ne laissent aucun doute à ce sujet. Les titres ne devraient pas être premiers, mais passer au second plan, au motif qu’ils seraient « souvent achetés. De sorte qu’ils ne constituent pas une garantie de l’adéquation de l’enseignant ». Et surtout le but tout à fait avoué est de faire barrage aux professeurs venus du sud du pays : il s’agirait, selon la même Goisis, « d’obtenir une substantielle égalité entre les professeurs du Nord et ceux du Sud. Car il n’est pas possible que la majeure partie des professeurs qui enseignent au nord soit des méridionaux ». On voit très bien l’inconséquence et l’inconsistance radicale de la Lega en la matière, car la question « dialectale » intéresse absolument toutes les régions (même la Toscane, comme on le sait) alors que, spontanément, le dispositif de test linguistique est ici conçu comme devant servir à exclure en fait par avance des concours (et quelle que soit la matière enseignée) tous les professeurs venus du sud, ce qui aurait d’ailleurs forcément pour effet d’exclure aussi les voisins du nord ! On peut constater le même campanilisme et la même inconséquence de la Lega dans toutes ses interventions sur les dialetti ; elle n’a pas même l’intelligence tactique de chercher l’adhésion, sur ce sujet qui intéresse l’ensemble du pays, des régions du Sud. Cela apparaît de manière éclatante par exemple dans le projet de loi sur l’enseignement des dialetti soumis au Sénat le 21 mai dernier, qui demandait explicitement que soient reconnues comme langues (et entrent ainsi dans le cadre de la loi de tutelle des « langues minoritaires »), le vénitien et le lombard, sans prendre en compte d’autres pseudo-dialectes du sud qui se trouvent pourtant dans la même situation, comme ceux parlés en Campanie ou en Calabre[2].

Quant à l’usage de la langue écrite, sa promotion, dans les faits, n’a semble-t-il pas été une priorité de la Lega, s’il est vrai que le quotidien du parti, la Padania, dont Bossi est le directeur, dans le sillage de la polémique sur la question que l’on vient de voir, le 13 août dernier, présentait comme un acte révolutionnaire une première page en vénitien, dûment traduite en italien. L’opportunisme est évident, car il y a longtemps que – en toute bonne logique – cela aurait dû être le cas. Le gros titre est de la Lega pur sucre : A Cgil siopara contro el Nord (« La Cgil [syndicat majoritaire des ouvriers italiens] fait grève contre le Nord »). On y trouve aussi un article sur les dialetti, au titre qui sent la propagande à plein nez : Lengue e dialeti xe el futuro dei zóvenilangues et dialectes sont le futur des jeunes »). Le très intéressant blog Dialetticon a du reste mis en évidence l’incohérence graphique de cette page. Le jour suivant, la première page du journal parut en piémontais (titre : Coj partì alergich a la Lega : Ces partis allergiques à la Ligue), puis, pour le 15 août, en lombard (Salari e dialètt, la nòstra battalia : Salaires et dialecte, nostre bataille), toujours avec traduction italienne en regard.

Ce qui étonne l’observateur étranger que je suis, attaché à supporter la presse dans les langues minorées, c’est justement que la Lega ne se soit découverte une telle mission que si tardivement et qu’elle reste finalement si frileuse, sur un terrain où, en effet, tout reste encore à faire en Italie, n’en déplaise à tous ceux qui poussent des cris d’orfraie, quand ils ne se contentent pas d’éclater de rire, à l’idée même que l’on puisse imaginer que les « dialetti » puissent être, en effet, des langues de transmission de la culture et de l’information.

C’est me semble-t-il la même chose sur le terrain de l’éducation. La Lega, là où elle règne, n’a – pour ce que j’en sais – guère développé et supporté l’enseignement qu’elle fait semblant de réclamer désormais à cor et à cri, au-delà de quelques rares heures ici ou là par semaine, ni ne semble avoir envisagé des centres de formations des maîtres, et ne s’intéresse visiblement pas du tout à l’extension d’une telle mesure à l’ensemble du pays, dont elle voudrait se séparer (ce qui n’est certes pas une bonne raison pour se désintéresser des langues des autres, et révèle combien ce parti est a la vue courte et la pensée étroite). La Lega, sans doute inspirée de loin – de très loin – par les expériences françaises et surtout espagnoles, revendique en tout cas depuis quelques années, et à contre courant de la plupart des autres partis italiens, leur enseignement. Bossi a fait à ce sujet, le 2 août dernier, des déclarations fracassantes, évoquant l’enseignement du « dialetto » dans l’école Bosina fondée, entre autres par sa femme à Varese en 1998, et promettant à mi-mot, et non sans provocation, qu’un tel enseignement, que cela plaise ou non, serait prochainement étendu à l’école publique[3]. D’autres déclarations faites à la presse le 14 du même mois, démontrent le stupéfiant déficit de réflexion pédagogique de Bossi ; à propos des difficultés pour trouver un méthode d’enseignement, il confia en effet : « Ma femme, qui s’en occupe depuis des années, dit qu’elle doit être liée à la musique, au rythme, au façons de dire, à quelque chose qui ait une cadence quasi musicale »[4]. Le même jour, il aurait répondu à l’objection inévitable du nombre élevé de dialectes en Italie (voir infra) : « Ne t’inquiète pas, quelqu’un qui parle milanais parle dans toute la Lombardie »[5]. Réponse vraiment significative : le problème des dialectes et de leur enseignement, pour Bossi, se limite visiblement à sa propre zone, et si le choix du milanais comme langue standard de communication (et d’enseignement ?) pour toute la Lombardie n’était pas visiblement la simple boutade de quelqu’un qui n’a jamais sérieusement réfléchi à la question, ce serait là bien sûr là une décision pour le moins inquiétante.

Le parti, comme je l’ai dit, par l’entremise de son président au sénat, a déposé un projet de loi (le jeu des partis rendant de toute façon tout à fait improbable son adoption), où sont mis au premier plan des revendications nordistes, sans que n’apparaisse aucune allusion aux horaires, aux contenus, aux méthodes ou à la formation des maîtres.

Pour ma part, je ne saurais évidemment être contre le principe d’enseigner les dialetti, et je trouve très dommage que d’autres partis et d’autres courants d’opinion ne saisissent pas l’occasion pour se faire l’écho d’une autre conception, ouverte sur la diversité, inclusive et non pas exclusive, élective et non pas sélective de l’enseignement des langues minoritaires reconnues et des « dialetti » qui ne le sont pas encore. Car, ce que je constate, c’est d’une part le manque de compétences pédagogiques et intellectuelles des membres et partisans de la Lega en la matière (l’idée même d’instaurer un « test » de dialetto en dehors de toute formation pédagogique préalable,est éminemment révélatrice, et montre bien qu’il s’agit de « trier » seulement ceux qui sont d’ici et les « étrangers »), et d’autre part la réduction du dialetto à un instrument, un véhicule idéologique… et de quelle idéologie ![6] Cette appropriation, dans le débat public, de la question de la promotion et de l’enseignement des dialetti par un parti – et quel parti ! – cette espèce d’identification qui est faite aujourd’hui entre défense des dialetti et Lega, et cette démission des autres partis sur cette question, cet abandon peut-on dire des dialetti à la Lega, sont des nouvelles très tristes pour l’avenir des langues vernaculaires de toute l’Italie et pour les formes de relations sociales et de cultures locales qui se vivent encore aujourd’hui un peu partout dans la péninsule en ces langues.

L’unique analyse équilibrée et sensée, parmi la centaine d’articles que j’ai pu parcourir sur le sujet (car tous en fait tombent dans le piège de la Lega en identifiant la question des dialectes au problème posé par l’existence même de la Lega), est celle de Gian Antonio Stella, le 30 juillet sur le Corriere della Sera : « Il est dommage qu’une bataille juste, celle de la réhabilitation, y compris à l’école, des langues locales parlées par Verga et Pavese, Gadda et Fenoglio, aujourd’hui écrasées par une mixture d’italien de télé à la big brother, soit avilie par une fanfaronnade instrumentale balancée par les leghistes, avec des accents lourdement anti-unitaires, pour des questions de boutique ».

 

Lega

propagande anti immigration de la Lega

(trad. : Il n'y a pas de place pour tout le monde)

 

La Lega comme pierre de touche

 

Le fait est, en tout cas, que cette démarche récente de la Lega, associée à d’autres déclarations de ministres membres du même parti concernant les « dialetti » (présence de chansons en « dialetto » au festival de Sanremo, doublage par Rai3 de séries télé, etc.[7]) a servi de pierre de touche, révélant le degré en vérité effrayant d’impréparation et surtout de retard, je dirai même d’archaïsme, de provincialisme (alors que la terreur de passer justement pour des « provinciaux » nourrit la honte de nombre d’Italiens face à la relative vitalité de leurs dialetti, là où la France a su mettre bon ordre…) des élites italiennes comparées aux autres pays européens (au moins par rapport à l’Espagne, au Royaume Unis, et pour le coup y compris comparativement à la France) dans l’appréhension de la question de l’enseignement (et donc de la transmission) de ces langues, dont la plupart sont aujourd’hui menacées, mêmes si elles restent souvent plus parlées qu’ailleurs. Car, s’il existe bien une loi de tutelle (la fameuse loi 482/ 1999 sur les « minorités linguistiques »), comme le faisait remarquer récemment Philippe Martel sur ce blog, elle ne prend nullement en charge, ni d’ailleurs véritablement en compte, l’enseignement, et de plus elle trace une ligne de partage absolument illégitime à mes yeux entre certains de ces dialetti (mot généralement utilisé pour désigner tous les parlers historiques distincts de la « langue » nationale) élevés à la dignité de langue et comme tels relevant de la loi (parmi lesquels l’occitan et le franco-povençal, aux côtés du frioulan, du ladin, du sarde, et des parlers albanais, catalan, germanique, grec, slovène, croate et français), abandonnant les autres à leurs statut minoré d’idiomes indignes d’une véritable reconnaissance linguistique et culturelle. Il y a sans doute une relation, hélas, entre cette relative vitalité et cet archaïsme des positions adoptées, renforcé également par le fait que l’italien n’est une langue parlée par tous les citoyens que depuis fort peu de temps, et il est clair, comme on le verra à travers quelques citations, que pour beaucoup, aujourd’hui encore, le « dialetto » est ce parler auquel il a fallu s’arracher pour accéder à la promotion sociale. C’est parmi ces derniers, qui ont renié avec difficulté et douleur, que l’on trouve les plus violents opposants à toute valorisation et tutelle des « dialetti » (en général ceux-là se refusent du reste à faire la moindre distinction entre langues reconnues et dialetti, et donc nomment tout ce qui n’est pas italien « dialetto », un peu comme l’on disait naguère « patois » en France, pour désigner aussi bien le basque que le normand, l’alsacien que le corse). Mais il se pourrait – c’est le seul espoir que l’on puisse avoir à l’issue de la lecture de la presse transalpine cet été absolument déprimante sur la question – que sur ce point, comme sur d’autres, la société civile soit plus avancée que ses représentants et ses savants, car l’on trouve partout en Italie des gens qui tiennent à leur « dialetto » et font tout leur possible pour le transmettre (c’est-à-dire pour transmettre un certain type de relation aux lieux et aux êtres, le « dialetto » n’étant certainement pas une fin en soi), même s’ils imaginent rarement que l’école puisse – et doive – y contribuer. Ceci dit, les initiatives et revendications locales, en diverses zones (surtout là où la loi reconnaît l’existence d’une langue), sont parfois très fortes et le plus souvent tout à fait étrangères à la Lega.

 

Les données dune enquête

 

Avant d’examiner le florilège, il faut quand même dire deux mots sur les chiffres utilisés dans la presse, qui font comprendre l’importance des pratiques linguistiques recouvertes sous le terme de « dialetto », mais aussi leur évolution rapide et leur fragilité. Les italiens disposent d’une enquête Istat réalisée en 2006 et publiée l’année suivante, reposant sur un panel a priori suffisamment représentatif (24.000 familles et 54.000 individus, sur 853 communes, de tailles différentes et réparties sur tout le territoire). L’échantillon est beaucoup plus réduit que celui de l’enquête Famille de 1999 en France, mais beaucoup mieux distribué et contrôlé. C’est elle que reprend par exemple Roberto Bianchin dans la Repubblica du 30 juillet, fromages et diagrammes à l’appui. Toute l’enquête repose sur la dichotomie italien/ dialetto, jamais mise en question : le mot s’en trouve évidemment conforté dans sa légitimité et la notion réifiée, puisque toute l’étude repose sur la présupposition que partout dans le pays, il existe une même réalité linguistique, que l’on peut tranquillement étudier, en toute objectivité. D’ailleurs on ne demande même pas aux locuteurs s’ils se représentent la langue vernaculaire comme dialetto ou langue, bref la distinction établie par la loi 482 tombe, au profit du vieux terme consacré et dégradant, alors même qu’il est désormais en débat.

L’enquête montre en tout cas que, globalement, l’usage exclusif de l’italien augmente alors que l’emploi du dialetto recule considérablement et surtout rapidement, du moins comme langue exclusive en famille et avec les amis. 45,5% de la population parle principalement sinon exclusivement l’italien en famille (soit une estimation de plus de 25 millions) ; 48,9% avec les amis et 72,8% avec les étrangers (entendu par là ni famille, ni ami ; cette catégorie n’en est pas moins très insatisfaisante, qui ne distingue même pas les connaissances des inconnus). Ceux qui utilisent principalement, voire exclusivement le dialetto en famille forment 16% de la population, soit tout de même quelque chose comme 8 millions et 800 mille personnes ; 13% avec les amis et 5,4% seulement avec les étrangers. La confrontation avec les chiffres de 1988 est extrêmement alarmante. A parler seulement ou principalement dialetto en famille ils étaient 32% en 1988 : une division par deux donc en dix ans ! Aujourd’hui, s’il y en a encore 32% dans la classe d’âge de 65 ans et plus, il n’y en a plus que 8% dans la classe des 6-24 ans. Par contre l’usage mixte, italien et dialetto, est très important : 32,5% en famille (32,8% avec les amis et 19% avec les étrangers). J’en déduis arithmétiquement que l’Italie reste un pays où plus de 48% de la population pratique d’une façon ou l’autre la langue vernaculaire. Il semble donc que lorsqu’on se moque de Roberto Calderoli, le ministre de la Lega parce qu’il affirme que plus de 40% de la population parle « dialetto », celui-ci reste en dessous des statistiques officielles. Il y a évidemment des régions où la langue vernaculaire est plus parlée qu’ailleurs : au coude à coude, on trouve la Calabre (74%[8] le parlent en famille), la Campanie (72%), la Sicile (71%), la Basilicate (71%) et la Vénétie (70%).

Comparativement à la France, on le voit, le bassin et les ressources sont évidemment immenses, même si la dégradation semble rapide, surtout dans un contexte où il règne une sorte de consensus pour affirmer que la perte est irréversible, beaucoup disant de plus qu’elle est bénéfique, parce que signe de modernisation et d’instruction. Il est sûr en tout cas que si vous allez en Italie et ouvrez les oreilles, vous pourrez constater un peu partout une densité d’usage tout à fait similaire à celle que j’ai notée dans mon dernier post pour l’occitan parlé en Val Maira

 

Arguments contre l’enseignement des dialetti

 

Les arguments fournis dans la presse et sur le net pour récuser ou tourner en dérision la proposition de la Lega d’enseigner les dialetti sont désespérément répétitifs et, en fait, nous autres français les connaissons déjà pour la plupart, même si chez nous certains ont désormais perdu dans l’opinion une bonne partie de leur crédibilité et de leur pertinence (le fossé qui s’est créé me semble sur ce point évident, et il devient abyssal par rapport à l’Espagne). Il n’est pas moins important de les recenser et de les analyser si l’on veut en produire une critique cohérente et efficace. Je les passe d’abord rapidement en revue : les dialetti sont des handicaps sociaux et culturels pour ceux qui les parlent ; ils n’ont pas de littérature ; ils n’ont pas de graphie fixée ; ils ne cessent de changer (et donc ne sont pas enseignables !) ; ils sont beaucoup trop nombreux (leur nombre rend impensable une quelconque transmission par l’école) ; leur enseignement conduirait à une mauvaise maîtrise de la langue nationale, voire même au morcellement et à l’éclatement du pays ; il n’existe pas de maîtres pour les enseigner ; et enfin (argument qui résume en fait tous les autres) ils ne sont pas des « langues » à part entière et ne sauraient s’enseigner, du fait de l’étroitesse supposée de leurs fonction, et de leur dépendance affirmée de l’italien. L’ensemble de ces arguments peuvent se ramener en fait à deux énoncés généraux qui se renforcent l’un l’autre, le premier à prétention descriptive, le second proprement prescriptif : 1- les dialetti ne peuvent être enseignés (ils ne sont pas enseignables) 2 – les dialetti ne doivent pas être enseignés. Soit dans les termes propres du célèbre intellectuel marxiste Alberto Asor Rosa, dans un article paru dans l’Unità du 17 août en réponse au ministre léghiste Zaia qui l’avait traité de « réactionnaire », pour ses positions sur la question : « porter les dialectes dans les écoles comme matière d’enseignement ne se peut faire, ni ne doit se faire »[9].

 

Les dialetti ne sont pas des lingue

 

Allons à l’argument premier, déterminant, essentiel : les dialetti ne doivent pas et ne peuvent être enseignés, car ils ne sont pas des « langues ». L’historien de la langue italienne Vittorio Coletti, auteur d’un important dictionnaire en collaboration avec le non moins célèbre Francesco Sabatini (voir à son sujet sur ce blog Dialectophones, femmes et nègres, même combat ! et L’histoire au secours du plurilinguisme), l’affirme par exemple, après et avec beaucoup d’autres, dans l’article qu’il publie sur la Repubblica du 31 juillet. Pour lui, ce n’est qu’au prix d’une équivoque dommageable, que « le » dialetto (le singulier est évidemment ici, comme ailleurs, en lui-même on ne peut plus problématique) est nommé « langue ». Il est une langue du point de vue « grammatical », mais non d’un point de vue « fonctionnel » et Coletti d’expliquer doctement qu’ « une langue est telle lorsque l’on peut faire en elle tous les discours de la culture d’un pays. Demandez à un étudiant d’utiliser le dialecte pour répondre à des questions d’algèbre ou demandez à un médecin qu’il vous fasse un diagnostic en dialecte »[10]. Hé bien, c’est exactement ce que l’on fait dans les écoles bilingues chez nous, en (ex)patois, ce qui prouve qu’une langue (au sens grammatical) est toujours ouverte à toutes les fonctions, même si socialement, toutes ne lui sont pas accessibles. C’est vrai d’ailleurs dans l’autre sens, la langue noble ne s’abaisse pas à certaines fonctions, laissées au dialetto (certaines chansons et histoires obscènes par exemple) : il n’est donc pas vrai que la langue officielle dans ce cas serve à tenir tous les discours de ce qui constitue la culture (même si elle en a bien sûr la capacité). Cela est d’ailleurs désormais vrai, dans l’autre sens : Coletti lui-même reconnaît que l’italien, comme le français, ne peut plus être employé pour les publications de nombreuses disciplines scientifiques (ce fut longtemps le cas pour les domaines de culture réservés au latin) où l’anglais tend à devenir exclusif : il doit alors admettre, selon son propre critère, que la langue dans laquelle il écrit est en train de devenir un dialetto, ce qui devrait le rendre plus bienveillant d’ailleurs à l’égard des autres…[11] Ce devenir dialecte de l’italien n’est du reste pas chose nouvelle, s’il est vrai que Francesco Alberoni l’affirmait déjà en 1978…[12]

Plusieurs journaux, à commencer par la Repubblica (cf. article de Bianchin du 31 juillet) et blogs ont rapporté les propos de Pierfranco Bruni, président d’un certain Centro Studi e Ricerche à Carosino dans les Pouilles. Celui-ci a affirmé que « l’Italie est une nation, qui se caractérise en effet culturellement par la variété des formes dialectales qu’il ne faut pas confondre avec les « autres langues » définies comme minoritaires »[13]. C’est plus ou moins l’esprit de la loi 482, réactualisation de la vieille partition, complètement erronée, entre idiomes allogènes, langues étrangères nichées dans la péninsule, et idiomes indigènes (parmi lesquels seul l’italien standard est « langue »). Pourtant Bruni appelle de toute urgence à une refonte de la loi, apparemment (il n’est pas très clair sur ce point) parce qu’il considère que certaines langues reconnues comme telles par la loi ne devraient pas l’être, comme le frioulan (voir la réponse des frioulans du Comitât 482), et aussi parce qu’il réclame un statut de tutelle spécifique pour les dialectes (mais exactement de quel type ? Cela n’est pas clair non plus). En outre, il est gêné par le syntagme de « minorités », et voudrait le voir remplacé par celui de « présences minoritaires » (je ne vois cependant pas la raison de cette « subtilité »…). Evidemment, l’affirmation selon laquelle la variation dialectale serait une spécificité de la « nation » italienne est fausse et archi-fausse : elle est une donnée universelle. Il se trouve seulement que l’Italie est parmi les pays européens où cette variation est aujourd’hui encore la plus vive, nonobstant l’imposition d’un standard national.

Mais surtout, selon le même Bruni, « les dialectes ne sont pas des « structures » linguistiques minoritaires. Elles sont le vrai tissu d’appartenance à un territoire au sein d’un processus qui vise rigoureusement à la défense de la culture italienne. Les dialectes ne sont pas des langues autres par rapport à la langue italienne et renforcent l’identité de la langue d’une nation »[14]. On comprend tout de suite quel est l’objectif idéologique : s’opposer à la Lega Nord et à son instrumentalisation sécessionniste des dialectes (et sans doute à d’autres groupes autonomistes éventuels), mais cela est opéré au prix de contorsions sémantiques qui font apparaître les dialetti comme solidaires, inséparables et bien sûr étroitement dépendants de l’italien, dans la mesure où justement ils ne font pas langue par eux-mêmes, et qu’il leur est attribué une fonction patriotique  d’unité culturelle et linguistique… dans la diversité ! Tout cela ne sont que des mots et ne correspond absolument pas à l’histoire (les dialectes, dans leur relation avec ce qui était depuis fort longtemps la langue standard, existaient bien avant que l’Italie existât comme nation), ni surtout à la réalité linguistique, extrêmement variable en effet, et où l’on trouve tous les degrés de proximité et d’éloignement par rapport à l’italien standard. L’on peut sans doute proposer un ensemble dialectal cohérent qui constituerait la langue italienne, avec et à côté de la langue standard, mais cela ne change rien au fait que les dialectes sont des langues en ce sens premier et essentiel de leurs capacités multifonctionnelles, déniées par Coletti (voir supra), et prouvées pourtant par l’existence d’une très riche littérature « dialectale », sur laquelle peu ont le courage d’insister. Dès lors que l’on reconnaît cette capacité, évidemment, leur relation avec la langue nationale s’en trouve foncièrement modifiée, du moins pour les locuteurs qui en prennent conscience, mais notons que cela n’implique absolument pas l’introduction d’une relation de concurrence conflictuelle avec la langue nationale, comme en effet la Lega a tendance à vouloir présenter les choses (au nom des racines, de l’identité, etc.), mais tout au plus d’émulation réciproque dans le cadre d’un bilinguisme désormais étendu à tous les locuteurs « dialectaux ».

Mais cette situation d’instabilité créée nécessairement par la revalorisation des dialetti, à travers la manipulation de la Lega, est souvent interprétée comme le signe annonciateur de la fin de l’unité italienne. C’est ainsi que, dans l’Unità du 14 août, Giulio Ferroni, excellent spécialiste de l’histoire du théâtre, s’opposant au slogan de la page de La Padania en vénitien que j’ai déjà cité (« langues et dialectes sont le futur des jeunes »), affirme qu’à travers cette promotion concurrentielle des dialetti, l’on achemine à grand pas l’Italie vers « une fragmentation territoriale et mentale qui l’éloignera définitivement de l’Europe, qui jettera aux orties toute la grande tradition internationale de notre culture et de notre économie »[15], alors que lui-même rappelle que les « dialectes (et une grande littérature dialectale) ont justement œuvré à travers un échange avec l’identité nationale »[16]. Asor Rosa, parle dans le même esprit du « jeu d’intégrations et renvois, non seulement entre dialectes et langue italienne, mais entre cultures et identités locales et identités nationales », qu’il considère « non comme une limite, mais comme une richesse, une particularité italienne dans le champ européen ». Cela est vrai pour une bonne part, et le professeur rappele les « vers délicieux en frioulan du jeune Pasolini, fondateur de l’Accademia furlàn (…) ; ou le très savant usage de divers dialectes italiens chez un grand auteur comme Emilio Gadda » et d’ajouter enfin, dans une parenthèse : « parmi les plus récents, comment ne pas citer un poète exceptionnellement veneto comme Zanzotto ? »[17].

