Vi propongo qui di seguito la traduzione in italiano di un articoletto pubblicato poco tempo fa su questo blog in francese: D’une île, l’autre: de la Corse à la Sardaigne.

Desanti

Domenico Desanti (1824 Cauro - 1892 Ajaccio) : una Arcadia corsa (foto ME Nigaglioni)

 

Da un'isola all'altra: Corsica e Sardegna

 

U paese di u riacquistu

 

Di recente (a inizio luglio) mi sono reso in Sardegna via la Corsica. È un viaggio sociolinguistico appassionante, ma data la brevità del mio soggiorno, non ho potuto fare altro che sfiorare l’argomento. In questi miei appunti, proverò dunque di rimanere prudente.

Innanzitutto, contrariamente a quanto si pretende qua e là, ho potuto constatare che il corso è ancora parlato comunemente, almeno nei paesi, tanto da chi ci vive tutto l'anno quanto dai corsi del continente che tornano per l’estate, come ad esempio a Cervione nella regione di Bastia, dove mi sono fermato, ma anche lungo la costa viene usato volentieri dai commercianti, tra di loro e con alcuni clienti.

Invece – ma forse sono capitato male, cioè non nei posti giusti – non ho sentito bambini parlare in corso, nemmeno adulti usare la lingua con i figli o i nipotini.

In parecchie negozi, la radio era sintonizzata su Frequenza Mora (France Bleu Corse, radio pubblica regionale), la più ascoltata dell'isola, che propone una cospicua parte del suo programma in lingua corsa, e la gente commentava in ambedue lingue tanto le notizie in corso quanto quelle in francese. Questo, per me, è stato il segno più visibile della peculiarità della situazione corsa nei confronti del continente, dove dobbiamo accontentarci sulle nostre France Bleu regionali (ogni regione ha la sua, ma tutte sono "ovviamente" pilotate da Parigi) di brevissimi interventi in lingua regionale, nella migliore delle ipotesi, perché non è il caso in Limousin, ad esempio, dove non è previsto nessun programma in lingua. Invece, non c’era una parola in corso sul quotidano dell'isola Corse Matin. Tuttavia, il giornale pubblicava una lunga intervista con il noto nazionalista Jean-Guy Talamoni per un suo recente librone, tratto dalla sua tesi di dottorato: Littérature et politique en Corse, il cui pare d’altronde molto interessante.

A Bonifacio (Bunifazziu), ho potuto vedere una commedia all’aperto integralmente recitata in corso (però sopratitolata in francese): A Mandracula è piu, ispirata dalla celeberrima commedia del Machiavelli, liberamente adatta da Guy Cimino al contesto corso (le abluzioni d’acqua minerale Orezza fanno miracoli contro la sterilità femminile, ecc.). La Compagnia si chiamava U Teatrinu ; lo spettacolo era truculento e brillante, nonostante certi attori che recitavano il corso con un accento che al mio parere sapeva troppo del nord de la Loira.

Siccome era appena uscito e che si vedeva dappertutto, ho letto nello speciale del Canard Enchaîné dedicato alla Corsica gli articoli dedicati alla lingua e alla letteratura. Mi aspettavo il peggio e non sono stato deluso: titolo emblematico nella lingua e sulla lingua (Ù cunnosce più a filetta: « non conosce più la felce »; si dice di un Corso quando si è dimenticato del suo paese); presentazione del corso come « ragout de dialectes » (stufato di dialetti), « né dans la bouche de bergers et de paysans » (nato in bocca di pastori e contadini), diventato in meno di quaranta anni « une langue de la ville » (« una lingua della città), cioè, secondo la logica assurda dell’identificazione corso/campagna, una « plante hors sol »; scherno del CAPES (concorso per diventare insegnante nelle scuole secondarie) di corso, « diplôme chétif, taillé sur mesure pour que ses titulaires ne puissent pas être mutés ailleurs qu’en Corse » (« diploma magrolino, tagliato su misura, in modo che i titolari non possano essere mandati fuori dalla Corsica »); ironia sul costo presumibilmente esorbitante e sull’inutilità delle misure politiche ed amministrative in favore del « riacquistu » (« riacquisizione » invece di « riconquista » – « reconquête », come traduce malignamente il Canard); l’argomento della letteratura ridotto a quello della costituzione di una letteratura « de terroir » (così viene tradotto l’adiettivo « nustrale »), ecc.