Mais alors, une fois encore, si l’on estime que les dialetti ont leur place dans l’économie linguistique et culturelle nationale, si l’on considère que la relation d’échange avec l’italien est vitale (ce qui peut parfaitement se soutenir), il ne faut pas les abandonner à la Lega, comme on le fait. On me dira que cet équilibre et cet échange impliquaient une relation de subordination et d’inégalité entre les dialetti multiples et muables et la langue une et (soi disant) immuable, que la Lega et tous ceux qui comme moi affirment que les dialetti sont des langues (pour des raisons cependant foncièrement différentes), refusent. En effet, l’équilibre est rompu, l’échange est compromis, tout simplement parce que les dialetti sont menacés de disparition, et l’on ne saurait espérer les sauver qu’en leur accordant la dignité culturelle qu’on leur a toujours refusé jusqu’à présent : autrement dit la relation entre la langue nationale et les dialetti ne pourra jamais plus être ce qu’elle était au bon vieux temps (un temps évidemment complètement mythifié d’harmonie et d’échange entre dialetti et italien). Le simple geste de faire du dialetto une parole capable d’exprimer la totalité de la condition humaine et d’une situation sociale et politique, comme le fait Garrone par exemple dans Gomorra, que des millions de gens ont vu, même si cette langue apparaît liée dans ce film avec ce que la société péninsulaire produit de pire, hé bien, le regard sur le dialetto, et la relation que ceux qui le parlent entretiennent avec lui, ne peut pas ne pas changer (voir ici, Gomorra. Le néoréalisme « dialectal » à l’épreuve des préjugés). C’est cette nouvelle réalité culturelle qu’il s’agit d’affronter, fondée sur l’égale dignité des langues et des cultures, alors que la vision dominante parmi les intervenants cités ici qui veulent faire pièce à la Lega, se réfère en fait à une situation désormais révolue ; comme si les représentations, le vocabulaire, les cadres d’appréhension de la réalité linguistique étaient restés bloqués dans le passé : quand ils dénoncent le passéisme des dialetti, c’est en fait leur propre archaïsme qu’ils trahissent. 

Il faut bien sûr commencer par affirmer, avant toute discussion ultérieure, que les dialetti sont des langues, font langue, même si c’est justement sur ce terrain que campent les partisans de la Lega (je renverrai d’ailleurs ici à la critique qu’un journaliste de la Lega, Gioann March Pòlli, a faite de ces déclarations de Pierfranco Bruni). Affirmer l’inverse, parce que c’est là un cheval de bataille (plétorique et rhétorique) de la Lega, est le signe d’une grande faiblesse politique, l’incapacité d’aller chercher justement les leghistes sur leur propre terrain. Il règne à ce sujet, tout au contraire, une cacophonie ridicule, où ceux qui s’expriment trahissent d’abord leur ignorance : Asor Rosa, par exemple, dans l’article déjà cité, ne va-t-il pas jusqu’à affirmer doctement, comme un fait de science, que le sarde est le seul des idiomes vernaculaires qui ne soit pas un “dialecte”, mais une “langue”?[18] On le voit, c’est tout au plus dans une île, un territoire bien séparé de la botte, que l’on peut imaginer l’existence d’une langue, sans que cette reconnaissance ne vienne menacer l’unité symbolique de la nation !

Mais en effet, soutenir que la notion de dialetto telle qu’elle est communément utilisée est trompeuse, est très difficile en Italie, sans verser dans l’anti-intellectualisme primaire de la Lega, et d’abord du fait de l’autorité de cette science que l’on nomme « dialectologie »[19], présente dans la plupart des universités transalpines, partie de la linguistique dont l’objet d’étude est les « dialectes » en tant que distincts des « langues » (en l’occurrence surtout la langue italienne standardisée et officielle, car cette science, comme elle est pratiquée en Italie, est très péninsulaire), disons les idiomes variables et non standardisés ; un champ de savoir qui serait parfaitement légitime s’il ne faisait fond sur une distinction erronée entre « dialecte » et « langue », et qui se sent menacé outre-Alpes par le rejet qu’une partie minoritaire mais non négligeable de l’opinion fait de la notion même de dialetto, comme elle est au moins entendue spontanément en Italie, dans une relation de privation et de négation par rapport à La langue (standardisée et officielle). Or, c’est bien ce sens là qui reçoit une élaboration linguistique ou prétendue telle ; l’usage que la dialectologie fait du terme dialecte et celui qu’en fait le langage commun, se recoupent et même, pour l’essentiel, sont congruents. Il se passe ainsi exactement ce qui se passe chez nous pour les quelques linguistes qui restent attachés à la notion de « patois », malgré leurs palinodies embarrassées à ce sujet (voir sur ce blog, Le patois des linguistes). Cela, évidemment, n’empêche nullement que, d’un point de vue linguistique, il soit opportun et même nécessaire de conserver la notion de dialecte (à la différence de celle de « patois » dont on peut très bien faire l’économie, comme le font d’ailleurs les dialectologues italiens !), pour désigner les variétés constitutives des langues, mais ce sens alors devient radicalement équivoque par rapport au sens usuel italien. Cette définition du dialecte, que l’on trouve dans tous les dictionnaires (mais hélas souvent confondue avec l’autre) n’empêche nullement, mais implique plutôt d’affirmer l’égale dignité linguistique de tous les dialetti au même titre que les « langues » reconnues par la loi 482/ 1999. Tant que les linguistes, dialectologues en l’occurrence, n’auront pas débarrassé leur science des plus visibles préjugés sociaux et culturels que celle-ci traîne avec elle, la critique qu’en font tous ceux qui récusent le statut de locuteurs de second rang (car c’est bien de cela qu’il s’agit, et qui est insupportable, et toutes les palinodies dialectologiques, finissent par réaffirmer la hiérarchie qu’elles veulent contester, voir en particulier, ici même, le texte d’Amedeo Messina à ce sujet) est légitime du point de vue de la linguistique elle-même, sans avoir besoin d’entrer dans le moindre discours idéologique.

 

L’italien en péril, l’Italie menacée

 

On en revient toujours au même point : le dialecte, confiné à son statut de sous-langue, s’il peut faire l’objet d’une science particulière, s’il est jugé intéressant de l’étudier, n’est évidemment pas digne d’être enseigné. Tous les critiques des propositions de la Lega le répètent en chœur : quelle idée que de vouloir enseigner les dialetti à l’heure où il vaudrait mieux enseigner les grandes langues étrangères (c’est-à-dire principalement, sinon exclusivement l’anglais) et surtout l’italien, qui serait actuellement frappé d’une dégénérescence fatale (d’ailleurs surtout du fait de l’introduction de vocables du même anglais !) ! Bianchin dans son article fourre-tout de la Repubblica, cite le metteur en scène Maurizio Scaparro, théoricien de la « confusion des langages », lequel, après avoir dit que le « dialecte reste une force entière » (l’intérêt des gens de théâtre pour les dialetti, en Italie, n’est pas à démontrer, on l’a souvent constaté ici, avec Franco Scaldati, Emma Dante, etc.), ajoute que ce qui l’inquiète le plus est que « de plus en plus de gens le parlent mal [l’italien] et sont en train de lui substituer un semi-anglais de comptable »[20]. Asor Rosa renchérit : « Si un Gouvernement voulait justement se décider à s’occuper de questions linguistiques, il y aurait un problème de filtrage, de renforcement et d’enrichissement de la langue italienne communément parlée, souvent abâtardie par l’usage et peu corrigée par l’école. En un temps d’immigration de masse – et donc, comme on dit, d’intégration –, il serait opportun que quelqu’un s’en occupât ; et au contraire personne n’en parle »[21]. Preuve que Asor Rosa ne lit pas ses confrères, qui répètent tous la même chose ! Je ne me risquerai pas à aller fouiller dans ce que peut bien sous-entendre l’idée suivant laquelle une langue plus pure, moins abâtardie, permettrait une meilleure intégration.

On entend à peu près la même chose au sujet du français (voir les analyses de P. Encrevé, dans le livre coécrit avec M. Braudeau, voir sur ce blog Pour une critique de la religion de la langue)… Ce n’est pas ici le lieu de discuter de la terreur d’une contamination mortelle de l’anglais et des considérations sociales auxquelles le motif donne lieu (chez Scaparro la figure du ragionere, du comptable, qui ne saurait évidemment parler anglais correctement), sinon pour constater qu’elle ne concerne jamais les dialetti dans ces diatribes, c’est-à-dire le fait que les cosidetti dialetti eux-mêmes (cf. surtout un dialetto urbain comme le napolitain) sont pénétrés de mots dérivés de l’anglais. Mais l’argument est bien : on ne peut pas s’occuper d’enseigner les dialetti, à l’heure où toutes les forces doivent être mobilisées contre l’anglicisation de la langue nationale.

Tout aussi nombreux sont cependant ceux qui continuent d’affirmer que l’une des causes principales de la soi-disant mauvaise qualité de l’italien ce sont les dialetti eux-mêmes ! Comme l’acteur vénitien Lino Toffolo, cité dans le centon de Bianchin déclarant que le problème majeur est « que pour nous l’italien est la première langue étrangère »[22]. Raffaele Simone, linguiste de renommée internationale, interrogé par la même Repubblica du 30 juillet comme « expert » du dossier, estime que « malheureusement le pourcentage de gens qui parlent et écrivent un italien correct est encore terriblement bas » (on voudrait bien voir les chiffres, et surtout les critères de cette terrible bassesse), et la persistance des dialetti n’y serait pas pour rien. Pourtant, et heureusement selon lui, le processus de déclin des dialetti est irréversible : « l’affaiblissement du dialecte remonte aux années 70 et c’est un parcours inévitable dans une société en voie de modernisation. Disons bien qu’il faudrait bien autre chose que la Lega pour faire changer les choses ». Et à la question de savoir qu’est-ce qui a contribué à son « extinction quasi définitive » (la journaliste, Irene Maria Scalise n’y va pas par quatre chemins !) ? Simone répond : « la vie réelle. Outre l’école, il y a les voyages, Internet et le cinéma »… Il n’imagine pas un seul instant donc, sérieusement, que l’école puisse prendre en charge les langues locales, que Internet puisse véhiculer des textes et des chansons en dialetti, qu’il existe des forums dans ces langues et que le cinéma italien, depuis quelques années, multiplie les films tournés en dialetto (on a eu l’occasion d’évoquer ici des réalisateurs comme Garrone, Diritti, Crialese, Mereu). Mais s’il en est ainsi, si le dialetto est mourant, quasi définitivement éteint (voir pourtant l’enquête Istat supra) pourquoi s’alarmer ? Par crainte d’un terrible retour aux ténèbres de l’ignorance : « Notre pays est dans une phase d’italianisation qui dure depuis désormais trente ans et retourner en arrière serait absurde ». Pour Simone en effet, l’enseignement des dialectes ne saurait être un gain en matière de bilinguisme ou de plurilinguisme, mais seulement un retour en arrière, une involution. Pour Asor Rosa l’enseignement des dialectes ne manquerait pas d’introduire une opposition entre idiomes locaux et langue nationale, et serait carrément susceptible d’entraîner « la dissolution de l’assemblage national et un retour en arrière vers une situation bestiale, tribale, qui d’ailleurs, en Italie n’a jamais existée »[23].

Et à la question – à mon avis parfaitement crétine – de savoir comment peut se concilier l’enseignement des dialetti et celle des langues étrangères, le grand « expert » Simone répond sans hésiter : « sans aucun doute un dialectophone ne peut qu’être pénalisé. Ceci parce qu’il aura besoin d’un troisième passage mental dans la traduction »[24]. On se demande comment un linguiste de profession et de renommée comme lui, peut sur ce point être à ce point aveuglé par ses préjugés sociaux, pour asséner une telle ânerie, contredite absolument par toutes les études de psycholinguistique acquisitionnelle (voir par exemple l’étude de Jasone Cenoz sur l’acquisition de l’anglais par les bilingues basque-espagnol) : le dialectophone serait selon Simone contraint d’abord de traduire mentalement ce qu’il veut dire en italien avant de pouvoir le traduire en une autre langue ; il ne saurait passer directement de son dialetto à une langue étrangère digne de ce nom ! Cela est absurde et ridicule : comme si la connaissance d’un dialetto était un écran ou obstacle s’interposant entre la langue nationale et les autres, comme si parler un dialetto était une tare linguistique, une sorte de pathologie de la parole inhibant l’apprentissage des langues étrangères ! Et puis, les faits sont là : les centaines de milliers d’italiens qui ont émigré dans le vaste monde, et qui souvent ne parlaient pas ou peu l’italien, n’en ont pas moins appris les langues étrangères, tout en continuant à pratiquer le vénitien, le napolitain ou le calabrais en famille et entre amis ! Tout au contraire de Simone, Gian Antonio Stella, spécialiste des courants migratoires italiens, cite sur le Corriere della Sera du 30 juillet, le grand Luigi Meneghello, qui enseignait la littérature à l’université de Reading : « qui maîtrise son propre dialecte apprend ensuite mieux l’italien, l’anglais et même l’allemand ».

Malgré tout ce qu’ils peuvent avoir, à mes yeux au moins, d’intellectuellement indécents et malhonnêtes, les propos de Simone sont invoqués par le syndicat enseignant ANIEF, qui réagit lui-même à la proposition de la Lega, en disant qu’il faut « surtout enseigner un parfait italien, plutôt que d’imposer par la loi des ghettos régionaux »[25]. Tâche noble et valeureuse que d’enseigner l’italien « parfait », d’autant plus qu’aucun critère ne saurait exister pour juger de la perfection en matière de maîtrise d’une langue…

 

Malédiction sociale et dépravation culturelle

 

Ce qui reste profondément ancré dans les esprits, c’est l’idée que l’école est faite pour enseigner l’italien, préalable de toute réussite sociale, autrement dit non pas pour conforter la dialectophonie, identifiée à la fois à la pauvreté et à l’ignorance, mais au contraire pour lutter contre elle. Mais dès lors que l’on cesse de considérer les dialetti comme la sentine de toutes les ignorances et superstitions, mais  qu'on les envisage comme des langues chargées de mémoire, de culture et donc de savoir (oui de savoir), alors évidemment que les choses peuvent changer. On le voit avec l’apprentissage précoce du bilinguisme langue « régionale » / langue « nationale », par exemple au pays basque espagnol, dans les réseaux bilingues privés et publics en France, au Pays de Galles, etc. Si l’écrivaine Lidia Ravera, qui est intervenue dans l’Unità le 30 juillet, avait une vision un tant soit peu européenne, elle trouverait moins « bizarre » que l’on puisse enseigner le dialetto, ce qu’elle appelle une « magnifique régression », vantant l’heureuse époque où la télévision libérait « la lower class [en italien dans le texte !] de la condamnation au dialecte »[26]. Le dialetto a pu être, comme ce que l’on appelait le « patois » chez nous, une malédiction sociale pour qui ne parlait pas la langue nationale, cela est certain, mais refuser – du même coup – quand on se dit attaché à la classe ouvrière, quand on écrit dans l’Unità (journal de gauche s’il en fut), de considérer, en dépit de cette sélection imposée par la langue des signori, la valeur culturelle, émotive, civilisationnelle de ce qui se disait, chantait, etc. en dialetto, est tout aussi, selon moi, « bizarre ». Quant à l’œuvre civilisatrice de la télévision, il y aurait bien des choses à en dire…

Vittorio Coletti évoque lui aussi cette tare sociale, comme une chose heureusement révolue avec la diffusion de l’italien : « Je ne crois pas qu’il y ait encore des familles en Italie exclusivement dialectophones et s’il y en avait, je proposerais de les confier à l’assistance publique parce qu’elles les élèvent dans un milieu culturellement démuni »[27]. La proposition, même s’il s’agit d’un raisonnement hypothétique, me semble tout à fait révélatrice et ne laisse pas de rappeler les dispositions par lesquelles, en certains pays de colonisation (Canada, Australie, etc.), on arrachait des enfants à leurs familles pour les éduquer et les sauver d’un « milieu culturellement démuni ». Et Coletti d’ajouter : « Je ne veux pas dire, avec Pavese[28], que le dialecte est désormais sous-histoire. Mais sans aucun doute aujourd’hui, le dialecte ne coïncide pas avec l’histoire ; c’est un refuge sympathique dans l’album de famille, tout à fait inadéquat à affronter la vie civile moderne »[29]. Pour ma part, je pense que si la vie civile moderne consiste à envoyer à l’assistance publique les enfants des citoyens qui ne se soumettent pas impérativement aux normes culturelles en vigueur (pourquoi d’ailleurs, tant qu’on y est, ne pas ajouter une obligation de consommation télévisuelle civilisatrice ?), alors, en effet, il est temps d’inventer une forme de vie civile nouvelle, plus tolérante et plus accueillante aux différences, où la mémoire familiale ne serait plus seulement un « sympathique refuge », mais aussi une source d’enrichissement culturel et souvent, oui, de civisme. Certes, pour cela, ce n’est pas du côté de la Lega, alors, que l’on se tournera.

 

Un pays de 6000 langues

 

Comme je l’ai dit, le précepte selon lequel en aucun cas il ne faut enseigner les dialetti, s’accompagne de l’affirmation suivant laquelle il est de toute façon impossible de le faire.

« Un pays de 6000 langues » : C’est le titre que la Repubblica a choisi pour son dossier sur les dialetti, le 31 juillet dernier. Il est illustré par une carte ridicule où figurent 100 façons de désigner la chauve-souris dans la péninsule, une illustration spectaculaire, mais fallacieuse, car tout le monde sait, ou devrait savoir, que la variabilité du vocabulaire n’a rien à voir avec la diversité des « langues », pas même avec celle des dialectes (plusieurs mots peuvent désigner la même chose dans un même ensemble dialectal). En fait la liste de ses innombrables façons de dire « chauve-souris » est probablement dérivée (indirectement, sans aucun doute) du vénérable atlas linguistique Sprach-und Sachatlas Italiens und der Sudschweiz - Atlas linguistique et ethnographique de l'Italie et de la Suisse méridionale, 1928-1940. Or, comme Francesco Granetiero le spécifie sur son blog, sur la base du même atlas, à la différence des mots les plus usuels qui ont une distribution bien définie (« capo » et « testa » par exemple), il n’en va pas du tout de même de « pipistrello » (chauve-souris), diversifiée de manière très largement anarchique[30]. Autrement dit, la carte est certes spectaculaire, mais ne donne aucune indication sur les réelles différenciations linguistiques de la péninsule italienne ; mais l’important est de convaincre le lecteur de la prolifération anarchique et babélienne des « langues » (c’est pour le coup le terme utilisé en dépit de tout espèce de bon sens et de sérieux) en Italie : pas moins de 6000, c’est-à-dire à peu près le même nombre que l’on compte habituellement pour la planète entière ! L’article de Bianchin à ce sujet est un tissu de confusions et d’âneries manifestes, qu’aucun élève de première année de linguistique (et a fortiori de dialectologie) n’oserait faire, même s’il rejoint les lieux communs populaires sur le sujet : « En Italie, il n’y a pas de région, de ville, et même de village qui n’ait son dialecte » (vu le nombre de villages italiens, il lui faudrait alors ajouter au moins un ou deux zéro !), et pour distinguer un dialetto d’un autre, tout et n’importe quoi sert de critère, jusqu’à l’accentuation et même l’inflexion[31]. Asor Rosa, pour prouver que l’« on ne peut pas » enseigner les dialectes, déclare qu’« il n’existe aucun dialecte de Padanie (il ne manquerait plus que ça !) ni de lombard, ni de vénitien, etc. etc., mais, pour le peu qu’il en reste, le milanais, le varésien, le pavésien, le trévisan, le padouan, le vénitien, jusqu’à l’infinie pulvérisation de chaque bourg et de chaque village »[32]. Vittorio Coletti, dans l’article déjà cité, dit en fait la même chose : « le dialecte est par principe fragmenté et différent d’une localité à l’autre »[33]. Littéralement, cela est bien sûr faux, tout élément de variation ne suffit pas à identifier un dialecte (ni a fortiori une langue) en linguistique, sinon il faudrait dire en réalité que les dialetti sont proprement innombrables, impossibles à nombrer, puisque la variation, d’autant plus qu’elle est considérée à tous les niveaux (phonétique, morphologique, syntaxique), est virtuellement infinie. Des critères de différenciation existent, évidemment, mais on évite dans ces articles d’y avoir recours, pour montrer qu’étant innombrables, les dialetti sont inenseignables.

Ce qui apparaît surtout de manière éclatante, dans les réactions aux propositions de la Lega, est l’absence de réflexion sur l’existence de langues polynomiques, et partant de toute idée de constitution de standards (d’ailleurs la notion même de standard semble exclue par celle-là même de dialecte, entendue à l’italienne), qui permettent des formes écrites communes respectueuses des variations dialectales et des enseignements transversaux qui ne soient pas niveleurs. L’une des affirmations qui revient le plus souvent est en effet qu’il est impossible d’enseigner les dialetti en l’absence de modèles référentiels. Elle est accompagnée du corollaire suivant : quand un tel modèle est choisi, comme La Padania, qui opte dans sa fameuse première page (voir supra) le vénitien parlé à Venise, cela ne manque pas de se faire au détriment de toutes les autres variantes. C’est tout le raisonnement de Dario Fo dans le même numéro de la Repubblica : « la demande de la Lega d’imposer aux enseignants l’étude du dialecte est complètement insensée. A quels dialectes fait-elle référence ? Prenons une région comme la Lombardie : il y existe au moins vingt variations différentes, toutes avec une structure différente l’une de l’autre. Le dialecte que l’on parle à Bergame possède son lexique, sa phonétique, son mode de concevoir la pensée, sa rythmique sonore du langage. Mais les formes du dialecte bergamasque sont différentes de celles utilisées par un habitant de la partie de Lombardie qui regarde l’Émilie comme de celles de ceux qui vivent au Nord-Est, près de la Vénétie. Mantoue, Bergame et Brescia sont trois villes qui ont un lexique autonome et différent parce qu’elles ont derrière elles une histoire très différenciée : les bergamasques ont été assujettis par les vénitiens, les autres sont restés libres de cette domination et de tout autre domination. Un raisonnement semblable vaut aussi pour les provinces qui subissent l’influence ligure ou pour ceux qui vivent à la frontière du Piémont, région par rapport à laquelle il existe de grands sauts linguistiques »[34]. Tout cela est vrai dans l’ensemble (on pourrait discuter sur les différences de « structure » et sur pas mal d’autres points), mais Dario Fo découvre l’eau chaude ! Cette variabilité, comme il en est convaincu lui-même, fait toute la richesse de la matière linguistique ; elle est donc un puissant argument en faveur de l’enseignement, car en effet, c’est toute l’histoire locale et donc régionale que l’examen des langues conduit à interroger, et il est pour le moins hâtif et dommage d’en conclure que face à une telle diversité et à une telle richesse, hé bien, du fait des lacunes (au moins prétendues) du savoir, aucun enseignement n’est possible. En écrivant ces lignes je pense évidemment, aux enseignants de langue et de culture catalanes, bretonnes, basques, occitanes, etc. qui font leur travail ! Bien sûr, qui dit enseignement, dit prise en charge, en amont des professeurs du primaire et du secondaire, autrement dit formation universitaire : celle-ci, selon Dario Fo et tous les autres est inenvisageable, impensable, proprement surhumaine – et en sourdine beaucoup ajoutent : fastidieuse et inutile.

D’autres enfin, comme Asor Rosa, affirment que l’enseignement achèverait le « dialecte », car il est « de par sa nature mobile et inconstant, irrégulier et fier de l’être, et le réguler signifierait finir de le tuer »[35]. C’est exactement, vous l’aurez reconnu, l’argument des « patoisants », ce à quoi l’on peut au moins rétorquer que de ne pas les enseigner ne les empêche pas de disparaître. Il est évident que l’enseignement et la diffusion de l’écriture agissent en retour sur la langue parlée, cela est inévitable ; la mutabilité, qui a d’ailleurs ses règles, s’en trouve affectée et le respect polynomique lui-même ne peut empêcher des recentrements dialectaux et donc une certaine standardisation, mais la question est de savoir si l’on estime que ces langues méritent un futur ou bien si on fait le choix de les envoyer aux poubelles de l’histoire.

La question, en l’occurrence, est celle des choix culturels et universitaires de la nation et régions. Elle est aussi le problème de méthode et de pédagogie, que nous connaissons bien, du passage d’un enseignement sur la langue (les disciplines existent, on a évoqué l’importance de la dialectologie et de l’histoire linguistique en Italie) à un enseignement en langue, qui puisse évidemment aussi avoir pour objet la langue elle-même. La manière dont Dario Fo traite la question montre combien la classe intellectuelle italienne est hélas désemparée, démunie, impréparée à relever un tel défi culturel : « A qui revient la tâche d’élaborer un texte technique et scientifique sur ces langues ? Où sont ces professeurs capables de former une classe de nouveaux maîtres enseignant les dialectes ? Le problème de fond n’est pas seulement celui de la connaissance des termes utilisés mais aussi le fait culturel ethnico-historique. […] Ce serait une très belle chose que de récupérer tout ce patrimoine culturel lombard et de l’Italie tout entière : mais comment compte-t-on faire ? La réalité est que pour analyser une telle transformation culturelle qui s’est produite au cours du temps, il faudrait des siècles. Il est ridicule de prétendre qu’un professeur sache comment analyser la progression liée aux dialectes, aussi parce que cela serait inséparable d’une connaissance très profonde de l’histoire et de la tradition de chaque zone. Pour former cette nouvelle classe de maître, ensuite, il faudrait des spécialistes, une masse de chercheurs qui aient accompli une enquête extraordinaire sur les idiomes et qui les aient profondément analysé. […] Personnellement je ne connais pas un seul chercheur qui soit capable d’enseigner un dialecte de manière sérieuse et complète et de rédiger un manuel technico-scientifique-lexical de ce type »[36].

Mais pourquoi Dario Fo exige-t-il des enseignants des dialetti ce qu’il ne songerait jamais à demander aux enseignants d’italien… ou des langues étrangères ? Évidemment, qu’en matière d’enseignement des langues, toutes les connaissances linguistiques et historiques sont bienvenues, mais pourquoi l’enseignement des dialetti nécessite-t-il cet énorme appareil d’érudition ? Pour éviter les dérives et appropriations idéologiques indues comme celles dont la Lega se rend responsable ? Mais on peut dire exactement la même chose pour l’italien et ce que les fascistes ont tenté et tentent toujours d’en faire, maintenant qu’ils sont au gouvernement, aux côtés de la Lega du reste… Certes l’histoire et la linguistique sont des remparts nécessaires contre ces dérives, mais pour que vive une langue, l’urgence est toujours la même, avant toute forme d’élaboration théorique et d’érudition historique : il faut la parler et la transmettre. A la société italienne de décider si les dialetti, toujours vivants mais largement menacés, méritent ou non d’être transmis par l’école. La classe des intellectuels semble répondre fermement par la négative, et l’observateur français que je suis, bien placé pour connaître les ravages du monolinguisme d’État, ne peut que le déplorer.

Je terminerai, une fois n’est pas coutume, par une note d’autosatisfaction : en suivant ces débats italiens, nous voyons en France le chemin parcouru, du simple fait que nous sommes parvenus à imposer le syntagme de « langues régionales » en lieu et place du « patois », y compris dans la bouche des ennemis les plus farouches à leur tutelle et à leur enseignement : il a fallu hélas attendre pour cela qu’elles aient presque disparu, et que naisse une conscience certes encore ténue mais effective de l’ampleur du désastre. En ira-t-il de même en Italie ?

Jean-Pierre Cavaillé

Lega

hé oui la Lega, c'est ça !

(trad. "Ils ont subi l'immigration , maintenant ils sont dans des réserves")

Lega

et la Lega, c'est encore ça...

 

lega

Et pour finir cette affiche bien abjecte pour les élections régionales
(trad. Devine qui est le dernier ?
pour les droits au logement, au travail et à la santé)


 

[1] « un test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare »

[2] « Tra le lingue irragionevolmente escluse compaiono sicuramente la lingua veneta e la lingua piemontese, ad oggi ancora usate da alcuni milioni di parlanti in diversi Stati. In entrambi i casi, si tratta di idiomi che hanno rivestito un’importanza strategica in ambito culturale e che vantano un’autonoma produzione letteraria.

Per questo motivo, il presente disegno di legge intende includere il veneto e il piemontese tra le lingue tutelate dalla Repubblica ai sensi della richiamata  legge n. 482 del 1999 »

[3] « … Umberto Bossi, il quale parlando ad un comizio nel lecchese torna a puntare il dito sulla scuola, convinto più che mai che il dialetto «non è una cosa minore rispetto all’economia o ai decreti per superare la crisi». Il ministro per le Riforme ricorda che nella scuola Bosina, fondata anni fa dalla moglie, tra le lingue insegnate c’è anche il dialetto e ha richiesto «fatica enorme» trovare chi potesse insegnarlo. Cita anche le poesie che lui stesso ha scritto in dialetto e la biblioteca con libri dialettali, a partire dai dizionari, che ha collezionato negli anni. Tutto questo perché secondo il ministro il dialetto è un valore da difendere dal rischio di scomparsa. Le cose però, tuona il senatur, adesso stanno cambiando. «Fino all’anno scorso uno come Van de Sfroos - non avrebbe potuto partecipare al Festival di Sanremo. Ma il sistema o crolla o accetta i cambiamenti».

Sur le site de l’école (où domine un discours terrible caractérisé par l’usage incantatoire de l’adjectif possessif à la première personne du pluriel : « notre histoire », « nos traditions », « notre territoire », « notre dialecte » ou « notre langue ») ne figure aucune indication horaire de cet enseignement.

[4] « Mia moglie, che se ne occupa da anni, dice che deve essere legato alla musica, al ritmo, ai modi di dire, a qualcosa che abbia una cadenza quasi musicale »

[5]Non ti preoccupare, uno che parla milanese parla in tutta la Lombardia », Quotidiano.net, 14 di agosto 2009.

[6] Un exemple, cette déclaration du ministre de l’agriculture Luca Zaia : «Le lingue sono ricchezze che appartengono ai popoli e non alle burocrazie. Penso al mio Veneto. È una lingua usata in modo trasversale rispetto alle varie classi della società. Si parla nei consigli di amministrazione, nelle aziende, nelle fabbriche, a tutti i livelli. È il significato di mille anni di storia e non la difesa di una volontà dell’ amarcord. Dietro la difesa identitaria c’ è la difesa di una cultura, di una tradizione, della storia del nostro popolo » (« Les langues sont des richesse qui appartiennent aux peuples et non aux bureaucraties. Je pense à ma Vénétie. C’est une langue utilisée de façon transversale par rapport à toutes les classes de la société. On la parle dans les conseils d’administration, dans les entreprises, dans les usines, à tous les niveaux. C’est la signification de mille ans d’histoire et non la défense d’une volonté d’amarcord [= une nostalgie]. Derrière la défense identitaire, il y a la défense d’une culture, d’une tradition, de l’histoire de notre peuple »). Le « dialecte » est langue du « peuple » versus « bureaucratie », ce qui ne l’empêche pas de dire fièrement qu’en Vénétie il est utilisé dans l’administration ! On notera qu’il parle de défense « identitaire » en des termes tout à fait consonant avec ceux du Bloc identitaire français, parce que l’identité est pensée dans une relation d’exclusion et de minoration, voire de mépris de l’autre (en l’occurrence les immigrés, les terroni du sud et les journalistes et intellectuels feignants - une sorte de pléonasme pour la Lega – de la capitale).

[7] « «La Rai non fa nulla per promuovere la cultura locale e i risultati sono sotto gli occhi di tutti», ha detto Zaia intervistato a Klauscondicio. «Rai 3 doveva occuparsi della valorizzazione della lingua locale, della storia e della cultura delle diverse realtà regionali ed è invece diventata un canale fortemente ideologizzato che ha altri scopi. Non ci sarebbe nulla di male a presentare un programma in dialetto», prosegue il ministro. «In quei programmi dove si presentano proprio la territorialità e i prodotti tipici, per esempio, i piatti spiegati con l’idioma locale avrebbero un altro "gusto" rispetto all’italianizzazione dei nomi di quei prodotti. Noi eravamo impegnati a difendere gli interessi del mondo produttivo e lavorativo del Nord. Loro facevano i concorsi alla Rai e la maggioranza dei telegiornalisti e dei presentatori sono romani» », Corriere della Sera, 13 août 2009 (trad :  « «La Rai ne fait rien pour promouvoir la culture locale et les résultats sont devant les yeux de tous », a dit Zaia interviewé par Klauscondicio. «Rai 3 devait s’occuper de la valorisation des langues locales, de l’histoire et de la culture des diverses réalités régionales et, au lieu de cela, elle est devenu un canal fortement idéologisé poursuivant d’autres fins. Il n’y aurait rien de mal à présenter un programme en dialecte », poursuit le ministre. «  Dans ces programme où l’on présente son propre territoire et ses produits typiques, par exemple, les plats expliqués dans l’idiome local auraient un autre « goût » par rapport à l’italianisation des noms de ces produits. Nous étions occupé à défendre les intérêts du monde productif et travailleur du Nord. Eux passaient leurs concours à la Rai et la majorité des journalistes télé et des présentateurs sont des romains » »). L’absence des langues sur la Rai est en effet criante mais, comme on le voit, le but est encore et toujours de stigmatiser les fannulloni (feignants) de Rome en particulier et du sud en général.

[8] J’arrondis les pourcentages, on se reportera directement à l’enquête, pour plus de précisions.

[9] « portare i dialetti nelle scuole come materia di insegnamento non si può e non si deve ».

[10] « Il primo equivoco è che il dialetto sia chiamato lingua. Una lingua dal punto di vista grammaticale, ma non lo è dal punto di vista funzionale. Una lingua è tale quando in essa si possono fare tutti i discorsi della cultura di un paese. Chiedete a uno studente di usare il dialetto rispondendo a domande di algebra o pretendete dal medico che vi faccia la diagnosi in dialetto. »

[11] Le dialetto est « del tutto inadeguato a fronteggiare la moderna vita civile. Anzi, tra poco non lo sarà neppure più l’ italiano. Già oggi ci sono domini del sapere, come la fisica o l’ informatica, in cui, se non si possiede l’ inglese, non si conosce il linguaggio di quelle scienze. »

[12] Francesco Alberoni « Ormai l'italiano è solo un dialetto europeo, parliamo inglese », Corriere della sera, 23 VII 1978.

[13] « L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi con le “altre lingue” definite minoritarie. »

[14] « « I dialetti non sono “strutture” linguistiche minoritarie. Sono il vero tessuto di appartenenza ad un territorio all’interno di un processo che punta rigorosamente alla difesa della cultura italiana. I dialetti non sono lingue altre rispetto alla lingua italiana e rafforzano l’identità della lingua di una Nazione. ».

[15] « … affermano in dialetto veneto che «Lengue e dialeti xe el futuro dei zoveni». Ma certo, vista l’incredibile irresponsabilità di certe uscite di questi giorni, si ha l’impressione che i giovani si vogliano portare allo sbaraglio, chiudendo l’Italia futura in una frantumazione territoriale e mentale che l'allontanerà definitivamente dall’Europa, che getterà alle ortiche tutta la grande tradizione internazionale della nostra cultura e della nostra economia. ».

[16] « … i dialetti (e una grande letteratura dialettale) hanno operato proprio in uno scambio con l’identità nazionale… »

[17] nella mia recente Storia europea della letteratura italiana questo gioco d’integrazioni e rimandi non solo fra dialetti e lingua italiana ma fra culture e identità locali e identità e cultura nazionale è tenuto continuamente presente ed è considerato non un limite ma una ricchezza, una peculiarità italiana in campo europeo. Questo gioco arriva fin quasi ai nostri giorni. Basti ricordare i deliziosi versi in friulano del giovane Pasolini, fondatore dell’«Accademia furlàn», o i suoi successivi (meno felici) esperimenti nel romanesco dei Ragazzi di vita; o l’uso sapientissimo di vari dialetti italiani da parte di un grande come Carlo Emilio Gadda (e fra i più recenti, come non citare un poeta eccezionalmente veneto come Zanzotto?)

[18] « … il sardo, che pure, a differenza degli altri idiomi italiani, non è un dialetto ma una lingua (già, chi sa perché di questo nessuno parla) »

[19] Soit sur un forum où interviennent des partisans de la Lega, le recours bien compréhensif à ces arguments d’autorité d’un internautes pour le moins perplexe face à un autre rejetant la notion :

« Mah!
Esiste un corso universitario “Dialettologia italiana” che fa parte della facoltà di Lettere.

Esiste “l’Istituto di Fonetica e Dialettologia” del CNR

Esiste una rivista “Rivista Italiana di Dialettologia”.

Tutti s’interessano dello studio e della tutela dei dialetti italiani. »

[20] «Io credo che il dialetto rimanga una forza integra - spiega - il fatto è che sta cambiando il mondo, e che ai dialetti di base si stanno aggiungendo nuove lingue. Ma quello che mi preoccupa di più è che sta diminuendo l’ italiano, nel senso che sono sempre di più quelli che lo parlano male, e lo stanno sostituendo con un semi-inglese da ragionieri ».

[21] « Se mai, se proprio un Governo decidesse di occuparsi di questioni linguistiche, ci sarebbe un problema di filtraggio, irrobustimento ed arricchimento della lingua italiana comunemente parlata, spesso imbastardita dall’uso e poco corretta dalla scuola. In tempi d’immigrazione di massa - e dunque, come si dice, d’integrazione - sarebbe opportuno che qualcuno se ne occupasse; e invece nessuno ne parla »

[22] « … per noi l’ italiano è la prima lingua straniera », Bianchin ne cite pas source, ni en ce cas, ni dans les autres, du reste…

[23] C’est ce qui se déduit clairement du le passage suivant : « Voglio dire insomma che nella storia italiana le particolarità locali, anche quelle di natura linguistica, sono sempre state ricondotte nell’alveo di una possente spinta unitaria: le due cose non possono non stare insieme, pena la dissoluzione della compagine nazionale e un ritorno all’indietro verso una situazione ferina, tribale, che peraltro, ripeto, in Italia non c’è mai stata. A questo fine portare i dialetti nelle scuole come materia di insegnamento non si può e non si deve ».

[24] « «Purtroppo è ancora spaventosamente bassa la percentuale di chi parla, e scrive, un italiano corretto» […]. Come si concilia il dialetto con lo studio delle lingue straniere sempre più indispensabili ? « Sicuramente un dialettofono può essere solo penalizzato. Questo perché avrà bisogno di un terzo passaggio mentale nella traduzione. […] Il nostro Paese è in una fase d’ italianizzazione che dura ormai da trent’ anni e tornare indietro sarebbe assurdo. L’indebolimento del dialetto risale agli anni ’70 ed è un percorso inevitabile in una società in via di modernizzazione. Diciamo pure che ci vuole ben altro che la Lega per far cambiare le cose ». Cosa ha contribuito alla sua estinzione quasi definitiva? « La vita reale. Oltre allo studio ci sono i viaggi, Internet e il cinema » ».

[25] « L’ ANIEF  chiede al ministro, insieme a Raffaele Simone, se non è il caso d’insegnare soprattutto un perfetto italiano invece d’imporre per legge ghettizzazione regionale. »

[26] « Anche quell’idea bizzarra di imporre l’uso del dialetto nelle scuole (già smentita, ma questo è lo stile della maggioranza): non è una magnifica regressione? Quand’ero bambina, la nascente televisione, nel suo antico ruolo (poi abbandonato) di servizio pubblico, si faceva un vanto di liberare la “lower class” dalla condanna al dialetto. Insegnò l’italiano agli italiani, la televisione. Alfabettizzò gli analfabeti ».

[27] « Non credo che ci siano ancora famiglie in Italia solo dialettofone e, se ci fossero, proporrei di affidarne i figli ai servizi sociali perché li fanno crescere in ambienti culturalmente deprivati. »

[28] J’ai retrouvé la source grâce à Google books : il s’agit d’une note de journal de Pavese : « L’ideale dialettale è lo stesso in tutti i tempi. Il dialetto è sottostoria. Bisogna invece correre il rischio e scrivere in lingua, cioè entrare nella storia, cioè elaborare e scegliere un gusto, uno stile, una retorica, un pericolo. Nel dialetto non si sceglie – si è immediati, si parla d’istinto. In lingua si crea. Beninteso il dialetto usato con fini letterari è un modo di far storia, è una scelta, un gusto ecc. » : « L’idéal dialectal est le même à toutes les époques. Le dialecte est sous-histoire. Il faut au contraire prendre le risque d’écrire en langue, c’est-à-dire entrer dans l’histoire, c’est-à-dire élaborer et choisir un goût, un style, une rhétorique, un danger. Dans le dialecte, on ne choisit pas – on est dans l’immédiateté, on parle d’instinct. En langue, on crée. Bien entendu le dialecte utilisé avec des fins littéraires est une façon de faire histoire, c’est un choix, un goût ». Il s’agit d’un intéressant concentré de tous les préjugés que l’on pouvait avoir et que l’on a encore en Italie, comme ailleurs, sur des idiomes considérées comme des non langues, ou se qui revient au même des langues sans histoire (ce qui est une absurdité), des langues d’instinct et non de création, etc. Le seul fait de les écrire cependant, et donc de reconnaître qu’elles peuvent aussi bien que les vrais langues servir à la création, exprimer des goûts, développer une rhétorique, etc. sème le trouble dans cette partition et la remet finalement complètement en cause.

[29] « Non voglio dire, con Pavese, che il dialetto è ormai sottostoria. Ma certo oggi il dialetto non coincide con la storia; è un simpatico rifugio nell’ album di famiglia, del tutto inadeguato a fronteggiare la moderna vita civile »

[30] « Diversamente da parole come "capo" e "testa", "rocca" e "conocchia", che come è ben documentato già dall'AIS, hanno una distribuzione ben definita, che permette di ricostruire la storia delle regioni in cui sono diffuse, la carta linguistica relativa al "pipistrello" non sempre presenta isoglosse continue o di facile esplicazione, in quanto i vari tipi lessicali si alternano e sono complicati da apporti paraetimologici di evidente natura fantastica, quanto non proprio di carattere giocoso-onomatopeico, che danno una visione dell'insieme spesso addirittura caotica »

[31] « In Italia non c’ è regione, città, e persino paese, che non abbia il suo dialetto. Da quello di Gizzeria, tipico di alcuni paesi calabresi, al Tabarkino parlato a Carloforte, in Sardegna. Fra galloitalici del Nord, veneti, toscani, centrali, meridionali, siciliani, sardi, se ne contano la bellezza di seimila. Molto diversi uno dall’ altro. Anche all’ interno della stessa regione quando appaiono simili. In alcuni casi solo per accenti e inflessioni, come tra Palermo e Catania, in altri casi anche per le parole. Persino nelle isole della laguna di Venezia si parlano dialetti diversi: quello di Burano non è uguale a quello di Pellestrina. »

[32] « non si può perché non esistono né il dialetto padano (figuriamoci) né quello lombardo né quello veneto, ecc. ecc., ma, per quel tanto che ne resta, il milanese, il varesotto, il pavese, il trevigiano, il padovano, il veneziano, fino alla infinita polverizzazione di ogni borgo e di ogni villaggio »

[33] « … il dialetto è per principio frammentato e differente da una località all’altra »

[34] Quant’ è insensata la richiesta da parte della Lega di imporre agli insegnanti lo studio del dialetto. A quali dialetti fa riferimento? Prendiamo una regione come la Lombardia: ci sono almeno venti variazioni differenti, tutte con una struttura diversa l’ una dall’ altra. Il dialetto che si parla a Bergamo ha un suo lessico, una sua fonetica, un suo modo di concepire il pensiero, una sua ritmica sonora del linguaggio. Ma le forme del dialetto bergamasco sono diverse da quelle che vengono utilizzate da un abitante di quella parte di Lombardia che si affaccia all’ Emilia così come da quelle di chi vive a Nord-Est, vicino al Veneto. Mantova, Bergamo e Brescia sono tre città che hanno un lessico autonomo e differente perché alle loro spalle hanno una storia molto diversificata: i bergamaschi infatti sono stati soggiogati dai veneziani, gli altri sono rimasti liberi da quella e altre dominazioni. Un ragionamento simile vale anche per le province che subiscono l’influenza ligure o per coloro che vivono al confine con il Piemonte, regione con la quale ci sono grossi salti linguistici ».

[35] « il dialetto, ovviamente, è per sua natura mobile e incostante, sregolato e fiero di esserlo,e regolarlo significherebbe finire di ucciderlo ».

[36] « A chi si rimanda, quindi, il compito di impostare un testo che sia tecnico e scientifico su queste lingue? Dove sono questi professori in grado di formare una classe di nuovi maestri che insegnino i dialetti? Il problema di fondo non è solo la conoscenza dei termini usati ma anche il fatto culturale etnico-storico. […] Sarebbe bellissimo recuperare tutto questo patrimonio culturale lombardo e dell’ Italia tutta: ma come si pensa di farlo? La realtà è che per analizzare una tale trasformazione culturale avvenuta nel corso del tempo ci vorrebbero secoli. È ridicolo pretendere che un professore sappia come analizzare la progressione legata ai dialetti, anche perché sarebbe inscindibile dalla conoscenza molto profonda della storia e della tradizione di ogni zona. Per formare questa nuova classe di maestri, poi, ci vorrebbero degli specialisti, una massa di studiosi che si sono fatti un’ indagine straordinaria sui linguaggi e che li hanno profondamente analizzati. […] Personalmente non conosco neanche uno studioso che sia in grado di insegnare un dialetto in modo serio e completo o di redigere un manuale tecnico-scientifico-lessicale di questo tipo. »

 

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23 août 2009

Brève incursion estivale en Val Maira

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Maison d'Elva (photographie de Patrizio Tamburrini)

Brève incursion estivale en Val Maira

J’ai fait cet été une brève escapade dans la Val Maira, l’une des vallées occitanes d’Italie, une incursion si brève (à peine deux journées), qu’il serait bien prétentieux de ma part de prétendre écrire quoi que ce fût d’un tant soit peu approfondi sur ces lieux magnifiques, que j’avais découvert, comme bien d’autres (au moins en Italie), grâce au film Il vento fa il suo giro (L’aura fai son vir ; Le vent fait son tour, pour une courte critique, voir sur ce blog). De Dronero, j’ai remonté la vallée le long du torrent, pris la route minuscule et un peu effrayante avec ses tunnels creusés sous la roche brute et ses à-pics, qui monte en serpentant jusqu’à Elva, espace alpin de toute beauté, archipel de hameaux aux grandes maisons de pierre, couvertes de larges lauses et bardées de coursives et de claies de bois sur deux ou trois niveaux. Là encore, on se fera une idée en visionnant cet excellent film très largement tourné en occitan qui, après avoir connu une diffusion difficile mais un succès retentissant en Italie, n’est toujours pas projeté en France. On peut aussi, très facilement, acheter le cd sur place, dans la plupart des boutiques de la vallée.

Cette présence in situ du film de Giorgio Diritti, comme de bien d’autres marques de la vie et de la présence culturelle de la langue occitane dans les villages de la vallée, est en fait la raison qui m’a poussé à consacrer ce post à ces lieux que je connais si mal.

L’usage de la langue y est d’abord d’une vitalité étonnante et ce n’est pas sans un grand plaisir mêlé d’un pincement au cœur que l’on arrive en ces lieux après une petite journée de voiture du Limousin où le reniement est quasi général et où les lieux de paroles se raréfient tous les jours un peu plus, dans l’indifférence de la plupart et même, a-t-on souvent l’impression, avec la satisfaction d’une partie importante de la population, soulagée de s’être enfin décrottée de son patois et même de son accent. Aller dans les Valadas c’est d’abord retrouver une densité d’usage de l’occitan que je n’ai connue pour ma part, chez moi, dans le Tarn et le Tarn-et-Garonne, que dans mon enfance, à la fin des années soixante ; sans doute est-elle même supérieure aujourd’hui encore à ce qu’elle était en Midi-pyrénées dans ces décennies d’après-guerre. On entend en effet la langue partout, dans les conversations devant les maisons, sur les places mais aussi dans les boutiques, et son emploi n’est pas réservé aux seules générations vieillissantes. Sur la place d’Elva, si haut dans la montagne, une affiche attestait de la représentation récente d’une comédie en langue…

J’ai demandé à une épicière de la vallée, la trentaine environ, que j’entendais parler avec sa mère et ses clients, si les enfants aussi connaissaient l’occitan. Elle m’a répondu que ceux auxquels on le parlait en famille oui, les autres non. J’ai demandé s’ils l’apprenaient aussi à l’école. Elle me dit que non, et qu’elle était tout à fait contre car, selon elle, si les enfants, du moins certains d’entre eux, commençaient leur apprentissage scolaire en occitan, ils auraient ensuite de sérieuses difficultés à acquérir l’italien. Son ton péremptoire m’ôta l’envie de lui vanter les mérites du bilinguisme précoce…

Quoi qu’il en soit, c’est bien de langue occitane que l’on s’entretenait et non de patois ; j’ai d’ailleurs pu noter que les gens parlent moins de « dialetto », selon le terme attitré partout en Italie pour les langues vernaculaires, que d’occitan, ce qui atteste d’une conscience linguistique inconnue ou plutôt récusée dans nos régions, même si l’échange que je viens de rapporter montre bien qu’on ne se libère pas de la diglossie d’un tour de main. Mais le fait que le terme d’occitan, les expressions italiennes de lingua occitana ou de lingua d’oc, ait pu prendre dans une population encore aujourd’hui largement occitanophone est tout à fait notable, d’autant plus que, relevant dialectalement du provençal (en fait plutôt le vivaro-alpin, mais provençal reste le terme le plus employé), la région aurait pu glisser dans un provençalisme transalpin fermé, voire hostile au reste du monde occitan. L’exemple des Vallate devrait donc suffire (mais il en faut beaucoup plus) à nous libérer de ce préjugé français qui voudrait que les locuteurs ne parlent que de (et le) patois, l’occitan étant réservé aux militants de la langue, qui seraient censés ne pas le parler ou parler autre chose. Or, dans les vallées occitanes de Piémont, l’influence en profondeur du travail militant est manifeste et constitue un exemple qui me semble aussi réfuter l’idée que les militants doivent nécessairement échouer dans leur travail de revalorisation parce qu’il remettrait en cause ce qui permettrait de maintenir la langue : le fait diglossique et la séparation fonctionnelle des deux registres français/patois ou italien/dialetto (voir Wüest et Kristol). Ma brève discussion avec l’épicière de Val Maira montre que, certes, le militantisme occitaniste ne suffit pas à renverser le fait diglossique, mais peut effectivement participer à une valorisation de la langue seconde, à une affirmation de sa dignité linguistique, inconcevable sans ce long et difficile travail de conscientisation, forcément en butte aux idéologies nationales, qu’elles soient italiennes ou françaises ; ce qu’il faut expliquer – bien sûr – étant le fait irrécusable que la défense et l’illustration de la langue seconde, en Italie, ne soient pas immédiatement perçues comme un dangereux ferment sécessionniste.