Ho preferito tuffarmi nella lettura di qualche articolo della raccolta di Marcu Biancarelli (autore di cui abbiamo parlato già qui, assieme al suo comparso e traduttore Jérôme Ferrari), Vae victis (da leggere la presentazione del libro fatta da Emmanuelle Caminade), ben piazzato nella biblioteca dell’amico che mi ospitava, e in particolare un testo intitolato: « Le Riacquistu et moi » (2005), frammento di autobiografia rabbiosa (mi piace il tono rabbioso, esasperato, vivificante di Biancarelli) sul recupero individuale della lingua, in cui molti di noi, che facciamo parte in Francia di una generazione a cui la trasmissione attiva della lingua è stata risparmiata, si riconosceranno, almeno in parte. La situazione corsa, in effetti, data l’importanza della militanza indipendentista, è peculiare (della lingua, scrive ad esempio: « mi era stata proposta combattente, in divisa cachi, sbraitante ed aggressiva… ») e racconta poi come, per lui, la militanza, « lieve », e la passione, « immensa », non andarono d’accordo. Diventò insegnante e scrittore.

Come si vede bene in questo passo, Biancarelli è assai duro con la militanza che promuove il « Riacquistu »: tentazione della chiusura, esclusivismo linguistico e culturale, ecc. Da un tratto sembra però ricredersi: « serions-nous ici aujourd’hui si un mouvement tel que le Riacquistu n’avait pas existé ? Sans doute non » (« saremmo qui oggi, se un movimento come il Riacquistu non avesse esistito? Sicuramente no »). Trattasi di un male necessario? Alla vista di quello che gli Irlandesi, di cui – dice – il nazionalismo rimane intatto, hanno fatto della loro lingua, ci sono delle buone ragioni per diffidare, e al Riacquistu, Biancarelli preferisce l’Acquistu, « c’est-à-dire de l’apprentissage sérieux, du travail, de la curiosité et non pas de la nostalgie et de la culpabilisation… » (« cioè l’apprendimento serio, il lavoro, la curiosità e non la nostalgia e la colpevolizzazione »).

 

Org

Un murale di Orgosolo

Cantu a tenore et Poesia a bolu

Ad arrivare in Sardegna, da Bonifacio basta solo un’oretta di traghetto. Lì, senz’altro, la lingua, o meglio le lingue sono molto diverse. La limba sarda, composta da numerosissime varianti generalmente ridotte in modo molto discutibile[1] a due insiemi dialettali distinti – logudorese e campidanese – occupa la maggiore parte dell'isola, accanto al gallurese e al sassarese nel nord, che sono delle parlate legate al corso, e agli interessantissimi isolati di Alghero e delle piccole isole di San Pietro e di San Antioco in cui si parla rispettivamente il catalano e il tabarchin.

Ci sono andato soprattutto, senza programma prestabilito, con l'idea di ascoltare alcuni gruppi di canto polifonico a tenore, la cui bellezza gutturale mi affascina e mi incanta, e anche, se possibile, per assistere a qualche « gara di poesia » estemporanea, equivalente sardo del chjama è respondi corso e dell’Ottava rima cantata dell’Italia centrale. Polifonia e poesia a braccio, sono, manco a dirlo, esclusivamente in lingua sarda.

Il canto a tenore, assai differente dal cantu in paghjella corso, è l’unione di quattro voci maschili (la boche, voce solista che canta una poesia versificata, e il tenore (coro) composto dalla mesu boche (contralto), dalla contra (baritono) e del bassu (basso). Le due ultime sono sfruttate in un modo molto peculiare e del tutto insolito nelle nostre culture cantate europee, con suono gutturale e intervallo di quinta, dando la sensazione, magari falsa, di addentrarsi in un terriccio culturale ancestrale (senza prove decisive, si fa sempre risalire il canto a tenore alla civiltà dei nuraghes, ma si veda in proposito la critica di Ignazio Macchiarella). Si dice per tradizione che le voci del tenore imitano rispettivamente il sibilo del vento (o il tintinnare delle campane del bestiame), il belato della pecora e il muggito della mucca (da vedere l’eccellente presentazione didattica delle voci dei Tenores di Bitti, Mialinu Pira).

Questa straordinaria espressione vocale, il cui stile cambia da paese a paese, sta conoscendo un’intensa rinascita. A Orgosolo, il paese dei murales, si sentono ovunque la sera gruppi di tutte le età, ma soprattutto di giovani, che si esercitano o si esibiscono, per strada o nelle case, con un incredibile spirito di emulazione. Grazie alla presidente dell'associazione culturale S’Ottada (L'Ottava), che ringrazzio caldamente, ho avuto la fortuna di poter assistere ad un piccolo concerto improvvisato da un gruppo di giovani cantanti in un appartamento; il canto riempiva tutto, vibrava in ogni interstizio. A Orgosolo, Questa pratica rinnovata si appoggia su una lunga tradizione, ampiamente documentata dalla diffusione dei registratori in poi, materiale ora spesso disponibile on line, preziosissima fonte di ispirazione per i tenores odierni[2].