Pour ce qui est de la Val Maira et des vallées occitanes italiennes en général, l’importance qu’a pu avoir pour la revalorisation du parler comme langue auprès de la population la plus large, et son identification comme occitan, la présence de François Fontan (qui habitait dans la Valle Varaita (Val Varacha), de ses amis et disciples, est évidente, ce qui ne veut pas dire pour autant que les idées de Fontan sur la décolonisation et la promotion d’une nation occitane aient réellement influencé les idées et les pratiques politiques des habitants des Vallées. Je m’avance ici sans doute au-delà de ce que j’ai pu constater, mais une discussion avec Ines Cavalcanti et Dario Anghilante, qui habitent à l’orée de la vallée, à Roccabruna (La Ròcha) et qui ont eu la gentillesse de m’accueillir, et qui font sans nul doute partie des personnes les plus impliquées et les plus actives dans la vie de la langue et de la culture des Valadas – outre d’avoir tourné dans l’Aura fai son vir –, m’a convaincu du travail énorme réalisé en relation parfois ténue, parfois étroite, avec les idées anthropologiques et politiques de Fontan, sans que celles-ci, pour autant, se soient réellement imposées dans la société (le but n’étant pas ici de discuter ces idées).

J’avais rencontré Ines Cavalcanti à l’Estivada de Rodez, où elle tenait un stand, et j’avais noté cette présence forte des Vallées dans toutes les manifestations occitanes importante. Cette année encore Cavalcanti et Anghilante, dans le cadre de l’association Chambra d’òc, ont contribué à l’organisation de la longue marche de traversées de toutes les Alpes occitanes italiennes d’Olivetta San Michele jusqu’à Exilles, c’est-à-dire quasiment de la mer jusqu’au dessus de Turin (voir le parcours qui peut vous donnez une belle idée de randonnée au long cour), pour demander l’inscription de la langue occitane au patrimoine mondial immatériel à risque d’extinction, comme ils l’avaient déjà fait en 2008 avec l’initiative Occitània a pè, qui avait conduit des marcheurs des vallées italiennes jusqu’au Val d’Aran en Catalogne (1300 km). Chambra d’òc (on se reportera au site) est une association très dynamique, à vocation transversale (elle concerne toutes les vallées), pour la promotion de la langue et de la culture, y compris culinaire. Il faut aussi mentionner l’association d’organismes publics Espaci Occitan, sise à Dronero, et son musée multimédia Sòn de lenga, que je n’ai pu visiter, dont l’esprit, à en juger le site, est aussi manifestement influencé par l’approche fontanienne des minorités linguistiques.

En outre, il est important de dire l’occitan bénéficie dans les Vallées d’un soutien institutionnel encore impensable chez nous. La loi n° 482 du 15 décembre 1999 reconnaît un ensemble de « minorités linguistiques » (notion, comme on le sait, bannie en France), au rang desquelles figure l’occitan (ce faisant la loi en question introduit d'ailleurs une très contestable séparation entre ce qui seraient de vrais langues et de simples "dialectes" non pris en compte, mais cela est une autre affaire). Cette loi prévoit que les communes qui en font la demande peuvent bénéficier de cette reconnaissance et la plupart des communes intéressées ont effectivement effectué la démarche, ce qui est sans doute très important d’un point de vue symbolique, mais n’apporte que fort peu de moyens publics pour développer les initiatives aussi bien dans le domaine de la culture que dans celui de l’éducation (sur laquelle la loi n'intervient d'ailleurs pas directement, voir infra le commentaire de Philippe Martel).

En tout cas, le fait est que non seulement la langue s’entend partout, mais elle se voit– si je puis dire – partout aussi et cette visibilité est indissociable de cette reconnaissance permise par le cadre légal. Le touriste qui arrive à Cuneo (c’est de cette ville que l’on rejoint la plupart des vallées concernées) et va prendre quelques informations à l’office de tourisme ne peut pas ne pas apprendre qu’il va se rendre dans des zones occitanophones, car tous les dépliants et tous les guides (du moins les plus récents), les affiches mêmes en parlent et le montrent abondamment (pour mesurer la différence, allez faire un tour au Syndicat d’initiative de Limoges, ou même de Toulouse d’ailleurs !). On y trouve d’ailleurs des plaquettes distribuées gratuitement consacrées essentiellement au sujet. On m’a par exemple donné un livret bilingue italien/occitan sur la Valle Varaita, intitulé Òc : Terra e Lenga, où l’on trouve un texte sur l’identité occitane de Dino Matteodo, maire de Frassino, où vivait Fontan, et lui-même fontanien (membre du Movimento Autonomista Occitano) et des informations sur la géographie et l’histoire de la langue, assorties de développements très précis sur les deux graphies utilisées dans les Valadas : celle de l’École du Po, d’inspiration mistralienne (selon la plaquette, mais voir infra le commentaire de Philippe Martel), et la graphie classique. On distribue aussi gratuitement en français et en italien un Guide des Vallées occitanes de la province de Cuneo, très utile et très riche (il rend presque superfétatoire l’achat d’un guide en librairie), où les digressions sur la langue et sur les auteurs qui l’ont utilisées ou l’utilisent encore sont très nombreuses (on peut d’ailleurs se le faire envoyer).

On y trouve entre autres une très belle poésie d’Antonio Bodrero (Barba Tòni Baudrier), qui me semble dire beaucoup de ce que l’on peut ressentir en arrivant dans l’un de ces hameaux de montagne. Je vais le rapporter en conclusion, dans les deux graphies et avec une traduction, en espérant donner envie au lecteur de faire le voyage, comme j’ai moi-même grande envie d’y retourner dès que possible.

Que de clars[1]

Que de clars, beneits lhi uelhs, quora n’era un per meira

e la nuech lhi vitons trelhaven a far estelas ;

dien enca’ lhi estelas quora grinor lhi bòuca :

« Bafaratz, mas pas tròp ; qui cre pas vene a veire : nos sem lhi clars di meiras, nòvas, di vòstri reires ».

Quë dë quiar[2]

Quë dë quiar, bëneit i ouei, couro n’ero un për meiro

e la nouech i vitoun triàven a fâ ’stele ;

dìen ëncâ i ëstele couro grinour i boouco :

« Bafarà, me pas trô; qui cre’ pa vene a veire : nous sen i quiar di meire nove, di vosti reire ».

Combien de lumières

Combien de lumières, bénis les yeux, quand il y en avait une par chalet/

et la nuit les montagnards jouaient à faire des étoiles ;

les étoiles disent encore quand tendresse les regarde :

« Riez fort, mais pas trop ; qui n’y croit pas vienne voir :

nous sommes les lumières des chalets, les nouvelles de vos ancêtres »

J.-P. Cavaillé

[1] Graphie classique

[2] Graphie École du Po


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18 mai 2009

La langue de Dante (Emma), ou la puissance théâtrale du palermitain

 

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La langue de Dante (Emma), ou la puissance théâtrale du palermitain

 

Depuis quelques années, Emma Dante connaît un succès à mon sens tout à fait mérité dans toute l’Europe pour ses pièces de théâtre, qu’elle écrit et met en scène elle-même. Elle est aussi l’auteure d’un excellent roman publié en 2008, Via Castellana Bandiera. L’une des particularités de son théâtre, d’une extrême originalité et d’une très grande force dramaturgique est d’être dit (et écrit) en sicilien, plus exactement dans la langue parlée par les couches populaires palermitaines. C’est cette langue qui est utilisée également pour les dialogues de son roman, qui se déroule à Palerme et met en scène la folle obstination de deux automobilistes refusant de se céder le passage dans une rue étroite à double sens.

 

Le Pulle

 Sa dernière pièce, créée cette année, tourne en ce moment en France. Je l’ai vue le mois dernier au Théâtre du Rond-Point à Paris et elle sera présentée dans deux jours au théâtre de l’Union à Limoges. Elle est intitulée Le Pulle, mot palermitain qui signifie littéralement Les Putains, au plus proche du latin Puellae. Ici, il s’agit des travestis qui s’adonnent à la prostitution à Palerme et qui ont à endurer toutes les brutalités et avanies d’une culture hyper machiste, dans une société où les relations de pouvoir, dans le refus de toute légitimité accordée à la puissance publique, se manifestent par la violence verbale et physique et la dégradation du faible dans l’abjection. Du moins est-ce ainsi que Emma Dante, sans concession, sans complaisance ni moralisme, perçoit et met en scène le mal qui ronge sa ville. De cette culture et de cette société, les pulle sont à la fois les produits et les victimes ; elles connaissent le fond du mépris et de l’avilissement, la terreur et le viol ; elle ont aussi, d’abord, un cœur et des rêves. les pulle mises en scène par Emma Dante vivent en micro communauté, se protégeant du monde hostile et dangereux auquel elles vendent leurs corps. Elles parlent entre eux leur langue, qui est aussi celle de leurs parents et de leurs clients. N’ayez crainte cependant (je reviendrai sur ce point chez nous si obsessionnel) de ne pas comprendre : les dialogues sont surtitrés en français.

Le spectacle est, selon l'auteure elle-même, une « opérette amorale », où les pulle, l'une après l’autre et toutes ensembles, dans une sorte de longue rapsodie colorée, viennent projeter leurs passés traumatiques, mais aussi et surtout leurs rêves de bonheur, sur des airs composés et chantés par Emma Dante elle-même et ses acteurs. Ce spectacle sensuel et cruel, tendre et obscène, convulsif et espiègle, s’appuie sur un travail des corps qui n’est jamais séparé de celui de la langue, des corps désarticulés et recomposés comme ils le peuvent, une langue blessée, mal cicatrisée, suppurante. Les mélodies de la chanteuse qui accompagnent le spectacle et lui donne un air de cabaret, sont rompues par le fracas des rideaux de séparation qui s’abattent à chaque changement de scène comme les voiles d’un bateau déglingué et rythment les déplacements erratiques des corps. Sans vouloir écraser ce spectacle sous des références trop intimidantes, on peut indiquer cependant, comme des présences sous-jacentes, assumées d’ailleurs explicitement par Emma Dante, le théâtre de la cruauté d’Antonin Artaud et celui, plus près encore, du grand Tadeusz Kantor.

 

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Le Pulle. Photographie de Giuseppe Di Stefano
 

M’Palermu

 Emma Dante s’est d’abord faite connaître pour une pièce jouée en 2001 (reprise cette année encore au même théâtre du Rond-Point) : M’Palermu (Dans Palerme). La famille Carollo, mal vêtue et mal lotie, s’apprête à sortir pour la sacro-sainte promenade du dimanche, qui reste dans les villes méditerranéennes (car il y a beau temps que l’on « fait » plus le Vigan à Albi, ni la rue du Clocher à Limoges) un rituel social fondamental. Mais Rosalia est en pantoufles, faute de chaussures… Mimmo, le pater familias, irritable et tyrannique, porte, lui dit-on, des pantalons trop courts… ce qui le plonge dans une rage punitive (une littéralisation du proverbe qui aime bien châtie bien). Ils se tiennent sur le seuil, prêts à sortir, sans cesse retenus par des impératifs dérisoires et évidents à la fois… défiant régulièrement le public, en lui demandant ce qu’il a les regarder ainsi, dans leur vulnérabilité et leur faiblesse radicales. Toute la pièce tient dans cet élan suspendu vers le dehors, ce piétinement devant la porte, cette difficulté extrême, cette incapacité finalement à sortir de son propre enfermement.

 

Trilogie de la famille sicilienne

 On peut lire le texte de cette pièce, dans une très bonne édition, associée à deux autres formant une trilogie sur la famille sicilienne : Carnezzeria (Boucherie, qui a vu le jour en 2002), qui met en scène la terrible violence morale (et physique) de trois frères envers leur sœur un peu simple, enceinte de l’un deux, lui faisant croire qu’est arrivé le jour de ses noces ; et Vita Mia (Ma Vie, 2004), rituel morbide d’une mère et de ses trois enfants, autour du lit qui « doit », comme un impératif  catégorique, porter la dépouille funèbre de l’un d’eux[1].

 Ce livre est très bien fait, parce que chaque pièce est précédée d’une très courte et efficace présentation par l’auteure, et parce que le texte est accompagné de notes linguistiques discrètes et efficace qui rendent la lecture limpide pour un italophone ne connaissant pas le sicilien. M’Palermu et Vita mia sont en effet presque (sur ce presque voir infra) exclusivement écrits en palermitain.

 

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Vita Mia
 

L’éclairage discutable de Camilleri

 Un texte introductif d’Andrea Camilleri, l’écrivain qui connaît un si grand succès en Italie, entre autres pour son habitude de mêler à l’italien des tournures et des mots siciliens, analyse cette langue et son usage. Dans ces quelques pages fort intéressantes en même temps que discutables, Camilleri cherche d’abord à rendre compte de ce choix aujourd’hui, de la part d’auteurs dramatiques majeurs comme Franco Scaldati ou Emma Dante (mais il pourrait tout autant et plus encore, renvoyer au cinéma de Mereu et de Crialese, de Garrone et de Diritti), de faire parler le « dialecte » (le concept est utilisé ici dans sa pseudo naturalité). Selon Camilleri, qui reprend un lieu commun que nous connaissons aussi chez nous, l’italien serait menacé dans son intégrité et son autonomie, phagocyté par des vocables anglo-saxons, et cela serait dû en partie au langage télévisuel, qui aplatit la langue, en fait un médium homogène et terne, en l’émondant de toutes ses influences dialectales. Le travail de discrimination et de rejet affiché des formes dialectales non toscanes (avec d’ailleurs aussi une opération constante de distinction interne au toscan) fut d'abord, notons-le, une caractéristique de l’italien littéraire, bien avant d’être celui de la télévision, même si c’est la télévision qui a accompli en effet, après la radio, l’homologation de l’italien parlé (à distinguer évidemment de l’italien écrit). Ainsi serait désormais perdu, suivant Camilleri, « ce mouvement centripète, des diverses périphéries vers le centre, qui est le mouvement essentiel de toute langue qui veut maintenir son autonomie »[2]. Que les langues centrales ne cessent de se nourrir des langues périphériques (qu’elles rejettent pourtant en s’imposant contre elles) est une évidence, le français lui-même en donne un exemple frappant. Les facteurs susceptibles de bloquer cet échange sont multiples, le plus évident, selon moi, étant bien sûr l’épuisement de la source, c’est-à-dire la disparition des langues historiques périphériques, comme c’est le cas en France, mais évidemment la dégradation symbolique (en « patois » et, à moindre titre, en « dialectes » au sens italien du terme) y joue aussi un rôle majeur. Ce à quoi il faut ajouter, et il en va de même pour l’italien, que de nouveaux apports sont observables, issus de nouvelles populations périphériques (tant sur le plan social que linguistique), qui d’ailleurs sont aussi souvent des médiateurs pour l’intégration de certains termes et des expressions issues de l’anglais. Autrement dit, je ne vois guère le danger majeur qui pèserait sur l’autonomie de l’italien aujourd’hui (pas plus que sur celle du français)… Et il me semble en fait que l’enrichissement de la langue par les « dialectes » historiques continue d’opérer en Italie, ce dont la littérature même de Camilleri est un exemple flagrant, chose qui n’existe quasiment plus en France. Une fois encore, ce n’est pas les langues nationales qui sont en dangers, mais bien les langues en situation de subordination diglossiques. Mais Camilleri, comme la plupart des protagonistes en Italie, considère les choses du seul point de vue de la langue nationale, ce qui en explique, à mon sens, l’erreur de perspective : « la langue ouvrière (et celle du sous-prolétariat), la langue paysanne, la langue des périphéries urbaines, sont restées chez nous marginalisées, elles n’ont pas apporté leur vigueur à la langue nationale, elles sont demeurées complètement exclues du processus d’osmose, même si elles ont fait la richesse et la vitalité d’une certaine littérature (je pense surtout à Pasolini) et d’un certain cinéma néoréaliste. De sorte que dans cette langue homologuée et substantiellement anonyme, l’irruption de la colonisation étrangère a été particulièrement facile : que l’on considère combien d’expressions et de mots anglo-saxons sont aujourd’hui présents dans notre langage quotidien. […] C’est ainsi que meurent les langues nationales. »[3] Comme l’impliquent mes remarques précédentes, je suis en désaccord à la fois sur le constat et sur les conséquences désastreuses pour la langue italienne, car s’il est une langue où les emprunts – certes retenus, contredits, condamnés, déniés, etc. – de la langue centrale aux langues périphériques sont considérables, c’est bien l’italien, et cela jusque dans la langue télévisuelle sans doute, à tout prendre, bien moins aseptisée que la nôtre, et où il y a d’ailleurs place pour des éléments dialectaux, ne serait-ce que pour assurer le divertissement des populations (ce qui n’est certes pas glorieux pour ces idiomes, mais est toujours mieux que la négation pure et simple…). Cela n’empêche évidemment pas qu’il existe un fossé immense entre la langue homologuée de la télévision et la manière dont les gens parlent effectivement, encore une fois du fait même que les « dialectes » et des formes hybrides d’italien « dialectalisé » sont toujours largement parlés (au moins en certaines régions), un fossé linguistique pur et simple, mais aussi un évident et très lourd ostracisme culturel et social. A cela s’ajoute  le fait que cette langue standard, dans sa version médiatique, est indéniablement associée à une dénégation idéologique du réel sans doute plus grande encore en Italie – à l’heure du triomphe affligeant de l’opérette nationale berlusconienne – qu’en d’autres pays d’Europe.

 

La quête du réel

 Aussi peut-on s’accorder au moins avec la suite du raisonnement de Camilleri affirmant que les auteurs qui ont voulu confronter leurs œuvres au « réel » ont dû se retourner vers « le dialecte comme unique possibilité expressive. Et tenter l’opération de promotion du dialecte comme langue personnelle, comme langue qui puisse résonner d’authenticité »[4]. Ainsi de la langue d’Emma Dante qui, dit-il, va cependant plus loin.

 Camilleri la distingue d’emblée de celle d’un autre grand auteur palermitain auquel il n’est pas possible de ne pas comparer Emma Dante : Franco Scaldati, dont j’ai déjà eu l’occasion de parler, pour La Gatta di pezza (2005), une pièce dédiée elle aussi à une famille palermitaine, mais projetée dans les années d’après guerre, où sont présentes les figures du père abusif (et incestueux), d’un fils travesti, d’une fille demeurée. Camilleri fait justement remarquer que la langue théâtrale de Scaldati est verticale, procédant à des « ascensions lyrico-onirique », alors que celle de Dante s’en tient délibérément à une marche horizontale, éventuellement avec des plongées vers le bas.

 Cette horizontalité est indissociable de ce pas en avant, par rapport au choix du dialecte pour dire la réalité linguistique et sociale. D’abord, explique-t-il, Emma Dante fait un usage rigoureux du parler palermitain, en exploitant les sous-significations attestées des mots (il prend l’exemple du verbe scripintare, qui signifie presser les boutons et furoncles pour en faire jaillir le pus. Ti scripento, est un parole de menace, mais signifie de surcroît un mépris absolue de la personne à laquelle on s’adresse, la considérant comme un furoncle). Cette adhésion au sens usuel des paroles, prélevées dans leur usage oral, permet de dire les choses mêmes dont il est question (les relations entre les membres de la famille parlermitaine par exemple). Ainsi, ce parler « non seulement naît avec les personnages eux-mêmes, mais sans elle, les personnages n’existeraient pas, il est la nécessité absolue, ce qui identifie leur vie scénique. Et les personnages le savent : leur parler est tellement connaturel et tellement commun à tous qu’il est comme l’air qu’ils respirent, chacun d’eux continuellement en aspire une certaine quantité et puis le restitue à l’usage commun »[5]. C’est ce qui conduit également au choix d’un parler strictement localisé, au sens d’une langue véritablement parlée, et non « littéraire » (ce qui n’empêche qu’elle est évidemment littérarisée par le passage à l’écrit) ; du palermitain donc et non du sicilien moyen. Ce choix linguistique s’explique parfaitement dans le cadre de l’esthétique propre à la dramaturge. Il montre, si besoin était, que l’option du plus grand des localismes peut être, dans certains cas, une voie brève, un raccourci pour l’universel.

 

carnezzeria

Carnezzeria. Photographie de Giuseppe di Stefano
 

Immersion du spectateur et incorporation de l’acteur

 Cette analyse de Camilleri correspond sans aucun doute aux intentions explicites de l’auteure. J’ai assisté à l’entretien public qu’elle a donné le 30 mars dernier à l’Institut Italien de Paris. Elle y a très hautement affirmé son attachement viscéral au palermitain et souligné l’importance cruciale de cette langue dans son théâtre. Pourtant, tout à la fois, elle a insisté sur le caractère secondaire et quasi superflu des surtritrages. Elle raconte d’ailleurs qu’elle avait d’abord présenté à Paris, M’Palermu sans surtitres, ce qui avait donné des sueurs froides à Jean-Louis Périer, avec lequel elle avait travaillé (il présentait d'ailleurs ce jour là, à l’Institut Italien, le travail de la dramaturge à travers des vidéos de ses spectacles et en lui posant des questions). Elle a d’ailleurs réitéré cette expérience, a-t-elle ajouté, à Moscou, avec un très bon résultat Elle fait en effet le pari de l’immersion du spectateur, capable selon elle de rentrer dans ce qui se dit et se fait sur scène sans explication, à condition d’accepter le défi. De toute façon, son théâtre, a-t-elle dit aussi, est délibérément simple dans sa structure, quelque chose de très primitif, de foncièrement gestuel et la langue y est inséparable de cette gestualité : c’est à travers le geste que la parole vient, c’est de l’acteur lui-même que la parole vient, à travers la recherche d’une gestualité primitive, instinctive, animale. Car pour elle – c’est le paradoxe que je soulignais – « il s’agit de parler du monde, non de Palerme ». D’ailleurs autre paradoxe , elle a relevé, non sans une pointe d’amertume, le fait que ses pièces ne sont pas données à Palerme, ni en Sicile, mais à Milan, à Paris, à Bruxelles, à Moscou…

Au moment des questions du public, je lui ai demandé quel lien elle établissait entre ce choix de la vie nue, de l’animalité de l’acteur et celui de la langue, d’une langue méprisée, d’une langue basse… Elle m’a répondu que, dans l’expression gestuelle, la langue devient chant ; c’est comme si la langue était chantée, et cette langue basse, déconsidérée, est anoblie dans ses spectacles par le fait même qu’elle devient chant.

J’en ai évidemment profité pour dire que si son théâtre, nonobstant le fait qu’il soit parlé en palermitain, était joué et reconnu à Paris, hé bien il fallait qu’elle sache qu'une une chose semblable ne serait nullement concevable pour un théâtre dans les langues historiques de France. La salle était comble et je provoquais un long murmure de désapprobation généralisée, auquel je m’attendais, bien évidemment. L’un de mes voisins, d’ailleurs sans aucune animosité, me dit que l’on n’avait qu’à se mettre à écrire des pièces en occitan, comme si cela, évidemment, n’était pas le cas… Cette réflexion m’a fait penser à la question que, quelques jours auparavant, le journaliste de France Culture Arnaud Laporte avait posé à Emma Dante : à savoir pourquoi elle écrivait ses pièces dans une langue que personne ne parlait plus… ce contre quoi elle s’inscrivit bien sûr en faux, évoquant même une revanche aujourd’hui du parlermitain.  C'est à croire que les français qui se rendent en Italie ou Espagne, ont les oreilles bouchées. Et il n'est pire sourd, comme dit le proverbe, que qui ne veut entendre. En même temps, une langue rare, où réputée telle, est susceptible de flatter le goût prononcé de nos compatriotes pour l’exotisme culturel, pourvu évidemment que les textes soient dument traduits, car l’esprit n’est certes pas à l’immersion… Une langue étrangère est tout au plus considérée comme un bruit de fond agréable, au mieux comme une "musique", et appréciée comme telle au cinéma et au théâtre des mateurs et eux-seuls (mêm Arte s'est mis au doublage !).

 

Échantillon de la langue de (Emma) Dante

C’est pourquoi, je ne peux terminer justement cette note, sans faire « entendre » la langue d’Emma Dante. Je prendrai les premières répliques de M’Palermu, telles qu’on les trouve consignées dans l’édition dont j’ai parlé plus haut :

Chi fa, ’a grapèmu sta finestra ?

Chi fa, ’n ci vidi : agghiurnò !

Rosalia, chi fa, non lo senti che ti sto chiamando ?

Rosalia ?

Chi fa, ’un ci senti ?

Chi duluri !

Puru ’a nonna s’arruspigghiò !

’Un pozzu trovare ’a mè cammìsa c’u colletto bianco !

Padri, figghiu e spiritu santu, agghiurnò !

Chi fa, m’a dai ’a mè cammìsa, o no ?

Mimmo ?

Chi duluri !

Fuori ci suuunnu cosi ’i capricciu veru !

Grapi ’a finestra e talìa :

C’è il sole ! È bello vero… Vassatàista !

Vassatàista !

Ce qui donne en français (essai de traduction sans prétention aucune) :

Allez, on l’ouvre, cette fenêtre ?

Allez, tu ne vois pas : le jour s’est levé !

Rosalia, allez, tu n’entends pas que je t’appelle ?

Allez, tu n’entends pas ?

Quelle misère !

Même la grand-mère s’est réveillée !

Je n’arrive pas trouver ma chemise avec le col blanc !

Marie-Jésus-Joseph, le jour s’est levé !

Allez, tu me la donnes ma chemise, ou quoi ?

Mimmo ?

Quelle misère !

Dehors il y aaa de vrais délices !

Ouvre la fenêtre et regarde :

Il fait soleil ! C’est vraiment beau… Goûtez-moi le !

Goûtez-moi le !

Mais ma traduction ne tourne pas rond, elle ne convient en fait pas du tout, car il faudrait pouvoir jouer sur deux langues, car même si le palermitain domine, l’italien, au moins dans le texte publié, est bien présent (la version de scène, que l’on peut trouver d’ailleurs en ligne, est entièrement palermitaine[6]). De la même façon que dans son roman, l’auteure ne cesse de jouer sur les deux langues et sur leur contagion. On ne pourrait en fait traduire ce type de texte, inséparable de la diglossie et de la contamination réciproque des deux niveaux de langue, qu’en recourrant à l’une de nos langues dites « régionales » ou du moins à de forts régionalismes. Mais cela est-il encore possible, pour le public désormais si majoritairement monolingue ? Ainsi Le théâtre et le roman d’Emma Dante, dans le cadre du strict monolinguisme français, sont-ils proprement intraduisibles. Enfin, il faut être précis : on peut toujours traduire, mais en perdant le jeu diglossique, c’est-à-dire une bonne partie de l’intérêt littéraire de ces textes. On m’excusera donc (il faut toujours demander des excuses quand on fait des choses comme ça, dans nos contrées…) de reprendre mon ouvrage en transposant en occitan les parties en palermitain (c’est-à-dire quasi tous), pour donner une idée, tout à fait indicative, de la manière dont les langues s’engencent dans cette version du texte :

Anem, la dubrèm aquesta fenestra ?

Anem, zo veses pas : lo jorn s’es levat !

Rosalia, anem, tu n’entends pas que je t’appelle ?

Rosalia ?

Anem, m’auses pas ?

Quina miseria !

E mai la menina s’es desrevelhada !

Capiti pas de trobar ma camisa, amb le col blanc !

Al nom del paire, del filh e del Sant Esperit, lo jorn s’es levat !

Anem, me la donas ma camisa, o non ?

Mimmo ?

Quina miseria !

Defòra se trrraapan aital las vertadièras delicías!

Dubriá la fenestra e agacha :

Il fait soleil ! C’est vraiment beau… Tastatz-me-aquò !

Tastatz-me-aquò !

 

Jean-Pierre Cavaillé

castellana

Phtogoraphie de Carmine Maringola pour la couverture de Via Castellana Bandiera (Graphiste Francesca Leoneschi)


 

[1] Emma Dante, Carnezzeria. Trilogia della famiglia siciliana, Prefazione di Andrea Camilleri, Roma, Fazi Editore, 2007.

[2] « … arrestando quel movimento centripeto, dalle diverse periferie verso il centro che è il movimento essenziale di ogni lingua che voglia mantnersi autonoma ». Ce texte est accessible en ligne.

 

[3] « Per farmi capire meglio: la lingua operaia (e quella sottoperaia), la lingua contadina, la lingua delle periferie urbane, da noi sono rimaste emarginate, non hanno portato vigore alla lingua nazionale, sono del tutto restate escluse dal processo osmotico, semmai hanno fatto la ricchezza e la vitalità di certa letteratura (penso soprattutto a Pasolini) e di certo cinema neorealistico.
Sicchè è stata facile, in questa lingua omologata e sostanzialmente anonima, l’irruzione della colonizzazione straniera: si consideri quante parole e modi di dire anglosassoni sono oggi presenti nel nostro parlato quotidiano. Perfino i governi che da noi si sono succeduti negli ultimi anni si sono facilmente arresi, vedi welfare, devolution, question time, ecc. Muoiono proprio così le lingue nazionali.
»

 

[4] « Allora è stato necessario, ineluttabile, per molti tra scrittori, poeti, autori drammatici che volessero con le loro opere confrontarsi col reale (non sto parlando né di realismo né di neorealismo) rivolgersi al dialetto come unica possibilità espressiva. E tentare l’operazione di promozione del dialetto a lingua personale, ad una voce che risuonasse d’autenticità.  »

 

[5] « Questa parlata però non solo nasce coi personaggi stessi, ma senza di essa i personaggi non esisterebbero, essa è la necessità assoluta, identificante del loro vivere scenico. E i personaggi lo sanno: la loro parlata è talmente connaturata e talmente comune a tutti che è come l’aria che respirano, ognuno di loro continuamente ne aspira una certa quantità, se ne serve e quindi la restituisce all’uso comune.  »

 

[6] La version entièrement parlermitaine est à mon sens, esthétiquement la plus intéressante. Elle est aussi plus longue, et il y a des changements de sens. La voici, telle qu’on la trouve dans la revue Prove di drammaturgia, IX, n. 1, juillet 2003, en ligne. On m’excusera pas de traduire, l’exercice deviendrait par trop redondant...

Chi fa: a rapemu sta finestra?

Chi fa: unnu viri c’agghiurnò?

Chi fa: ancora t’haia a chiamari?

Rosalia?

Chi fa: un ci senti?

Rosalia?

Bedda matri

Chi duluri!

Puru a nonna s’arrusbigghiò!

Bedda matri!

Un pozzu truvari a me cammisa!

Padri figghiu e spiritu santu, agghiurnò!

Chi duluri!

Chi fa: ma runi a me cammisa, o no?

Rosalia?

Bedda matri!

Chi fa: un ci suuuunnu cosi ‘i capricciu veru! Ora u sfurnavu, ora! Era bellu viè era bello viè vassataista

vassataista!

Ecco: a trovai a cammisa, sugnu prontu!

Sunnu cosi capricciu veru

Prontu sugnu! A cravatta ma metteri!

Bedda matri!

Prontu sugnu! Aspettatemi!

 

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13 mai 2009

Festa della poesia, Ribolla, Maremma toscana

 

ribolla

[versione italiana dell'articolo già pubblicato in francese il 30 di Aprile]



Festa della poesia, Ribolla, Maremma toscana

La scena si svolge a Ribolla, un paese della provincia di Grosseto, Domenica 19 aprile 2009. Ci sono quattro uomini davanti alla trattoria, dopo pranzo, seduti o in piedi sul marciapiede, due hanno una certa età, gli altri due sono molto più giovani. Uno dei due anziani, all’improvviso, rivolgendosi al suo coetaneo, comincia a cantare una melodia ampia e monotona, una specie di melopea tra il canto e la parola, aiutandosi con un gesto del braccio. Si afferrano nel canto, rime che si rispondono. L’uomo canta la gioia, l’emozione di trovarsi di nuovo, quest’anno ancora, per cantare di poesia. Canta anche la poesia stessa, la bellezza del canto e della poesia, la bellezza del canto in poesia.

Se non ci fosse essa a dar conforto

Mi sembra già il mondo sarebbe morto.

Quello che il profano ascoltatore non può sapere è che il poeta sta improvvisando i suoi versi davanti a lui, rispettando una forma fissa molto restrittiva: otto versi (ottava) di undici piedi (endecasillabi), rimati rigorosamente secondo lo schema AB, AB, AB, CC. L’uomo a cui il poeta si rivolge, dopo aver seguito con attenzione e concentrazione, risponde, riprendendo l’ultima rima lasciata dal compagno (CD, CD, ecc.). Il suo modo di cantare, e la sua melodia sono molto diversi e nello stesso tempo in perfetta continuità di tono, di spirito e di contenuto con il canto di chi l’ha preceduto... Offre le sue parole, le sue immagini, metafore, i suoi tratti dialettali, il suo accento, il suo gesto. Alla fine dell’ottava, un ascoltatore attento e visibilmente commosso, come credo lo siamo stati tutti, presi dalla forza lirica e dalla fragilità funambulesca di questa parola cantata, segna la sua approvazione con una ferma interiezione. Nel frattempo, in effetti, un piccolo gruppo di ascoltatori si è formato, anch’ esso improvvisato : un paio di amici del poeta, qualche giovane passante fermandosi per strada, un altro gruppetto segue con attenzione, un pò più in disparte. Ho acceso il mio registratore e, in un angolino, Grazia Tiezzi, una linguista che lavora sul canto versificato dei poeti improvvisatori toscani, riprende discretamente con la videocamera. Uno dopo l’altro, i quattro poeti si risponderanno, ciascuno porgendo il suo personale modo di cantare il verso, il suo proprio universo poetico, ma sempre in maniera pertinente, in sintonia con ciò che è stato detto dai compagni. Si tratta di procedere oltre, di condurre oltre il discorso, anzi l’argomento poetico fino al suo compimento. Per un momento, lungo e breve – perchè questa poesia apre una temporalità tutta sua, una durata insieme sospesa e distesa, rompendo del tutto coi ritmi della vita che continua a svolgersi intorno –, lo scambio si concentra su metafore navali e marine, tanto per esprimere l’invenzione poetica quanto per descrivere il corso della vita, il suo viaggio in alto mare e tra gli scogli, le sue bonacce, le sue tempeste e il suo atteso naufragio.

Lo scambio tra Mario Monaldi (Allumiere), Franco Finocchi (Tolfa), Marco Betti (Arezzo)[1] e Pietro De Acutis (Roma, Rieti) durerà poco meno di un quarto d’ora. Potrebbe proseguire per ore ed ore, come succede spesso... Il 12 dicembre 2003 ad esempio, a Grosseto, per Telethon, un gruppo di poeti (tra cui Gianni Ciolli, Donato De Acutis, Niccolino Grassi, Emilio Meliani, Enrico Rustici, Bruno Tuccio) ha improvvisato per 24 ore senza mai interrompere la rima. In effetti, la stretta concatenazione, la ripresa della rima lasciata dal poeta precedente alla fine dell’ottava è la regola d’oro del canto estemporaneo in Toscana, Lazio e Abruzzo. Ci sono forme simili in Sardegna (cantato in lingua sarda [2]), in Corsica (cantato in lingua corsa : il famoso Chjam’e Rispondi [3] ) e nelle isole Baleare (glosas [4] ).

Ma questo momento di pura grazia davanti alla trattoria, in cui i quattro poeti si alternano, non può durare a lungo, perché, a qualche passo da lì, li aspetta la sala del Circolo ARCI, sede dell'associazione che porta il nome del poeta estemporaneo Sergio Lampis. È colma di gente (più di duecento persone) che si prepara a celebrare, con una ventina d’altri poeti del Lazio e della Toscana (gli Abruzzesi erano assenti per causa del terremoto), l’annuale Festa della Poesia improvvisata di Ribolla. Un’ associazione di improvvisatori sardi di Orgosolo, S’Ottada, è anche presente, offrendo fogliettini piegati in borsette di tissuto e grembiulini su cui, scritti a mano, sono associati versi in toscano e in sardo.

Ribolla non è un paese qualsiasi. È nato quando si aprì nel tardo ottocento, in mezzo ai campi, una miniera di carbone. Il paese è rimasto tristemente famoso per l’esplosione di grisù del 4 maggio 1954, che provocò la morte di 43 minatori. La storia di Ribolla, come quella di tutte le terre di miniera, è segnata dalle dure lotte sociali e dalla presenza di una doppia cultura, operaia e contadina (come a Carmaux, da dove vengo, e in molti altri luoghi di miniere, a Ribolla i minatori erano anche agricoltori). Questa storia è inseparabile da quella dell’ Ottava Rima, che naturalmente ha cantato la miniera e la sciagura del 1954. Da lì, forse, il desiderio, più forte che in molti altri luoghi della Maremma, di coltivare e sviluppare la tradizione della poesia estemporanea, che era del tutto moribonda diciotto anni fa, quando fù organizzato il primo incontro. L’iniziativa è partita da un ex minatore, Domenico Gamberi, uomo di grandissima passione e assiduità, assolutamente dedicato alla causa e di un’inflessibile determinazione, insieme a lui, Corrado Barontini, che svolge un ruolo fondamentale sia nell’organizzazione di incontri poetici e di convegni scientifici sulla poesia in ottava rima, che nella pubblicazione di libri di poesia e di analisi su questa forma culturale originale, in grado di interessare e di riunire musicologi, linguisti, antropologi, storici e letterari. D’altronde un piccolo gruppo di “studiosi” sono presenti nella sala: Alessandro Bencistà, direttore dell’indipensabile rivista Toscana Folk, Antonello Ricci, autore di innumerevoli ed eccellenti articoli in materia, che inoltre recita brillantemente la parte di presentatore durante la festa, Grazia Tiezzi, di cui ho già fatto il nome, Elisabetta Lanfredini, ricercatrice e cantante, l’editore Paolo Casini, e alcune altre persone... Il ruolo dei ricercatori nella consapevolezza del valore culturale della poesia estemporanea, e quindi, nella sua trasmissione e perpetuazione è di per sé una cosa molto interessante da sottolineare e da prendere in esame.... D’altronde alcuni di essi, come Giovanni Kezich e lo stesso Antonello Ricci, si sono soffermati su questo fenomeno spesso trascurato, se non addirittura giudicato negativo e fatale per la pretesa “autenticità” e “genuinità” delle produzioni culturali tradizionali. Va aggiunto che la manifestazione non sarebbe possibile senza la modesta assistenza finanziaria e il dichiarato sostegno morale dei politici locali, la maggior parte sono membri del Partito Democratico, di cui si conoscono fin troppo bene le difficoltà attuali. Il sindaco Leonardo Marras, ad esempio, era presente durante l’intero pomeriggio. L’interesse suscitato oggi da questa tradizione culturale in Maremma tra gli amministratori locali, mi è sembrato più o meno l’opposto di quello dimostrato dai nostri rappresentanti nel Limousin, su una base politica e ideologica – si badi bene – del tutto simile. Mi è apparso cioè che, da noi, comparativamente, l’impegno della ricerca e dell’università nel campo delle lingue e delle culture tradizionali rimane disperatamente debole.

Ribolla

Ribolla, festa della poesia. Foto di Angelo Trani gentilmente rubata a Elisabetta Lanfredini

Gli spettatori cominciano a sedersi sulle panche. Vicino a me, uno dei quattro poeti della trattoria, Franco Finocchi, mi canta dei passi delle sue composizioni in ottava rima : sulla tragica partita di calcio tra Liverpool e Juventus del 25 maggio 1985 a Bruxelles, sull’ incontro tra Gorbaciov e Reagan nel ‘86 a Ginevra, sull’ 11 settembre... Da secoli, l’ottava rima è il metro usato per raccontare e cantare gli eventi notevoli: battaglie, lotte politiche, fatti di cronaca... Ho accennato alla sciagura di Ribolla cantata in ottava, ma è proprio questa forma epica che veniva usata per conservare la memoria degli assedi, delle pestilenze, delle inondazioni, dei terremoti, per tramandare storie di briganti e di delitti di sangue... Fu usata per cantare il Risorgimento, le invasioni francesi e austriache, l’avventura coloniale, le due guerre mondiali, la guerra fredda, l’uomo sulla luna... Alla fonte, troviamo i principali modelli epici del cinquecento: i rifacimenti in ottava (la cui paternità in Italia sembra proprio dovuto al Boccacio) delle storie di cavalleria, la Pia dei Tolomei tratta da Dante, l’Orlando Furioso dell’Ariosto, la Gerusalemme liberata del Tasso, l’Adone e la Strage degli Innocenti del Marino, che rimangono tutt’ora riferimenti costanti nella bocca di poeti. Questo immenso patrimonio di versi appartenenti alle più alte forme della lirica del Rinascimento italiano, letta e sopratutto memorizzata da una generazione all’altra, serve tutt’ora da serbatoio, repertorio o arsenale, in cui i poeti, spesso pocco alfabetizzati (almeno tra i più anziani), contadini, artigiani, operai, traggono una parte del loro vocabolario, espressioni, rime, nomi di divinità, di eroi e paladini, sempre a disposizione per condurre la cronaca degli eventi contemporanei e affrontare la sfida dei duelli estemporanei.

 

Altri poeti mi sono presentati: Benito Mastacchini[5], da Suvereto, poeta e scultore del legno, Umberto Lozzi detto “puntura” o “Volpino”, che faceva il vetturino[6] in Maremma, personaggio estroverso e colorito (bisogna assolutamente vedere e ascoltare il video fatto su di lui da Elisabetta Lanfredini[7]), Agnese Monaldi, da Allumiere, una donna piena di modestia, che ho scambiato all’inizio per una semplice ascoltratrice (la si può vedere nel film segnato alla fine di questo articolo). Le donne non sono molte tra i poeti improvvisatori; solo due interveranno oggi. Però ve ne sono sempre state, e alcune sono rimaste celebri, come Divizia, la contadina dalla zona di Bagni di Luca che improvvisò per Montaigne, o ancora la famosissima Beatrice Bugelli, anch’ essa pastora analfabeta, ammirata da tutta la generazione dei letterati romantici (Tomaseo, ecc.).

Ci furono anche delle improvvisatrici, conosciute, nei grandi salotti del settecento e del ottencento, dell’intera Europa come Corilla Olimpica (la Corinne di Madame de Staël), Teresa Bandinetti o Giannina Milli, che gareggiò con la Bugelli.

 

La festa comincia con i saluti dei poeti, ottave rigosamente improvvisate, come si deve, con la ripresa obligata della rima. Poi si arriva al cuore dello spettacolo: una serie di duelli, detti contrasti, su argomenti scelti dal pubblico. Nella maggior parte dei casi, si tratta di coppie di opposizioni, e ogni poeta deve difendere la parte che la sorte gli ha attribuito. Il contrasto, probabilmente è derivato dalla tenson dei nostri trobadors, che sembra aver ispirato gran parte delle forme di giostre poetiche improvvisate in Europa e, come tutti sanno tra gli afficionados di Claude Sicre e dei Fabulous troubadours (che però imitano, più che praticano l’improvvisazione), le forme estemporanee dell’America del Sud (repentistas di Cuba, desafios de palavras en Brasile). In Italia centrale, ha assunto la forma dello scambio di ottave endecasillabiche, rimasto invariato dal seicento-settecento (il contrasto in ottava è più antico, ma l’obbligo della ripresa di rima, che non si usa nella poesia “colta”, non sembra essere esistito prima). Il contrasto è un duello versificato, un tipo di dialogo agonistico che, una volta, assumeva un fortissimo carattere conflittuale, arbitratto dal pubblico che aggiudicava la vittoria a uno dei protagonisti, come avviene tutt’ora col bertsulari basco, altamente competitivo[8]. Oggi, però, in Toscana, spesso non vengono più dichiarati vincenti né perdenti. Questo cambiamento favorisce forme di scambio più cordiali e rilassate, e evita le liti e le controversie del pubblico e dei poeti, che non di rado succedevano. Va detto poi, che prima c’ erano dei premi, certo modesti, ma non trascurabili per dei braccianti, pastori o vetturini squattrinati.

 

Monaldi

Mario Monaldi, uno dei poeti presenti a Ribolla

 

A Ribolla, in questo giorno piovoso di primavera, i temi scelti dal pubblico sono tanto delle coppie di opposizioni tradizionali, quanto dei soggetti della più scottante attualità: il furbo e lo sciocco (Realdo Tonti e Franco Finocchi) ; Adamo ed Eva (Agnese Monaldi e Alessio Bagnotti), il poeta antico e il poeta giovane (Antonio Mariani e Clemente Lorenzo), ma anche il banchiere e il debitore (Marco Betti e Pietro De Acutis) e perfino un duello tra un poeta (Emilio Miliani) che impersona Leonardo Marras, già citato, candidato PD alla presidenza della Provincia (presente in sala) e un altro poeta (Enrico Rustici) rappresentando il suo avversario di destra, Alessandro Antichi. La regola d’oro è che il poeta deve, anche se può maneggiare a volontà lo scherzo e l’ironia (come in effetti si aspetta da lui), difendere le parti, e caso mai i partiti che gli vengono assegnati. La prestazione retorica, benché sottomessa ai vincoli formali che abbiamo detto e a questa imposizione del ruolo, è spesso mozzafiato. Sono stati improvvisati anche due contrasti satirici e giocosi a tre voci: uno su di un tema socialmente molto impegnativo nell’Italia contemporanea: il vecchio, la figlia e la badante (Mario Monaldi, Giampiero Giamogante) e l’altro su una questione di politica, che come è stato rammentato, ha dato luogo ad un movimento sociale molto importante in Italia qualche mese fa, sulla scuola e sull’università (ovviamente non potevo non pensare all’attuale movimento in Francia, e alla nostra incapacità di coordinare la lotta al livello europeo): tre poeti hanno avuto l’onere di sostenere le parti, chi della ministra dell’istruzione Gelmini, chi dell’insegnante e chi dello studente (Irene Marconi, Gabrielle Ara e Fabrizio Ganugi). Infine, l’attualità imponeva un soggetto che non poteva essere trattato sotto la forma del contrasto: il terremoto in Abruzzo. Questo tema è stato interpretato da due poeti di lunga esperienza, Benito Mastacchini e Pietro de Acutis, con un’improvvisazione in cui la questione delle responsabilità politiche non è stata certo trascurata.

I poeti si succedono al microfono sul palco del teatro/cinema di Ribolla, in questa sala che fu costruita in altri tempi dai minatori stessi, dedicando alla sua realizzazione i loro giorni di riposo. I poeti che non cantano aspettano sul retro del palco seduti . Il pubblico è molto presente, applaude l’estro poetico e i bei finali, entusiasta, attento e chiacchierone (cosa che, spiegata ad un francese, pare impossibile, eppure la gente qui è capace di tale prodezza). Le ottave si susseguono e sembrerebbero potersi protrarre fino all’esaurimento fisiologico e mentale dei poeti e del pubblico; talora gravi, talora leggere, satiriche o mordaci, insieme colte e dialettali, fiorite e crude, cantate da anziani ma anche da giovani, come ad esempio Enrico Rustici, nato nel 1984, che calca i palchi dall’età di sedici anni e ha già pubblicato una raccolta[9]. Ovviamente, questa tradizione orale porta con sé tutte le voci che si sono spente, e di cui ogni anno si richiama la memoria. Ma la morte del genere con gli ultimi vecchi poeti contadini non sembra più affato una fatalità, perché, anche se c’è mancato un pelo, il passaggio del testimone è ormai assicurato. Pertanto, nulla è mai del tutto perso, fino a quando il desiderio di trasmissione vive ancora in alcuni.

Jean-Pierre Cavaillé

 

Si consiglia la visione del film La memoria cantata d’Angelo Paoletti, accessibile on line, eccellente introduzione allottava rima nel Lazio, in cui appaiono alcuni dei poeti (e studiosi) citati supra.

Da vedere anche, le due parti di un filmato d’Elisabetta Lanfredini sugli usi politici dell’ottava rima, tra altro nei tempi del fascismo :

“A parole mi avrebbero buttati in prigione” (l’ottava rima in Toscana 1/2)

“A parole mi avrebbero buttati in prigione” (l’ottava rima in Toscana 2/2)

 

Bibliografia minimale :

 

Agamennone, Maurizio, Cantar l’ottava. In Kezich, Giovanni I poeti contadini, Roma, Bulzoni, 1986, p. 171-218.

Bencistà, Alessandro, I poeti del mercato. Raccolta di contrasti in ottava rima dei poeti estemporanei Gino Ceccherini e Elio Piccardi, Firenze, Studium editrice, 1990.