Avevo incontrato a Monestiés, vicino ad Albi, lo scorso mese di maggio, il Cuncordu de Orosei, gruppo di spicco creato nel 1978, che si esibiva in compagnia dei gasconi di Vox Bigerri. Approfittai dell’occasione per andare a visitare il gruppo sul posto, nel bellissimo paese di Orosei, gentilmente accolto da Martino Corimbi, che lo conduce, e potei assistere di sera a una delle loro prove quasi quotidiane, dopo che i cantati avessero finito la loro calda e dura giornata di lavoro manovale. Eccellono tanto nel canto sacro, per cui sono famosi, quanto profano: ognuno può giudicare della loro qualità guardando on line alcuni delle loro prestazioni (Tzeleste Tesoro, Libera me Domine).

Sono stato meno fortunato con la poesia « a bolu » (a braccio), che dà luogo a questa istituzione culturale sarda detta « gara di poesia ». I poeti (generalmente due o tre), all’occasione delle sagre locali, improvvisano, cantando ottave di versi endecasillabi su temi a contrasto assegnati sul momento (su Chelu e s’Infernu – il cielo e l’inferno –; s’Aradu e sa Pinna – l’Aratro e la Penna –; s’Arte e sa Natura e s’Iscenzia ; sa Faula, e sa Veridade – la Menzogna e la Verità –; sa Culla e sa Bara; su Preideru e su Dimoniu – il Prete e il Demonio –; su Maridu gelosu e sa Muzere libertina; s’Anzianu in ricoveru e s’Anzianu in domo sua – l’Anziano ricoverato e l’Anziano a casa sua –; su Burqa e sa Minigonna, ecc.).

Il canto è scandito dall’intervento regolare del coro composto dalle tre voci del tenore. In effetti, il canto improvvisato sardo si sviluppa nella struttura stessa del cantu a tenore (sotto la forma detta dell’« istèrrida » in cui il tenore interviene brevemente dopo ogni verso o distico); anzi ne fa parte pienamente, anche se l’attenzione è qui focalizzata sulla prestazione del poeta. Questi contrasti poetici, che durano ben tre ore, sono di un estrema raffinatezza, di cui possono dilettarsi solo gli amatori o iniziati. Eppure non si può parlare di un'arte esoterica poiché, al contrario, viene sfruttata soprattutto una cultura comune (o meglio una cultura che era comune in un passato ancora recente); ma per cogliere le sottigliezze dei poeti – così asseriscono gli appassionati – bisogna già aver assistito a molte altre gare e, ovviamente, conoscere il logudorese, la lingua letteraria usata. Il nome di logudorese, d’altronde, è fuorviante perché si riferisce a una regione precisa; questa lingua è più che altro uno standard letterario elaborato nel XVI secolo, in un modo molto consapevole, sul modello del toscano letterario (neanche lui del tutto toscano come l’esprime bene la metafora dell’introvabile pantera dantesca), da un dotto poeta e vescovo, Giròmine Araolla; vero e proprio standard colto che oggi ancora rimane molto usato, principalmente dai poeti di espressione scritta e orale di tutta l’isola.

Bisogna confessare che, a primo acchito e visto dall’esterno, allo stesso modo dell’improvvisazione basca, toscana, corsa o baleare, l’esercizio sembra alquanto austero. Eppure… Spero di trovare il tempo, nel prossimo futuro, di soffermarmi di più su questo argomento, fosse solo per recensire il libro in francese di Maria Manca, La Poésie pour répondre au hasard (La Poesia per rispondere al caso), interamente dedicato alla Sardegna. Per un primo approccio, si deve dare un'occhiata ad un contrasto a Bari Sardo del 2011, girato molto bene, che vede alle prese Giuseppe Porcu, Bruno Agus e Salvatore Scanu e, per avere un senso della prospettiva storica, si può ascoltare la bellissima e chiarissima registrazione del 1928 tra i poeti Cubbeddu et Ninniri sul tema: Chiè salvare, sa mamma o s’isposa ? (Quale salvare, la sposa o ma madre ?). D’altronde, i collezionisti hanno cominciato a pubblicare i loro tesori on line; nello stesso tempo la pubblicazione a stampa dei poeti improvvisatori più famosi del segle XX sta proseguendo[3].