Bencistà, Alessandro, I Bernescanti, Firenze, ed Polistampa, 1994.

Bencistà, Alessandro, L’Ambulante scuola. Poesia popolare ed estemporanea in Toscana, Firenze, Semper, 2004.

Fantacci, Andrea et Tozzi, Monica, Altamante. Una vita all’improvviso, Iesa, ed. Gorée, 2008.

Franceschini, Fabrizio, I contrasti in ottava rima e l’opera di Vasco Cai di Bientina, Pisa, 1983.

Kezich, Giovanni, I poeti contadini, Roma, ed Bulzoni, 1986.

Kezich Giovanni, Extemporaneous Oral Poetry in Central Italy, Folklore, Vol. 93, n. 2 (1982), p. 193-205.

Priore, Dante, L’Ottava Rima. Documenti di canto e dipoesia popolare raccolti nel Valdarno superiore, vol. 1, commune di Laterina ; Commune di Terranuova Bracciolini, 2002.

Ricci, Antonello, Fare le righe, L’ottava Rima in Maremma. Vita e versi di Delo Alessandrini, poeta improvistore, Roma, Stampa alternativa, 2003.

Ricci, Antonello, Di certe notevoli cose intorno all'ottava rima cavate da’ libri,

La Ricerca Folklorica

, n° 45, Antropologia delle sensazioni, Avril 2002, pp. 121-131.

Ricci, Antonello, Autobiografia della poesia. Ottava rima e improvvisazione popolare nell'alto Lazio,

La Ricerca Folklorica

, n° 15, Oralità e scrittura. Le letterature popolari europee, avril 1987, pp. 63-74.

Ricci, Antonello, Detto e taciuto. Le ottave del consenso contadino al regime fascista, La Ricerca Folklorica, No. 11, Antropologia dello spazio (Apr., 1985), pp. 121-124.

Tiezzi, Grazia. Le ragioni della rima : studio sull'improvvisazione di un'ottava di saluto, Urbino : Università di Urbino Carlo Bo, 2008 (Documenti di lavoro e pre pubblicazioni. Centro internazionale di semiotica e di linguistica).

Atti di convegni :

L’arte del dire, Grosseto, ed. ATP, 1999.

Poesia estemporanea a Ribolla, 1992-2001, ac. di C. Barrontini e A. Bencistà, Firenze, Toscana Folk, ed. Laurum, 2002.

Per una bibliografia più ricca e aggiornata, si veda il sito Archivi delle tradizioni popolari della Maremma.

Un’ altra bibliografia alla fine del saggio in linea di Paolo Bravi, L’improvvisazione in Ottava Rima (documento pdf)

 


[1] Marco Betti cura un blog di poesia : Epigrammando parole.

[2] Si veda ad esempio la Gara di poesia ripresa a Luras nel 2007. http://www.youtube.com/watch?v=SjCrRuziCRA

[3] Si veda, il filmato sul blog Campa in Erbaghjolu.

[4] Ad esempio http://www.youtube.com/watch?v=Bh3deU6tH8c

[5] Una corta improvisazione di questo poeta sul blog di Elisabetta Lanfredini.

[6] cf sito del comune di Montemignaio.

[7] Video su Puntura.

[8] La Mémoire Denis Laborde, Denis Laborde, et l’Instant : les improvisations chantées du bertsulari basque, Donostia, Elkar, 2005.

Voir aussi :

http://www.eke.org/fr/kultura/bertsularicom
et :

http://www.euskonews.com/0056zbk/gaia5608fr.html

[9]La Poesia Enrico Rustici, si canta. La poesia si scrive. Présentazioni di Corrado Barontini e Antonello Ricci, Firenze, Semper 2005.

 

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30 avril 2009

Fête de la poésie, Ribolla, Maremme toscane

Ribolla


Fête de la poésie, Ribolla, Maremme toscane

 

 La scène se passe à Ribolla, un village de la province de Grosseto, le dimanche 19 avril 2009. Ils sont quatre hommes devant la trattoria, après le repas, assis en terrasse ou debout sur le trottoir, deux d’un certain âge, deux autres beaucoup plus jeunes. L’un d’eux, tout à coup, s’adressant à un autre, commence à chanter, une mélodie ample et monotone, une mélopée entre le chant et la parole, s’appuyant d’un geste du bras, enchaînant les rimes. Il chante la joie, l’émotion de se retrouver, une année encore, pour cantare in poesia (« chanter en poésie »), il chante aussi la beauté du chant et de la poésie.

Se non ci fosse essa a dar conforto

Mi sembra già il mondo sarebbe morto

[Si elle n'était là pour nous donner confort,/ Il me semble déjà que le monde serait mort]

 Ce que l’auditeur non averti ne peut savoir, c’est que le poète est en train d’improviser ses vers en respectant une forme fixe très contraignante : huit vers (octave) de onze pieds (endécasyllabes), rigoureusement rimés selon le schéma AB, AB, AB, CC. Celui auquel il s’adresse, après avoir écouté avec attention et concentration, lui répond, en reprenant sa dernière rime (CD, CD, etc.) : sa manière de chanter, sa mélodie est très différente et à la fois en parfaite continuité quant au ton, à l’esprit et au contenu avec le chant de son prédécesseur… Il apporte ses propres mots, images, métaphores, ses tournures dialectales, son accent, sa gestualité. A la fin de sa prestation, un auditeur attentif et visiblement ému, comme je crois nous le sommes tous, pris par la force lyrique et la fragilité funambulesque du chant à l’improviste, marque son assentiment d’une simple interjection. Entre temps en effet, un petit groupe d’auditeurs s’est formé, tout aussi improvisé : quelques amis de l’un ou l’autre poète, de jeunes passants dans la rue, d’autres se tiennent un peu plus loin, j’ai sorti mon enregistreur et dans un coin de porte, Grazia Tiezzi, une linguiste qui travaille sur la parole chantée improvisée,  filme discrètement. Un à un, les quatre poètes vont se répondre, offrant chacun sa façon personnelle de moduler les mots, son univers poétique propre, mais toujours à propos, à propos de ce qui vient d’être dit, un propos qu’il s’agit de mener plus loin, jusqu’au bout de lui-même. Un long moment, l’échange va se concentrer sur les métaphores navales et marines, à la fois pour désigner l’invention poétique – navigation à  vue du chant improvisé –, et le cours de la vie, ses bonaces, tempêtes et son naufrage attendu.

 L’échange entre Mario Monaldi (Allumiere), Franco Finocchi (Tolfa), Marco Betti (Arezzo)[1] et Pietro de Acutis (Roma, Rieti) va durer un peu moins d’un quart d’heure. Il aurait pu durer des heures, comme cela est commun… Le 12 décembre 2003, à Grosseto, pour le Téléthon, un groupe de poètes (parmi lesquels Gianni Ciolli, Donato De Acutis, Niccolino Grassi, Emilio Meliani, Enrico Rustici, Bruno Tuccio) a improvisé pendant 24 heures durant, sans aucune rupture de rime ; car l’enchaînement, la reprise de la rime laissée par le poète à la fin de son octave, est la règle d’or du chant improvisé en Toscane, dans le Latium et les Abruzzes. Il en existe des formes similaires en Sardaigne (chanté en Sarde[2]), en Corse (chanté en corse, le fameux Chjam'e Rispondi[3]) et dans les îles Baléares (glosadors).

 Mais ce moment de grâce pure, qui voit alterner les quatre poètes, ne peut durer longtemps, car, tout près les attend la salle du Circolo Arci, siège de l'association  Sergio Lampis (qui fut un poète improvisateur), organisatrice de la journée, comble de monde (plus de deux cent personnes), pour célébrer, en compagnie d’une vingtaine d’autres poètes, du Latium et de la Toscane (les Abruzzesi étaient absents pour cause de tremblement de terre), l’annuelle Fête de la Poésie improvisée de Ribolla. Une association d’improvisateurs sardes, S’Ottada d’Orgosolo, est aussi présente, offrant à l’entrée de petits tabliers associant des vers en toscan et des vers sardes.

 Ribolla n’est pas un village quelconque, il est né de l’ouverture d’une mine de charbon, à la fin du XIXe siècle. Il est resté tristement fameux pour le coup de grisou du 4 mai 1954, qui fit 43 morts. L’histoire de Ribolla, comme de toutes les terres minières, est marquée par les luttes sociales et la présence d’une double culture, ouvrière et paysanne (comme à Carmaux, et en tant d’autres lieux miniers, les mineurs de Ribolla étaient aussi agriculteurs). Cette histoire est inséparable de celle de l’Ottava rima, qui a bien sûr chanté la mine et la catastrophe de 1954. D’où, sans doute, la volonté, plus forte qu’en bien d’autres lieux de Maremma, de cultiver et de valoriser la tradition de la poésie chantée improvisée, qui était moribonde lorsque, il y a dix-huit ans, fut organisée la première rencontre, grâce à l’initiative d’un ancien mineur,  grand amateur et secrètement poète lui-même, Domenico Gamberi, homme d’une passion, d’une assiduité, d’un dévouement à la cause et d’une détermination inflexibles, associé à Corrado Barontini, qui joue lui-même un rôle clé dans l’organisation de rencontres poétiques, mais aussi scientifiques sur la poésie en ottava rima, comme dans l’édition de livre de poésie et d’ouvrages d’analyse consacrés à cette forme culturelle originale, susceptible d’intéresser aussi bien musicologues, linguistes, anthropologues, littéraires et historiens. Un petit groupe de “studiosi” est d’ailleurs présent dans la salle, parmi lesquels Alessandro Bencistà, directeur de l’indispensable revue Toscana Folk, Antonello Ricci, auteur d’un nombre incalculable d’articles excellents sur le sujet, qui joue d’ailleurs avec brio le rôle de présentateur lors de la fête, Grazia Tiezzi, que j’ai déjà évoquée, Elisabetta Lanfredini, et quelques autres... Ce rôle des chercheurs, dans la conscience de la valeur culturelle de la poésie improvisée et donc, par là même, dans sa perpétuation est en soi une chose très intéressante à noter et… à étudier. Certains d’entre eux d’ailleurs, Giovanni Kezich ou Antonello Ricci lui-même, y ont consacré de très précieuses réflexions. Il faut ajouter que rien ne serait non plus possible, sans une aide pécuniaire discrète et un soutien moral très affirmé des politiques locaux, pour la plupart membres du Partito Democratico, dont on connaît les difficultés actuelles. Le maire de la commune, Leonardo Marras, est d’ailleurs présent tout le temps de ce long après-midi d’improvisation. Pour tout dire, l’intérêt aujourd’hui suscité par cette tradition culturelle en Maremme parmi les élus m’a paru à peu près inversement proportionnelle à celui dont font preuve nos politiques limousins, sur des bases idéologiques pourtant on ne peut plus proches. En comparaison, il me semble aussi que, chez nous, l’investissement de la recherche et de l’université dans la culture traditionnelle et dans la langue reste désespérment faible.

Ribolla

Ribolla 2009, aperçu du public

 Les auditeurs commencent à s’asseoir sur les bancs. Près de moi, l’un des  quattre poètes de tout à l'heure, Franco Finocchi, me chante des passages de ses compositions en ottava rima : un poème sur la tragique partie de foot entre Liverpool et la Juve de Milan, le 25 mai 1985 à Bruxelles, un sur la rencontre de Gorbatchev et de Reagan en 86, un autre sur le 11 septembre… Depuis des siècles l’ottava rima sert en effet aussi de mètre pour conter et chanter les événements marquants : batailles, luttes politiques, faits divers. J'ai fait allusion à la catastrophe de Ribolla, chantée in ottava rima, mais bien avant ce fut cette forme épique qui servit à  relater les sièges des villes, les invasions, les inondations, tremblements de terre, des histoires de bandits et de crimes de sang, le Risorgimento, les deux guerres mondiales, la guerre froide, l’homme sur la lune... A la source, on trouve les grands modèles épiques du XVIe siècle : les adaptations en ottava rima (forme dont la paternité revient apparemment en Italie à Boccace) des histoires de chevalerie, la Pia dei Tolomei tirée de Dante, le Roland Furieux de l’Arioste, la Jérusalem délivrée du Tasse, l’Adone et le Massacre des Innocents de Marino, qui restent toujours d’ailleurs des références constantes dans la bouche des poètes. Cet immense patrimoine de vers qui appartiennent aux formes les plus élevées de la lyrique de la Renaissance italienne, lu et surtout chanté et mémorisé par les générations successives, sert ainsi encore aujourd’hui de réservoir, ou de répertoire, dans lequel les poètes, souvent peu alphabétisés (au moins parmi les plus anciens), paysans, artisans, ouvriers, puisent un partie importante de leur vocabulaire, tournures, rimes, noms de dieux, de héros et de paladins, mobilisés pour conduire la chronique des événements contemporains et affronter le défi des joutes improvisées.

 D’autres poètes me sont présentés : Benito Mastacchini[4] (Suvereto), poète et sculpteur sur bois, Umberto Lozzi, dit « Puntura » o « Volpino », ancien muletier de Maremme, personnage haut en couleur (à voir et écouter absolument en ligne), Agnese Monaldi (Allumiere), une femme pleine de modestie, que je pris d’abord pour une simple auditrice (visible dans le film cité à la fin de l'article). Les femmes ne sont pas très nombreuses parmi les poètes improvisateurs : deux seulement se produiront aujourd’hui. Pourtant il y en eut toujours et de fameuses, comme cette Divizia, paysanne de Bagni di Luca qui improvisa pour Montaigne ou, plus encore, Beatrice Bugelli, elle aussi bergère analphabète admirée par la grande génération des lettrés romantiques (Tomaseo, etc.), ou encore les grandes improvisatrices des salons des XVIIIe et XIXe siècle, comme Corilla Olimpica (la Corinne de Mme de Staël), Teresa Bandinetti, ou Giannina Milli qui jouta avec la Bugelli.

 La fête commence, introduite par les saluts des poètes, octaves improvisées comme il se doit, avec reprise de rime obligée. Vient ensuite le noyau dur de la performance : une série de contrasti, ou duels sur des thèmes choisis par le public. Le plus souvent, il s’agit de couples d’opposés, chaque poète se devant de défendre la partie que le tirage au sort lui assigne. Le duel, très probablement dérivé de la tenson de nos trobadors, qui a inspiré une bonne part des formes de joutes improvisées en Europe et, comme le sait tout amateur de Claude Sicre et des Fabulous troubadours (qui miment l’improvisation, plutôt qu’ils ne la pratiquent), les formes improvisées d’Amérique du Sud (repentistas cubains, Desafios de palavras brésiliens). En Italie centrale, il a pris la forme de l’échange d’octaves endécasyllabiques, demeurée identique depuis le XVIIe-XVIIIe siècle (le contraste in ottava existait déjà, mais l’obligation de reprise de rime ne semble pas avoir existée auparavant). Le contrasto est un duel versifié, une forme de dialogue agonistique, qui revêtait autrefois un caractère fortement conflictuel, arbitré par le public qui déclarait vainqueur l’un des protagonistes, comme c’est toujours le cas avec le bertsulari basque, hautement compétitif[5]. Aujourd’hui, en Toscane, il n’en est plus ainsi : le plus souvent, on ne désigne plus de gagnant ni de perdant, ce qui favorise des formes d’échange sans doute plus cordiales et relâchées, et évite les contestations du public et des poètes qui, autrefois, étaient monnaie courante. Il faut dire qu'il y avait des prix en jeu, modestes, mais non négligeables pour ces journaliers, bergers et muletiers.

Puntura_e_Rustici

Deux poètes présents à Ribolla : Rustici et "Puntura"

 A Ribolla, en ce jour pluvieux d’avril, les thèmes choisis par le public furent aussi bien des couples d’opposés traditionnels, que des sujets de la plus grande actualité : le sot (lo sciocco) et le rusé (il furbo) ; Adam et Ève ; le jeune et le vieux poète ; mais aussi le banquier et le débiteur (crise oblige !) et encore un duel entre un poète personnifiant Leonardo Marras, que j’ai déjà cité, candidat PD à la Province (présent dans la salle) et un autre incarnant son adversaire de droite (Alessandro Antichi). La règle d’or est que le poète doit, effectivement, même s’il peut ironiser à volonté (ce que d’ailleurs le public attend de lui), défendre becs et ongles la partie et éventuellement le parti qui lui est attribué, et la performance rhétorique, soumises aux contraintes formelles que l’on a décrites, est souvent époustouflante. On présenta également deux contrasti à trois voix foncièrement satyriques et giocosi : l’un sur une question de société très prégnante dans l’Italie contemporaine  : le vieux, la fille et la gouvernante (la badante, en général en Italie aujourd’hui, une immigrée de fraîche date) ; l’autre sur une question politique qui, comment il a été dit, a donné lieu à un très important mouvement social, concernant l’école et l’université (je ne pouvais évidemment que penser au mouvement actuel en France, et que regretter l’incapacité qui reste la nôtre de coordonner la lutte) : ainsi trois poètes eurent-ils la charges de soutenir la part de la ministre de l’éducation Gelmini, du professeur et de l’élève. Enfin l’actualité imposait un thème qui ne pouvait être traité sous la forme du duel : le tremblement de terre dans les Abruzzes. Il fut interprété par deux poètes chevronnés, Benito Mastacchini et Pietro de Acutis, une improvisation lourde elle aussi de sens politique, dénonçant au passage l’impéritie des responsables.

 Les poètes se succèdent au micro, sur la scène du théâtre/cinéma, dans cette salle pour la construction de laquelle les mineurs, en d’autres temps, ont accepté de donner leur jour de congé. Ceux qui ne chantent pas attendent leur tour, assis sur des chaises à l’arrière de la scène, en faisant preuve d’une discipline toute relative. Le public lui aussi est très présent, applaudit les belles chutes, à la fois attentif et bavard (chose qui paraît impossible, je le sais, et pourtant on est ici capable d’une telle prouesse). Les octaves s’enchaînent et sembleraient pourvoir ainsi se poursuivre, jusqu’à l’épuisement physiologique et mental des poètes et du public, tantôt graves, tantôt légères, satyriques ou mordantes, à la fois savantes et dialectales, fleuries et crues, portées par des vieillards mais aussi de tout jeunes gens comme Enrico Rustici, né en 1984, qui se produit depuis l’âge de seize ans et qui a fait récemment paraître un recueil[6]. Évidemment, cette tradition orale, est toute tissée de voix qui se sont tues, et dont on rappelle chaque année la mémoire. Mais la mort du genre avec les derniers vieux poètes paysans ne semble plus du tout inéluctable car, de justesse mais indiscutablement, le passage de témoin a eu lieu. Comme quoi, rien n’est jamais tout à fait perdu, tant que le désir de la transmission vit encore en quelques uns.

 

Jean-Pierre Cavaillé

 

Pour qui sait l’italien, je conseille la vision d’un film La memoria cantata d’Angelo Paoletti, accessible en ligne, qui est une excellente introduction à l’ottava rima dans le Latium (bien que je ne sois guère sensible à son esthétisme bucolique), où apparaissent certains des poètes (et « studiosi ») nommés plus haut.

Voir également deux vidéos d’Elisabetta Lanfredini sur les usages politiques de l’ottava rima, notamment au temps du fascisme :

“A parole mi avrebbero buttati in prigione” (l’ottava rima in Toscana 1/2)

“A parole mi avrebbero buttati in prigione” (l’ottava rima in Toscana 2/2)

 

 

Un tout petit peu de bibliographie :

pas une ligne, à ma connaissance, en français (pour la période contemporaine)…

 

Agamennone, Maurizio, Cantar l’ottava. In Kezich, Giovanni I poeti contadini., Roma, Bulzoni, 1986, p. 171-218.

 

Bencistà, Alessandro, I poeti del mercato. Raccolta di contrasti in ottava rima dei poeti estemporanei Gino Ceccherini e Elio Piccardi, Firenze, Studium editrice, 1990.

 

Bencistà, Alessandro, I Bernescanti, Firenze, ed Polistampa, 1994.

 

Bencistà, Alessandro, L’Ambulante scuola. Poesia popolare ed estemporanea in Toscana, Firenze, Semper, 2004.

 

Fantacci, Andrea et Tozzi, Monica, Altamante. Una vita all’improvviso, Iesa, ed. Gorée, 2008.

 

Franceschini, Fabrizio, I contrasti in ottava rima e l’opera di Vasco Cai di Bientina, Pisa, 1983.

 

Kezich, Giovanni, I poeti contadini, Roma, ed Bulzoni,  1986.

 

Kezich Giovanni, Extemporaneous Oral Poetry in Central Italy, Folklore, Vol. 93, n. 2 (1982), p. 193-205.

 

Priore, Dante, L’Ottava Rima. Documenti di canto e dipoesia popolare raccolti nel Valdarno superiore, vol. 1, commune di Laterina ; Commune di Terranuova Bracciolini, 2002.

 

Ricci, Antonello, Fare le righe, L’ottava Rima in Maremma. Vita e versi di Delo Alessandrini, poeta improvistore, Roma, Stampa alternativa, 2003.

 

Ricci, Antonello, Di certe notevoli cose intorno all'ottava rima cavate da' libri, La Ricerca Folklorica , 45, Antropologia delle sensazioni, Avril 2002, pp. 121-131.

 

Ricci, Antonello, Autobiografia della poesia. Ottava rima e improvvisazione popolare nell'alto Lazio, La Ricerca Folklorica, n° 15, Oralità e scrittura. Le letterature popolari europee, avril 1987, pp. 63-74.

 

Ricci, Antonello, Detto e taciuto. Le ottave del consenso contadino al regime fascista, La Ricerca Folklorica,, No. 11, Antropologia dello spazio (Apr., 1985), pp. 121-124.

 

Tiezzi, Grazia. Le ragioni della rima : studio sull'improvvisazione di un'ottava di saluto, Urbino : Università di Urbino Carlo Bo, 2008 (Documenti di lavoro e pre pubblicazioni. Centro internazionale di semiotica e di linguistica).

 

Actes de colloque :

 

L’arte del dire, Grosseto, ed. ATP, 1999.

 

Poesia estemporanea a Ribolla, 1992-2001, a c. di C. Barrontini e A. Bencistà, Firenze, Toscana Folk, ed. Laurum, 2002.

 

Pour une bibliographie plus complète voir sur le site Archivi delle tradizioni popolari della Maremma.

Une autre bibliographie à la fin de l’essai en ligne de Paolo Bravi, L’improvvisazione in Ottava Rima (document pdf)

 


 

[1] Ce dernier a créé un blog de poésie : Epigrammando parole.

 

[2] Voir par exemple la Gara di poesia filmée à Luras ( Sardegna ), octobre 2007.

 

[3] Voir la belle vidéo sur le blog Campa in Erbaghjolu. 

 

[4] Une courte improvisation de ce poète en vidéo sur le blog d’Elisabetta Lanfredini http://elisabettalanfredini.splinder.com/tag/ottava+rima

 

[5] Voir le très beau livre de Denis Laborde, Denis Laborde, La Mémoire et l’Instant : les improvisations chantées du bertsulari basque, Donostia, Elkar, 2005.

Voir aussi http://www.eke.org/fr/kultura/bertsularicom

http://www.euskonews.com/0056zbk/gaia5608fr.html

 

[6] Enrico Rustici, La Poesia si canta. La poesia si scrive. Présentazioni di Corrado Barontini e Antonello Ricci, Firenze, Semper 2005.

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02 octobre 2008

Gomorra. Le néoréalisme « dialectal » à l’épreuve des préjugés

gomorra


Gomorra. Le néoréalisme « dialectal » à l’épreuve des préjugés

 

        Gomorra, de Matteo Garrone, tiré du livre éponyme de Roberto Saviano, est sans nul doute un grand film, qui restera dans les mémoires. Son sujet est la camorra, ’o sistema, la mafia napolitaine, mais appréhendée de l’intérieur, dans la vie quotidienne des gens qui en vivent et en meurent, au fil de cinq histoires parallèles sur fond d’une guerre de gangs qui a vraiment eu lieu, à Secondigliano dans la banlieue de Naples en 2004-2005, c’est-à-dire hier. C'est l'un de ces clans, dit des casalesi (c'est-à-dire de Casale Di Principe), qui est désigné comme responsable de l'assassinat crapuleux de six africains, il y a deux semaines... J’ai vu le film à sa sortie en Italie dans une salle ultra comble, au mois de mai dernier. Depuis, il ne cesse de me hanter. Sa valeur documentaire en même temps que sa puissance émotionnelle de dénonciation et sa densité humaine en font une œuvre en tous points magistrale, servie de manière parfois stupéfiante par des acteurs souvent non professionnels issus des quartiers concernés, en empathie avec leurs rôles (ce qui ne veut bien sûr pas dire pour autant qu’ils jouent leur propre rôle : il s’agit bien d’une fiction).

 Le film offre la particularité d’être presque entièrement tourné dans la langue que parlent les habitants et donc les acteurs, dans leur vie quotidienne : plusieurs variétés de napolitains et d’italien « napolitanisé ». Dans le cadre de ce blog, c’est cet aspect qui me retiendra, car le travail sur la langue est dans ce film tout à fait remarquable et absolument cohérent avec le parti pris d’une adhérence maximale aux hommes et aux lieux. Ce choix linguistique a rendu nécessaire, en Italie même, l’adoption de sous-titres. Étonnamment, alors que le public italien, même cinéphile, rechigne au sous-titrage, l’initiative, dans l’ensemble, a reçu un très bon accueil. Dans les premiers jours de sa sortie, je me souviens d’avoir lu tout au plus, sur un forum napolitain que je n’ai pu retrouver, que le film, du fait même de ce choix, se condamnait à une diffusion régionale. Au vu du succès international et du  grand prix cannois, cette crainte prête à sourire, mais en dit long aussi sur le complexe diglossique des locuteurs italiens de ces langues régionales qu’ils nomment « dialectes » (voir sur ce blog, le texte de Amedeo Messina). D’autres internautes ont identifié les variétés dialectales parlées dans le film, en remarquant que dominent le « casalese », parlé dans la zone de Casal di Principe en Campanie, et certains, résidant en des régions éloignées de la Campanie, ont témoigné de l’étrange sensation qu’il peut y avoir d’être seul dans une salle à comprendre le film sans avoir à lire les sous-titres. L’entrée wikipedia en italien dédiée au film relève les traits linguistiques caractéristiques du film dont quelques bizarreries (par exemple un personnage utilise une formule en un parler des Pouilles, un autre a un fort accent de la zone de Torre del Greco, etc.) qui, à mon avis, militent en faveur de la pertinence de la bande son, car il est évident que les gens circulent et que la porosité est un phénomène inhérent à toute langue[1]. En tout cas, il en ressort une évidence de la langue comme composante essentielle du réalisme du film.

        Cependant, la manière dont est appréhendé le fait que les protagonistes parlent en « dialecte » et non en italien, en rapport avec le sujet du film, la criminalité mafieuse, est me semble-t-il, on ne peut plus ambigu. Cela en Italie bien sûr, parce qu’en France, c’est à peine si l'on nata à sa sortie cette spécificité du film et quand on le fit, ce fut en général pour avertir le public que la bande son n’est d’aucune utilité pédagogique pour les apprentis de la langue italienne. Mais en Italie la question ne pouvait pas ne pas être abordée, car la survivance opiniâtre des langues régionales est invariablement associée à l’arriération sociale et culturelle. Or, ce qui est frappant, dans le film de Garrone, c’est que ces locuteurs participent à la fois de conditions sociales défavorisées, très profondément ancrées dans le local, et du mondialisme le plus effréné, inhérent à la logique marchande et financière des activités mafieuses.

           Très significatif, à cet égard, m’a paru l’article de l’écrivain Andrea Bajani, intitulé « L’Italie aux trois visages », paru dans Libération le 13 mars 2008, portant sur une série de livres récents, dont celui de Saviano. Pour Bajani, il en est de trois espèces, qui représenteraient selon lui les trois visages de l’Italie contemporaine : il y a ceux qui font le constat de l’état de corruption politique et sociale avancé de l’Italie contemporaine (Gomorra est l’un de ceux là aux côté de La CastaLa Caste  –, de Le Mani sporcheLes Mains sales – et de l’Italia ferita – l’Italie blessée), ceux qui sont sur le repli privé, les amourettes et les SMS (voir les romans destinés aux adolescents de Federico Moccia) et les livres qui parlent de l’Italie arriérée des dialectes. Je cite ce qu’il écrit de ce troisième groupe, dans la traduction de Robert Maggiori : « une Italie archaïque, anachronique : un pays qui n’est plus mais qui résiste en quelque coin perdu, où, face à la tempête, l’Italie déçue se réfugie. C’est l’Italie de Milena Agus, actuellement en tête des ventes avec Battements d’ailes et Mal de pierres, l’Italie de Andrea Camilleri (le Tailleur gris), de Salvatore Niffoi (Ritorno a Baraule). C’est un pays en dialecte, qui cherche une authenticité - peu importe qu’elle soit produite en série comme souvenirs touristiques à l’aéroport - dans un passé immaculé fait de sentiments forts et de vérité. La Sardaigne, la Sicile, mais aussi la Rome antique et l’antique Italie de Corrado Augias, de Alberto Angela et de Valerio Massimo Manfredi ». Et de conclure l’article par ces mots : « Le voilà donc, le corps de l’Italie, son sang : une Italie qui veut regarder en avant, extirper la tumeur qui lui mange les viscères. Mais qui s’effraie, souvent, quand elle la regarde dans les yeux. Et tourne la tête de l’autre côté ».

          L’Italie des « dialectes » est donc pour Bajani une Italie de pacotille, de fausse authenticité et de pittoresque nostalgique, qui cherche à fuir la réalité de la maladie dont elle est affectée (argent sale, corruption, criminalité mondialisée…). Or au moment même où Libération publie cet article, le film qui porte à l’écran l’implacable diagnostic que Saviani effectue de cette maladie était déjà sorti, et… il est entièrement en « dialecte » ! Il apporte ainsi un démenti cuisant, me semble-t-il à la tripartition de Bajani, car Gomorra concentre dans les mêmes lieux et les mêmes personnes les trois visages qui à bien des égard n’en font qu’un. D’ailleurs Gomorra a profondément pénétré le monde des adolescents ; un internaute napolitain s’en plaint même, qui leur reproche de se comporter dans la salle de cinéma peu ou prou comme dans le film et surtout d’éructer le même dialecte[2]. A propos du langage SMS et du dialecte, j’ai trouvé ce petit mot d’une pseudonommée Treci_92 sur un forum Yahoo consacré au film : « più ke dialetto napoletano è recitato quello casalese... io lo so bene perke sono di questo paese ». Bref, le film et sa réception montrent suffisamment que l’idée du « dialecte » comme « Italie d’avant hier » est absurde.

 Moins obtus, l’historien Giovanni di Luna, a fait paraître dans le supplément de la Stampa, le 31 mai dernier, un papier intitulé : « Le dialecte de la vie nue », l’expression « vie nue » faisant référence à la notion mise à l’honneur par le philosophe Giorgio Agamben (d’ailleurs assez déplacée, me semble-t-il dans ce contexte). Il distingue quant à lui, parmi les films où le dialecte est présent, ceux qui témoignent d’une réalité disparue et Gomorra, film d’une urgente actualité. Je traduis le début de sa réflexion : Gomorra, écrit-il, « est entièrement interprété en dialecte ; un napolitain très difficile (strettisimo), incompréhensible sans l’aide des sous-titres en italien. Il y a maintenant soixante ans, Luchino Visconti anticipa les choix de Garrone dans son inoubliable La Terre tremble. Récemment, Salvatore Mereu a fait lui aussi rigoureusement parler en sarde les personnages de Sonetàula, tiré du roman de Giuseppe Fiori. La Sicile de Visconti comme la Sardaigne de Mereu racontaient le coeur du vingtième siècle, les années qui suivent la seconde guerre mondiale, et ils nous proposaient une Italie découpée en fragments de réalités inégales et contraposées, dans un entrecroisement d’îles de bien être et d’océans de pauvreté auquel correspondait un caléidoscope de cultures, dialectes et identités « séparées », la preuve de la faillite de la tentative de « faire les italiens » poursuivie au cours des deux décennies du fascisme. D’où le choix de l’« insularité » pour souligner la séparation ethnolinguistique de la Sicile et de la Sardaigne par rapport au continent, l’impossibilité de traduire à l’extérieur un langage qui naît et se développe seulement à l’intérieur de la communauté insulaire. Il n’existait pas à l’époque un marché national pleinement unifié et il était aussi difficile de voir dans l’italien une langue commune (au Sud le pourcentage d’analphabétisme approchait les 30%). Gomorra raconte au contraire l’Italie d’aujourd’hui, situe son intrigue dans un pays entièrement homologué par la culture des moyens de communication de masse et par un marché qui sous l’égide de la consommation a nivelé les différences idéologiques, les appartenances politiques, les identités territoriales. Gomorra parle de trafics d’hommes, de marchandises et de capitaux complètement insérés dans l’économie des flux de la globalisation. C’est justement pourquoi le choix du dialecte apparaît encore plus terriblement significatif »[3]. Une philosophe sicilienne, Simona Iovino, lui fait écho, qui écrit sur son blog que la « traduction [par les sous-titres] du dialecte est un cri d’alarme : Naples n’est pas dans un autre État, n’est pas sur un autre continent, elle fait partie de l’Italie, c’est nous qui devons recommencer à regarder, à allumer la lumière, à ouvrir les yeux sur ces lieux que nous ne pouvons pas ne pas reconnaître comme les nôtres, comme appartenant à nous tous, membres de l’État italien » (je traduis)[4].

 Comme on peut le constater, ce n’est pas l’usage du « dialecte » dans les films qui est mis en cause, mais son existence même, qui est saisie dans tous les cas de manière négative : signe d’arriération sociale et culturelle, d’isolation et d’isolement, d’insularité géographique et sociale, de replis, emblème de l’échec d’une citoyenneté et d’une civilité commune. Autrement dit, on ne sort hélas pas des stéréotypes qui semblent décidemment inséparables de la forme qu’a prise en Italie la diglossie. Pourtant, une autre perception des langues est à l’œuvre dans les films en « dialecte » de plus en plus nombreux dans la péninsules, secondés d’ailleurs par le théâtre et la chanson. Giovanni di Luna ne cite que Mereu, mais d’autres films importants sont récemment sortis entièrement ou très largement tournés dans ces langues, comme Nuovomondo, d’Emanuele Crialese, tourné en Sicilien, ou le Vento fa il suo giro, de Giorgio Diritti, en occitan des « vallate » alpines. Ils témoignent tous, à mon avis, et même Gomorra, dont le sujet est si sombre et si brûlant, d’une conscience très forte de la dignité, de la force et de la beauté de ces langues toujours parlées par des millions d’italiens et qui participent sans nul doute pleinement de la réalité italienne,la plus actuelle, pour le pire sans doute, mais aussi et de la même façon, pour le meilleur, dans la richesse unique de tous ces bouts du tissu social qu’elles maintiennent vaille que vaille, comme un manteau d’arlequin, certes fort éliminé, déchiré, rapiécé, mais très précieux dans les temps de déréliction, source aussi de créativité dans tous les domaines de la culture, gage enfin de vitalité et de renouvellement permanent de la langue commune.

       Et nous, locuteurs de langues en voie de disparition de la France monolingue, nous ne pouvons que constater, amèrement, très amèrement, que l’heure d’un cinéma décomplexé, qui ose parler les langues jusques là jugées indignes d’un média moderne, pour nous, a sonné trop tard. Et dire que les Italiens, en cela aussi, dans cette stupide haine de soi qui les rongent, nous envient !

 

Jean-Pierre Cavaillé

 

gomorra_3


 

[1] Sur les langues concernées dans le film, indipensable le livre de Nicola De Blasi, Profilo linguistico della Campania, Laterza, 2006.

[2] Texte désagréable et prétentieux d’un prof. à l’université Frederic II, de Naples, nommé Franco Cuomo. Mais lire absolument aussi le compte rendu d’une séance à Fuorigrotta sur le blog au titre napolitain Chi m’o ffa fa ? de Monsi de VI, un rapper français (voir sa page sur my space), vivant dans le quartier de Scampia, qui sert de toile de fond à une grande partie du film. Surtout faut voir une très forte  video qu'il a mis en ligne prenant comme sujet une procession avec fanfare dans le quartier (Ghetto procession) . C'est un copain des gars de Cosang (ou plutôt Co'sang, c'est-à-dire "avec le sang"), rappers  de Scampia auteurs entre autres du morceau et de la video Int' o rione (dans le quartier), beau texte en napolitain, (voir la version italienne des paroles) bonne video tournée dans le quartier qu'ils habitent.

[3] "Il dialetto della nuda lingua"

[4] « Tradurre il dialetto è un grido d’allarme: Napoli non è in un’altro stato, non è un altro continente, è parte dell’Italia, siamo noi che dobbiamo ricominciare a guardare, ad accendere la luce, ad apprire gli occhi su quei luoghi che non possiamo non riconoscere come nostri, di tutti noi, membri dello Stato italiano ».

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11 juin 2008

« La festa è finita ! »

« La fête est finie ! »

 A l’occasion d’un message précédent, j’ai présenté le Vernacoliere, journal satirique très largement composé en toscan de Livourne. J’y reviens brièvement pour évoquer la manchette de son dernier numéro de juin. Celle-ci en effet dénonce, avec cet extraordinaire sens de la synthèse et l’ironie féroce qui caractérisent l’art de Mario Cardinali, la dérive raciste et xénophobe de l’Italie, chaque jour un peu plus sauvage. Sous prétexte de montée de l’ « insécurité » (thème assez récent, tardivement repris à la droite française, qui à Florence par exemple, ne veut rien dire), la rue et les plus hauts représentants de l’État, relayés avec la plus grande servilité par les médias les plus populaires, semblent pris dans une spirale de surenchère abjecte. Les injures à l’égard des Roms ne connaissent plus de limites. Le président du groupe parlementaire du Parti de la Liberté actuellement au pouvoir, Maurizio Gasparri, par exemple, a osé déclarer, à l’attention des immigrés en situation irrégulière, la population la plus pauvre du pays : « La fête est finie » ! (voir une page du blog de Sabrina Manca, et surtout les commentaires qu'elle a suscités, qui viennent confirmer d’ailleurs l’état déliquescent de l’opinion). Le ministre de l’intérieur Roberto Maroni, de la Lega Nord, a évoqué très sérieusement le projet de repousser en haute mer les clandestins qui risquent leur vie sur des navires de fortune. Il a également déclaré que « tous les campements de roms doivent être immédiatement démantelés et leurs habitants seront soit expulsés soit incarcérés » (entretien dans les colonnes du journal La Repubblica, 11 mai 2008). L’actuel gouvernement a voulu faire de la situation de « clandestin » un délit en soi, dont serait indifféremment coupable l’émigration économique et bien sûr aussi politique (contrairement donc à la convention de Genève). Partout sont en train de se créer des centres de rétention pour les « accueillir » avant expulsion  (CPTA) (il est vrai que le parlement européen lui-même semble vouloir emboîter le pas en la matière à une Italie qui s’enorgueillit de donner l’exemple !).

 Les actes en effet suivent les paroles, tant du côté des autorités politiques, avec l’instauration d’une « justice » d’exception à l’intention des étrangers indésirables (politique du reste déjà largement entamée par le gouvernement précédent de centre-gauche), que de la rue, avec les incendies et destructions de camps de roms, les ratonnades, l’organisation de milices fascistes dites « ronde cittadine » (« rondes citadines »).

 La chose peut-être la plus terrible est qu’aucune protestation ne parvient à se cristalliser et à se traduire par le moindre mouvement de rue. Les courants anti-sécuritaires et anti-racistes (de quelque couleur ou tendance qu’ils soient) semblent absolument inermes, atones et aphones, comme s’ils étaient devenus proprement invisibles et impuissants.

 Il pourrait sembler que ce sujet, n’ait que peu à voir avec le thème général de ce blog. Le rapport est pourtant immédiat, dès lors que toutes les communautés visées (et en particulier les roms) sont, évidemment des minorités linguistiques dans le pays. Disséminés dans la société, travaillant dans de nombreux secteurs (bâtiment, confection, etc.), souvent isolés dans les familles où ils assurent la garde des vieillards et des enfants, les membres de ces communautés se retrouvent en certains lieux, en particulier les dimanches, en général près des gares (du moins est-ce ainsi à Florence), pour être ensemble un moment, parler leurs langues, tisser et retisser des liens, dans les conditions difficiles de l’exil et comme pour exorciser la montée de l’intolérance. Évidemment l’Italie, pas plus que la France, ni d’ailleurs les autres pays riches d’Europe, ne veut considérer cette présence comme une richesse démographique (car l’Italie xénophobe est évidemment aussi celle de l’anti-avortement, au motif de la chute des natalités) et encore moins comme un capital culturel et linguistique.

 Quoi qu’il en soit, je constate que l’un des journaux qui se rebellent contre ce raz de marée xénophobe, le fait… en «vernaculaire », en langue toscane et démontre ainsi que l’affirmation de l’identité la plus locale qui soit (Livourne et le livournais !) n’est pas en soi synonyme du rejet de l’altérité, mais peut être et, dans ce cas, est sans nul doute, dans l’attachement à une langue populaire et à travers elle à la transmission d’une conscience politique ouvrière que l’on a déclarée morte et enterrée, le meilleur rempart contre la barbarie nationalitaire, qu’elle soit padane, mussolinienne ou berlusconique.
 Tout cet exorde explicatif donc pour présenter la manchette du dernier numéro du Vernacoliere :

La Patria Chiama.
Viene anche te nelle ronde cittadine ! Onni 10 negri bastonati un rom da scoià vivo. E in più, quarche finocchio da ‘nculà sur posto !
C’est-à-dire, en bon français : « Appel de la Patrie. Toi aussi rejoins les rondes citadines ! Pour 10 nègres bastonnés un rom à écorcher vif. Et en sus, quelques pédés à enculer sur place ».
C’est le titre du journal, que l’on voit aussi affiché en grosses lettres devant les kiosques. Elle est hélas le meilleur reflet que l’on puisse imaginer du climat actuel de ce côté-ci des Alpes.

 

Vernacoliere

Gasparri : - Allez zou, hors d'Italie, la fête est finie !

Le "fêtard" : - La fête ?! Je l'aurais su je me serais mis en smoking !

(dessin : Caluri ; texte : Cardinali)


Voici l’article de Mario Cardinali en entier, suivi d’une traduction :

 

I generosi figli d'Italia stanno già rispondendo a frotte all'appello della Patria! Da Padova a Bologna, da Parma a Firenze, da Frosinone a Bari, schiere di giovani e meno giovani, ricchi e poveri, corrano a 'scrivessi nelle ronde cittadine, chi 'nneggiando ar Duce e chi 'nvoando
giustizzia e libertà!

Sì, perché oramai la sagrosanta lotta popolare ar crandestino 'un conosce più confini! 'Un c'è più destra né sinistra, in quest'ora così grave! Ir nemico è alle porte, anzi è digià dentro e ci sguazza 'ome ni pare!

Millioni di delinguenti venuti da difori fanno oramai 'r comodaccio suo in casa nostra: spacciano, rubano, sfruttano i figlioli e la prostituzzione, stuprano, s'accampano sotto ' ponti, pisciano su' muri, pregano a buoritto, affittano le nostre 'ase, broccano i semaferi,
'nzomma sono la rovina dell'Italia!

Artro che mafia 'ndrangheta e camorra! Artro che spazzatura a Napoli! Artro che i più di mille morti sul lavoro all'anno! Artro che nugoli di disoccupati e sfrattati e stipendi e penzioni da morì di fame! Artro che case e macchine di lusso e vaànze alle Mardive di gente che ' vaìni ni sortano dall'occhi ma dichiarano meno dell'urtimo operaio! Artro che cocaina perfino nelle scole e ora addirittura nelle fàbbrie!

Quella è robbaccia ma armeno è tutta roba nostra! Lì chi c'ingrassa è tutta gente della nostra socetà, e mìa gentaccia 'osì alla bona! C'è fiorfiore anche di banchieri e di professionisti, di politici e di religiosi, di laureati e perfino varche gentilomo della nobirtà! Con chi me li vorreste paragonà, colli zingari o co' marrocchini?!

E' la delinguenza dell'artri 'r probrema vero! E menomale che quest'infamati 'un si sono ancora 'nfilati ne' partiti, perché allora sì che 'r controllo dello Stato passava tutto a loro! No, mia per nulla, ma me lo vedi te un partito negro che si vole spartì 'r malloppo pùbbrio
co' partiti bianchi?! E le tangenti come niele dai, colle buste 'olorate?!

Ma ora basta, seddiovole! Ora la festa è finita, come dice perappunto Gasparri! Ora tutti fori da' 'oglioni, devano andà! Ora c'è la destra ar governo, seddiovole, ora c'è la Lega coll'èchisse facisti a da' manforte a Berlusconi, ci penzano loro vedrai a 'un falli più arrivà i barconi di quell'affamati sulle nostre 'oste! 'Un ti dìo sparanni, sennò poi li spagnoli ci dìano razzisti, ma 'nzomma a riva 'un ce li fai arrivà! Ni toccherà magari notà parecchio per ritornà alle su' 'apanne, ma alla fine la devano 'apì!

E per tutti vell'artri che son digià sur nostro sacro sòlo, ci penzano vedrai le ronde a fanni 'apì che vento tira! E siccome di cittadini co' bastoni per la strada a convince' quella brutta gente a sta' bona e zitta ce ne vole propio tanti, e non sortanto per bastonà ma anche pe' spiegà che chi vole seguità a lavorà 'n nero a tre euri l'ora lo por fa' ma dopo lavorato se ne deve ritornà ne' su' tuguri senza mette' 'r capo fori, e s'un lo 'apisce allora le bòtte te le leva dalle mani, ecco la promessa della Patria a' su' volontari: a chi viene nelle ronde, onni dieci negri bastonati ni sarà dato 'n premio un ròmme da scoiare vivo! Che 'un sarà propio come danni fòo all'uso der Cruscruccrà dell'ameriani, ma 'un si pòle mia arrivà al livello di quella civirtà dall'oggi all'indomani!

A onni modo, per chi propio 'un s'accontentasse, come ciliegina sulla torta i volontari delle ronde potranno anche 'nculà quarche finocchio trovato per la strada! Così 'mparano, anche loro, a penzà di fassi ' 'azzi sua!


Mario Cardinali

Traduction :

 

Les dignes enfants d’Italie répondent en masse à l’appel de la Patrie ! de Padoue à Bologne, de Parme à Florence, de Frosinone à Bari, des troupes de jeunes et de moins jeunes, de riches et de pauvres, courent s’inscrire dans les rondes citadines, qui glorifiant le Duce et qui invoquant justice et liberté !

Oui, parce que désormais la sacro-sainte lutte populaire contre le clandestin ne connaît plus de limites ! Il n’y a plus de droite ni de gauche, lorsque l’heure est aussi grave ! L’ennemi est aux portes, en fait, il est déjà entré et il se la coule douce !

Millions de délinquants venus de l’étranger font désormais leurs quatre volontés chez nous : ils trafiquent, volent, exploitent leurs enfants et la prostitution, violent, campent sous les ponts, pissent sur les murs, prient le cul en l’air, louent nos maisons, bloquent les feux de circulation, en somme ils sont la ruine de l’Italie !

En comparaison, la mafia, l’ndrangheta et la camorra ne sont rien du tout ! Rien du tout les plus de mille morts au travail chaque année ! Rien les nuées de chômeurs et de ceux qui n’ont plus de logement, rien les salaires et les pensions de crève la faim !  Rien en comparaison des maisons et autos de luxe et vacances aux Maldives de ces gens qui ont le fric qui leur sort des yeux mais qui déclarent au fisc moins que le dernier des ouvriers ! Rien en comparaison de la cocaïne jusque dans les écoles et même désormais jusque dans les usines !

Ça c’est une sacrée merde, mais au moins c’est notre merde ! Là au moins, ceux qui profitent sont des gens de notre société et pas de cette racaille qui prend ses aises ! On y trouve la fine fleur des banquiers et des entrepreneurs, des politiques et des religieux, des diplômés et même quelques gentilshommes de la noblesse ! Et vous voudriez peut-être me les comparer avec les romanichels et les arabes ?!

C’est leur délinquance à eux, le vrai problème ! Et encore bienheureux que ces infâmes ne se soient pas encore introduits dans les partis, parce qu’alors le contrôle de l’État passait tout dans leurs mains ! Non, ce n’est certes pas un hasard, mais tu le vois, toi, un parti nègre qui voudrait partager le butin public avec les partis blancs ?! Et les pots de vins, comment tu les leur paierais, avec des enveloppes noires ?

Mais maintenant ça suffit, bon Dieu ! Maintenant la fête est finie, comme dit justement Gasparri ! Maintenant, ouste, il faut qu’ils se cassent ! Maintenant, la droite est au pouvoir, bon Dieu, maintenant, pour prêter main forte à Berlusconi, on a la Lega et les fascistes, ils feront ce qu’il faut, tu verras, pour ne plus les laisser arriver sur nos côtes, ces barques d’affamés ! Il leur faudra peut-être nager longtemps pour retourner à leurs cabanes, mais à la fin il faut qu’ils comprennent !

Et pour tous les autres qui sont déjà sur notre sol sacré, tu verras que les rondes feront ce qu’il faut pour leur faire comprendre que le vent à tourné ! Et il en faut vraiment le plus grand nombre possible des citoyens armés de bâtons dans les rues pour convaincre ces sales races à rester tranquille et à se taire, non seulement pour donner du bâton, mais aussi pour expliquer que celui qui veut continuer à travailler au noir pour trois euros de l’heure, il peut le faire, mais à condition de s’en retourner après le travail dans son bouge sans mettre le nez dehors, et s’il ne veut pas comprendre, les coups de trique te nous le débarrasseront du plancher. Voilà la promesse que la patrie fait à ses volontaires : pour qui vient rejoindre les rondes, au bout de dix nègres bastonnés on lui donnera un rom à peler vif ! ça ne sera pas exactement comme de le brûler, selon l’usage du ku klux klan américain, mais non ne peut arriver à un tel degré de civilisation du jour au lendemain !

En tout cas, pour qui n’en aurait pas assez, comme cerise sur le gâteau, les volontaires des rondes pourront aussi enculer quelques pédés trouvés en chemin ! Comme ça, eux aussi apprendront à ne plus nous emmerder !

 

Mario Cardinali

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27 mai 2008

Verve vernaculaire

Le Vernacoliere (littéralement le Vernaculiaire) est une publication satirique mensuelle, où domine largement le toscan de Livourne. Depuis 25 ans, le journal, fondé par son actuel directeur et rédacteur en chef Mario Cardinali, brocarde avec une insolence rare la classe politique, l’Église (dont on ne dira jamais assez le rôle qu’elle continue à jouer dans le pays) et la société italienne, avec un esprit anarchisant, mais à partir d’une assise locale ultra-affirmée, voire d’un campanilisme parodique jouant, sans animosité aucune, avec une ironie de bon aloi, sur les stéréotypes invétérés (les pisans, tout près, faisant généralement les frais des mots d’esprit les plus sanglants[1]). De plus, le Vernacoliere accueille de très bonnes bd, comparables en qualité et méchanceté à ce que peut offrir en France Fluide glacial et autres du même type.

Bien que largement rédigé en « vernaculaire » livournais, le Vernacoliere est tout sauf une publication confidentielle : il est présent dans tous les kiosques, bien servi par des affichettes où les manchettes, chefs d’œuvres de Mario Cardinali, apparaissent en grosses lettres, à égalité avec les titres racoleurs de la Nazione, grand quotidien local. Ses ventes, excusez du peu, sont de trente à trente-cinq mille copies par mois, sans aucune espèce d’aide publicitaire.

locandina_vernacoliere

Le Vernacoliere tire le meilleur profit, si l’on peut dire, d’une diglossie, entièrement acceptée. Par exemple, le journal s’ouvre par une sorte d’éditorial « sérieux » sur un sujet d’actualité, en parfait italien, le toscan étant réservé à la satire, toujours outrée et outrancière. Mais précisément, le choix du « vernaculaire » est inséparable de la liberté de propos et permet de faire passer des choses qui, formulées en italien, feraient sans doute immédiatement l’objet de poursuites judiciaires (et d’abord, plus probablement, d’une auto-censure de n’importe quel organe de publication), car en la matière, le Canard enchaîné et même Charlie Hebdo font pâle figure. Le journal, du reste, a bien eu des démêlés juridiques, mais il a pu se défendre, précisément en jouant sur le sens des mots en toscan. Par exemple, pour dénoncer une taxe, en 1984, le titre fut poursuivi pour « atteinte  à la pudeur », parce que son directeur avait utilisé dans la manchette le mot « topa » (la souris, mais le sexe féminin en livournais), mais il y eut relaxe après que le même Mario Cardinali ait pendant une heure durant disserté doctement sur le terme incriminé, omniprésent en « vernaculaire », puisque les grand-mères même appellent leurs petites filles « bella topina » !

Dans un entretien paru dans la Repubblica, Cardinali a répété il y a quelques mois que le vernaculaire « allège chaque parole qui peut sembler offensante, mais qu’il faut immerger dans l’esprit livournais, dans la langue d’un peuple au fort caractère. La langue n’est pas un choix casuel, le vernaculaire s’oppose à l’italien de bonimenteur qui te ferait avaler n’importe quoi »[2].

Il n’empêche, qu’il est intéressant de traduire, en italien ou en français « standard » un ou l’autre de ces articles satiriques pour mesurer justement l’audace et la virulence du propos, masquées en fait plutôt qu’atténuées par l’usage du vernaculaire. J’ai choisi un petit texte de Mario Cardinali, publié dans le numéro d’avril dernier et qui traite sur un mode pour le moins sarcastique des élections, imaginant une réforme pour alléger les souffrance des électeurs bernés par les politique : l’usage d’un peu de vaseline ! Il permet de montrer à nu le fonctionnement satirique du discours, entièrement fondé sur les expressions colloquiales relatives à la sodomie passive comme humiliation, transposées à l’actualité du vote. A mes yeux de la belle ouvrage (surtout quand on connaît le résultat des élections en question) n’en déplaise à tous ceux qui ne manqueront pas d’être choqués par sa vulgarité, son obscénité etc. ; pour moi, plutôt un vrai modèle de libre parole que pourrait s’approprier opportunément les journaux en langues régionales, chez nous, s’ils avaient le cran de le faire.

prete

13 aprile

Grande novità!

Si vota con la vasellina

Così si piglia ’nculo meglio!

Quante vorte, dop’avé votato, ti sei sentito frizzà ’r culo? Quante vorte, passate l’elezzioni, t’è parso d’esse’ stato preso per ir culo? Quante vorte, dop’avé dato retta a tutte le promesse elettorali, poi hai capito d’avello preso piuccheartro ’nculo?

            E ’nzomma sempre questo culo di mezzo, poverino! Sempre lui, a soffrì! Sempre lui, a urlà ma io la demograzzia mi credevo fusse un’artra ’osa!

            Di modo e maniera che questa vorta la Commissione Elettorale Generale Allargata a Tutti i Partiti ha detto basta, ’r culo dell’elettori ’un si pole sempre adoperà senza arcun riguardo, bisogna cambià!

            Dici vai, lo metteranno ’nculo a quarcun artro!

            E ’nvece no, ’r culo è sempre ’r nostro, maperò ora la Commissione ce lo tutela colla vasellina! E ’un te la devi nemmeno portà te, te la danno loro! Te basta ti metti a buoritto, ci penza ’r presidente der seggio elettorale a sparmattela cor dito! E comm’entri ’n gabina a votà, la rinculata ti fa dimeno male!

            Questo sulla carta! Poi, sur culo, bisogna vedé come funziona! Anche perché ’r presidente di sezzione ci pol’avé ’r dito un po’ troppo grosso, e se putàso lui è di sinistra e te di destra, ner culo ti ce lo rigira benebene!

            Tantevvero Berlusconi n’ha detto a’ sua d’aprì bene l’occhi e di stringe’ ’r buo, perché quest’infamati comunisti ’un sono specializzati sortanto nell’imbroglià le schede, loro ti fregano anche colle dita! Che magari ti fanno vedé l’indice piccino, e come té acchini ti rivogano un medio esagerato!

            Ar che Vertroni ha risposto siete voi seddercaso che ortre ar programma ci ’opiate anche ’r dito, che poi sottosotto ’r vostro è un manganello!

            E ’nvece ’r manganello si pole adoperà sortanto noi, s’è messa a sbraità la Santanchè colla pottadura, ner mentre Bertinotti brontolava quarcosa anche lui mapperò colla favamoscia.

            E dar dito ar manganello alla potta alla fava si sono rimessi a ridissi un’artra vorta ladro e farabutto e anche mafioso senti chi parla hai sempre rubato più di me ma te t’hanno anch ‘ondannato e te ‘nvece thé sarvato la prescrizzione che ti ci sei fatto perfino una legge perapposta, e nzomma anche quella che sembrava un’idea bona per trattà un po’ meglio l’elettori colla vasellina, rischia d’ess’ la solita rinculata!

Mario Cardinali

Grande nouveauté !

On vote avec de la vaseline

C’est plus facile de l’avoir dans le cul !

Combien de fois, après avoir voté, n’as-tu pas senti que le cul te démangeait ? Combien de fois, les élections passées, ne t’a-t-il pas semblé t’être fait enculer ? Combien de fois, après avoir cru à toutes les promesses électorales, as-tu compris ensuite qu’on te l’avait mis surtout dans le cul ?

            En somme, toujours ce pauvre cul à prendre, le pauvre ! Toujours lui qui souffre ! Toujours lui à hurler : « Mais moi je croyais que la démocratie, c’était bien différent ! ».

            De sorte que cette fois la Commission Électorale Générale Élargie à Tous les Partis a dit « ça suffit, le cul des électeurs ne peut être ainsi utilisé sans aucun égard, il faut que ça change ! »

            Tu te dis, « Allez, ils enculeront quelqu’un d’autre ! »

            Et pourtant non, c’est toujours notre cul, mais attention, maintenant la Commission nous le soigne avec de la vaseline ! Et tu ne dois même pas l’amener avec toi, ils te la donnent eux ! Il suffit que tu te mettes en position, et c’est le président du siège électoral qui s’en occupe, à bien te la passer avec le doigt ! Et quant tu entres dans la cabine pour voter, l’enculage te fait moins mal !

            Ça c’est sur le papier ! Parce que sur le cul, faut voir comment ça marche ! Entre autres parce que si le président de section peut avoir le doigt un peu trop gros, et si par pur hasard il est de gauche et toi de droite, il te le tourne et retourne comme il faut dans le cul !

            Tellement que Berlusconi a demandé aux siens de bien ouvrir les yeux et de serrer les fesses, parce que ces infâmes communistes non seulement ne savent faire rien d’autre que de frauder les fiches électorales, mais en plus ils te baisent même avec les doigts ! Parce qu’ils te font voir par exemple le petit doigt, et quand tu te penches, ils t’enfoncent un majeur outrancier !

            Ce à quoi Veltroni[3] a répondu « C’est plutôt vous qui en plus du programme nous copiez même le doigt, lequel d’ailleurs en réalité chez vous est une matraque ! »

            «  La matraque, plutôt, y a que nous qui sachions nous en servir »,  s’est mise à brailler la Santanchè[4] le con dur, pendant que Bertinotti[5] lui aussi grommelait quelque chose, mais le gland mou.

            Et du doigt à la matraque au con au gland il se sont une fois de plus remis à se traiter de voleurs, de bandits et même de mafieux « Comment peux-tu oser, tu as toujours volé plus que moi, et en plus, toi, ils t’ont même condamné », «  et à toi par contre, c’est la prescription qui t’as sauvé et tu es même allé jusqu’à te faire pour toi une loi spéciale ». Et en somme, même ce qui semblait une bonne idée pour traiter un peu mieux les électeurs avec de la vaseline, risque de devenir l’enculage l’habituel !

[1] Par exemple lors de l’accident de Chernobyl, le journal titra : « Nuvola atomica, primi spaventosi effetti : E’ nato un Pisano furbo ! Stupore nel mondo, sgomento in Toscana » : « Nuage nucléaire, les premiers effets terrifiants : Il est né un pisan malin ! Stupeur dans le monde, effroi en Toscane ».

[2] « alleggerisce ogni parola che può sembrare irriguardosa ma che va immersa nello spirito livornese, nella lingua di un popolo dal carattere forte. La lingua non è una scelta casuale, il vernacolo si oppone all’italiano da Azzeccagarbugli che la mette in tasca alla gente », Article de Laura Montanari. La Repubblica, dimanche 2 décembre 2007. Azzecca Garbugli est un personnage des Promessi Sposi, avocat prétentieux, pédantesque et timoré.

[3] Walter Veltroni, candidat du Partito Democratico.

[4] Daniela Santanchè, leader du mouvement d'extrême droite "La Destra"

[5] Sandro Bertinotti, ex leader de Rifondazione Communista, pour ces élections chef de file de la Sinistra Arcobaleno.

tubo

un' capisco un tubo


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15 avril 2008

«Si può fare»: la lingua in quanto gadget elettorale

[questo articolo è stato scritto per il sito dell'Istituto Linguistico Campano]

Durante la campagna elettorale che si è conclusa lunedì scorso, con i risultati ormai ben noti, il Partito Democratico aveva scelto come slogan l’adattamento, rabberciato in italiano, rabberciato in italiano, dello «Yes, we can» del rapper Will I Am e fatto proprio da Barack Obama, il front runner «democratico» alla presidenza degli Stati Uniti d’America: «Si può fare». Ora abbiamo appreso che no, non si è potuto fare, nonostante la formula nostrana fosse alquanto più modesta e molto meno assertiva di quella scelta da Obama. Sapeva già un po’ di sconfitta, se ci si pensa… Nel dramma delle possibilità sciupate, delle cose che si sarebbero potute fare e la maggior parte dei votanti ha scelto d’impedire alla radice, vi è forse, a mio parere, più della lotta del possibilismo contro i numeri schiaccianti delle probabilità, il pressappochismo con il quale ci si è avvicinati alla realtà del paese e ai suoi bisogni.

       Esemplare è a tal proposito, mi sembra, il modo di relazionarsi con le differenti identità linguistiche presenti internamente alla nazione. Un osservatore francese non può che rimanere colpito dal fatto che il « Si può fare » sia stato tradotto in parecchie lingue regionali italiane. Magliette, locandine e manifesti di sostegno alla campagna esibivano la stampa d’una parte del multilinguismo italiano, così ricco e peculiare. Sul sito del PD, si poteva anche trovare, in mezzo agli altri materiali di propaganda, una mappa d’Italia tricolore, ritagliata in vari pezzi come un puzzle e che, prima della sua probabile scomparsa, provvedo a trasferire qui sotto.

dialettinpuzzle

Ogni tassello corrisponde a una regione, dove si può ascoltare una o due maniere di dire «Si può fare»: dal «Ci si fa» dei toscani fino al «Wir schaffen das» del Südtirol; dal «Se peu fä» ligure al «’U putemu fari» dei siciliani. Così Veltroni, quando ha fatto il suo giro d’Italia in quarantacinque tappe, incontrava ogni giorno o quasi simpatizzanti del nuovo suo partito che esibivano in vari modi lo stesso slogan, ma nel «dialetto» proprio. A Rimini, per esempio, ha voluto mettersi in mostra con dei giovani che indossavano magliette con la scritta «us po’ fe».

È una cosa esotica per un francese, perché nel mio paese nessun partito, ahimè, nemmeno quelli che sostengono ufficialmente le lingue regionali (bisognerebbe poi limitarsi al singolare, perché al di fuori dei Verts non ve ne sono altri), oserebbe fare una cosa simile. Da noi una tale iniziativa significherebbe stroncare l’unità nazionale e andare incontro all’accusa di separatismo… Le condanne verrebbero da ogni luogo e da tutti gli orientamenti politici, dall’estrema destra fino all’estrema sinistra.

Invece ciò non ha destato in Italia quasi nessuna critica di fondo e la sola obiezione che io conosca è quella apparsa in un blog di destra con l’accusa di far passare tutti gli italiani come «provinciali». Credo che questo sia dovuto al fatto che i numerosi linguaggi regionali, neutralizzati come «dialetti» (l’unico termine usato purtroppo nel corso di questa campagna e in netta contraddizione con le leggi regionali che usano quello di «lingue»), non rappresentano, in quanto tali, alcun esito politico (e ciò per qualunque partito, compresa la Lega Nord), e nemmeno una valenza culturale, come si può verificare leggendo la scarsa letteratura dedicata a questa iniziativa.

Del resto le ragioni date dallo stesso PD per giustificare una simile campagna sono contenute pressoché nelle sole parole ribadite ovunque, quasi sempre senz’alcun commento, dal diretto responsabile della comunicazione Ermete Realacci: «Vogliamo trasmettere il messaggio di un’Italia che parli con una sola voce, ma che pensi con le diverse menti dei suoi territori». L’espressione è d’altronde strana, perché l’iniziativa mirava a fare esprimere la stessa cosa a tante voci diverse, e dunque a unirle in una sola mente per finalità da molti condivise.

Quale potrebbe essere pertanto qui il senso dell’espressione «diverse menti dei suoi territori»? Forse diverse peculiarità culturali? Non lo si ribadisce con chiarezza e, inoltre, parlare di «voce» e di «menti» dispensa dal pronunciarsi sulle «culture» e sulle «lingue». Lo stesso uso generico del termine «dialetti», in questo sistema binario (dialetti/lingua), esclude di per sé qualsiasi accenno all’esistenza sulla penisola di lingue vere e proprie al di fuori dell’italiano. Senza nessun intento polemico, si può costatare che la propaganda del PD è del tutto regressiva in confronto allo statuto giuridico di buona parte degli idiomi sollecitati e al principio costituzionale della pari dignità sociale delle lingue.

Come dice un altro testo pescato in rete, la mira, sollecitando le parlate locali, era di «arrivare proprio al cuore di tutti»; lo scopo, del tutto comunicazionale e propagandistico, era di produrre l’illusione che nessuno era stato dimenticato, che anche l’angolo più recondito d’Italia è stato preso in considerazione, tuttavia per mezzo di una specificità che non andava aldilà di un’espressione pittoresca. Tanti italiani potevano giustamente sentirsi umiliati e offesi da quest’assegnazione superficiale e decorativa. Molto rilevante mi sembra a tal proposito il fatto che nella rappresentazione geografica gli slogan sono immersi nei colori della bandiera italiana che ricopre interamente la penisola e senza nessuna indicazione sulle unità linguistiche e le identità regionali.

La mappa a noi proposta è d’altronde del tutto fittizia e siamo molto lontani da una rappresentazione di tutte le comunità linguistiche. È del tutto fittizia perché suggerisce l’esistenza d’uno solo o due al massimo «dialetti» in ogni regione amministrativa, arrestandosi di netto ai suoi confini, e l’idea stessa del puzzle, se induce forse l’idea di una qualche arbitrarietà dei limiti, non invita poi a pensarne la porosità. Le regioni, ovviamente, non sono gabbie linguistiche ed esistono mappe delle zone linguistiche abbastanza accurate, che danno una rappresentazione ben diversa della complessa realtà linguistica italiana.

Per esempio è strano l’avere evidenziato per la Sardegna una sola versione dello slogan, visto che vi coesistono almeno quattro grandi zone linguistiche e un isolato catalano. La stessa cosa vale poi per la Campania, la Puglia, la Calabria, la Sicilia... Le minoranze linguistiche arbëresh, grika, croata ecc. sono state del tutto dimenticate... Non vedo nemmeno traccia della lingua d’oc parlata in una parte delle vallate alpine (per non dire di quella di Guardia Piemontese)… Se gli ideatori della carta avessero voluto prenderle in conto, avrebbero dovuto addentrarsi nella densa realtà linguistica e culturale del paese. Mi pare chiaro che questo non sia stato il progetto, e nemmeno l’interesse, dei comunicatori di Veltroni, né posso credere poi che si siano avvalsi dei consigli di qualsiasi linguista nell’ideazione geografica, perché nessun «dialettologo» italiano avrebbe potuto farsi garante o addirittura autore di tale semplificazione e soprattutto di una falsificazione così palese.

Si resta stupefatti, a voler fare un altro esempio, quando si legge in qual modo è stata fatta la scelta della traduzione dello slogan in Molise. È quello che viene esposto dall’agenzia giornalistica Aise, data come «leader per gli italiani nel mondo», secondo il sito molisano Nuvole in rete. Il «dialetto» molisano sarebbe, secondo quanto afferma questa fonte, «uno dei più complessi e soprattutto sconosciuti». Lo staff della comunicazione del PD si è rivolto allora all’associazione Forche Caudine, «circolo storico di molisani a Roma» (questo sembra significare dunque che i molisani del Molise sono meno affidabili di quelli della capitale), che ha scelto di «concertare» la decisione con il ricorso «alle nuove tecnologie» per sollecitare via e-mail i pareri di quasi tremila molisani sparsi in tutto il mondo.

Il criterio di selezione stabilito è stato semplicemente quello della «maggioranza» e così «Zë pò fà», scritto con la «ë muta» (sic!), lo si è giudicato degno di scriversi sulle magliette e la mappa-puzzle d’Italia. La consultazione, però, secondo la stessa fonte, «ha avuto il merito di far emergere le più disparate istanze», tra l’altro con la versione dello slogan in croato, albanese e serbo, minoranze linguistiche presenti in Molise... Inoltre si riferivano numerose varianti territoriali, quali «Cë pò fà» o «Se po feaje». Il fatto che siano state scartate è motivato come una cosa giusta, profondamente democratica, visto che... non hanno avuto la maggioranza in un campione dei molisani fuori dal Molise.

Spetta dunque alla maggioranza degli internauti attivi (la questione della loro rappresentatività non viene certamente posta e sembra evidente che non può che essere superiore a quella degli idioti – intesi ovviamente in senso etimologico – i quali magari parlano giornalmente la loro lingua, ma non usano la rete per comunicare) di decidere qual sia l’espressione molisana più «autentica» e rappresentativa! Non si può immaginare concezione più aberrante non solo della democrazia – le minoranze sono ridotte al silenzio perché appunto non-maggioritarie –, ma anche della linguistica, visto che gli atti di linguaggio vengono trattati come opinioni. Cosa si direbbe se, per accertare le verità della fisica o della medicina, i ricercatori si basassero sui sondaggi d’opinione? In ogni caso quest’esempio mostra la completa mancanza di serietà di tutta la faccenda, in cui la lingua non è nient’altro che un gingillo elettorale. 

Si consideri poi il caso, invero singolare, occorso allo slogan nella traduzione sua napoletana. Qui lo staff di Veltroni aveva maggior fiuto scegliendo, per averne lumi, di telefonare ad Amedeo Messina. Il presidente dell’Istituto Linguistico Campano ben chiariva ch’egli avrebbe rilasciato l’espressione partenopea del “si può fare”, ma non era questa uguale agli altri linguaggi della regione. Tuttavia la corretta trascrizione in napoletano da lui fornita era poi modificata in forma errata, così da costringere Serse Turao a una nota pubblicata qui sul sito con il titolo Veltroni e noi (clicca: ’o puosto e mparulianno) e a stampa su Il Mattino e Il Corriere del Mezzogiorno.

Lo stesura abborracciata della mappa degli slogan dialettali non ha certamente ottenuto un gran consenso. Strafalcioni sono segnalati di qua e di là. Si confronti anche il caso di Trieste, dove il motto è diventato «Xe pol far». Scrive Corrado Premuda sul sito Bora.la che si tratta di tre parole appena e una papera eclatante. Qui «la versione corretta sarebbe “Se pol far”: il “si” impersonale dell’italiano diventa “se” in triestino, non “xe”, terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo essere». Nella discussione degli internauti su questa messa a punto viene detto che si tratterebbe della versione veneziana, ed è quello che fa pensare anche la lettura stessa della mappa. In questo caso il triestino sparisce del tutto…

Un’altra cosa molto interessante è l’incontro di Veltroni, nel suo giro d’Italia, con i modi d’espressione «dialettali» quando diventano tramite del confronto sociale. Sulle peripezie del candidato alla presidenza del Consiglio si può leggere sul sito A sangue freddo il racconto di un incidente edificante sopraggiunto nel comizio a Padova. Un anziano gli ha chiesto «in puro e schietto dialetto patavino» come si possa vivere con meno di 500 euro al mese e aggiungeva altre parole imbarazzanti, secondo quello che ha sentito il testimone. L’uomo è stato preso dai carabinieri, ingiunto di mostrare i documenti e portato fuori della piazza. Ecco il tipo di manifestazioni dialettali che il PD preferirebbe senz’altro risparmiarsi…

Un’ultima cosa va notata: non solo la lingua nazionale e i cosiddetti «dialetti», ma molte altre lingue sono presenti sulla penisola italiana. Lingue per lo più parlate da cittadini extracomunitari vengono del tutto trascurate, anzi volutamente omesse nell’Italia dei molteplici linguaggi. Gli immigrati poi, di tante origini, qui parlano spesso i «dialetti» delle regioni in cui vivono, e anche per questo dovrebbero ricevere qualche maggiore attenzione da un partito di centrosinistra che ostenta la parola democrazia. Però il PD non presentava alcun immigrato nelle sue liste. Nemmeno uno… e questo è molto inquietante, perché, volendo o nolendo, si tratta di una modalità passiva di allinearsi sulla xenofobia sempre più clamorosa nel partito faidaté berlusconiano dopo aver integrato in sé l’estrema destra.

Lo ha puntualmente denunciato lo scrittore e antropologo algerino Amara Lakhous, che contesta una volta di più il rifiuto persistente di concedere il diritto al voto degli extracomunitari: «Gli italiani all’estero, che in Italia non vivono, possono votare. I figli di immigrati, che tifano per gli azzurri, parlano i dialetti locali e magari hanno sempre vissuto qui, non possono». Cosa, a tutti loro, abbia potuto mai significare di poter leggere o sentirsi dire in italiano, in piemontese o in napoletano che qualcosa si poteva fare, che era possibile farlo, io non so davvero... Ma so quello che provano a fare loro stessi, con le loro strategie di sopravvivenza quotidiana: cavarsela, farcela, riuscire, in tante lingue che la fittizia mappa della propaganda veltroniana non basta certo a contenere.

Jean-Pierre Cavaillé

Posté par tavan à 12:38 - Italia - Commentaires [2] - Rétroliens [0] - Permalien [#]
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