Come ho già detto, non sono stato fortunato, perché, apparentemente, non c’era nessuna gara prevista durante il mio soggiorno. Molto gentilmente, sempre tramite l’associazione S’Ottada, un poeta famoso (di cui non faccio il nome per non metterlo a disaggio, ma lo ringrazio di cuore), si era offerto di organizzare una piccola « gara » in qualche luogo privato. Purtroppo, non poté radunare i due altri poeti su cui contava. Ma mancai lo stesso una gara, di cui ho trovato la notizia troppo tardi nella stampa, che si era svolta il giorno primo a Sennai, vicino a Cagliari. Ho allora avuto l’impressione che ci sono due aree più o meno distinte di poeti e amatori: il centro-nord e il centro da una parte, e dall’altra la parte meridionale (Campidanese).

Mi consolai scoprendo su internet un film documentario in italiano su due personaggi straordinari: la Valigia di Tidiane Cuccu. Antonio Cuccu era un uomo fuori dal comune che girava le gare di poesia, le trascriveva, e ne faceva dei librettini che vendeva sui mercati. Percorreva così la Sardegna, non avendo altra casa che la sua macchina. Alla sua morte, nel 2003, lasciò in eredità il suo tesoro, cioè la sua valigia piena di libri, ad un immigrato senegalese, con il quale si era legato da amicizia: Cheick Tediane Diane, che continua tuttora a spacciare i suoi libricini di poesia sui mercati dell’isola.

 

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Orgosolo, ancora

Una lingua minacciata

Il film non dice se il Senegalese Tediane, arrivato in Sardegna all’inizio degli anni 90 parla sardo. È possibile, perché la lingua rimane molto parlata, almeno in alcune aree, soprattutto nei villaggi; invece, nelle città, non si sente quasi più per le strade. Il crollo linguistico sembra veloce e violento. Tanto più che persistono sacche di resistenza, in cui la lingua è ancora praticata da tutta la popolazione. È il caso ad Orgosolo, dove tutti, compresi i bambini più piccini, usano esclusivamente il sardo come lingua di comunicazione spontanea, anche se tutti sanno l’italiano (in fatti soprattutto usato con i forestieri), unica lingua, almeno in questo borgo, insegnata a scuola. Una persona incontrata per strada mi disse che gli unici bambini a cui non si parla sardo sono quelli che presentano grandi difficoltà di apprendimento; con loro si fa la scelta dell’italiano solo, lingua troppo importante per essere ignorata! Questo particolare, senz’altro, si meriterebbe un’analisi sociolinguistica approfondita. A Orgosolo, il bilinguismo è dunque generale e gli abitanti ne sono molto orgogliosi, accenando con disdegno al resto dell’isola, dove non è più il caso. A volte mi hanno addirittura dato l’impressione di esagerare la decadenza della lingua nelle altre città e paesi. Va detto che a Orgosolo, la lingua gode di un grande prestigio simbolico anche grazie ai famosi murales, su cui si leggono versi famosi dei poeti sardi dai forti significati sociali e identitari.

Disponiamo di uno studio sociolinguistico valido e approfondito (anche se discutibile per più di una ragione), pubblicato nel 2007, Le lingue dei Sardi, eseguito su un campione molto rappresentativo. I risultati sono impressionanti. Il 68,4% dei Sardi dichiara di conoscere qualche varietà di sardo; solo il 2,7% non lo parla e non lo capisce. La percentuale dei parlanti è di 85,5% nei Comuni al di sotto dei 4.000 abitanti e di 57,9% nei centri urbani al di sopra dei 100.000. 89,9% vuole che la lingua sia supportata dalle istituzioni; l’81,9% è favorevole all'insegnamento del sardo, accanto all’italiano e ad una lingua straniera. Queste cifre dimostrano da un lato l’importanza quantitativa dei locutori, ma anche il fatto, come spesso avviene, che la società civile nel suo complesso è molto meno timorosa sulla tematica della protezione delle lingue minoritarie di quanto lo sono il personale politico e le élites in generale. Perché anche se il sardo gode di un riconoscimento istituzionale (legge regionale 26 del 15 ottobre 1997; legge nazionale 482 del 15 dicembre 1999, e altre dispositivi...) molto superiore a quello delle lingue regionali in Francia, i mezzi messi in opera per la loro tutela rimangono piuttosto ridicoli e, soprattutto, il complesso diglossico delle élites è spesso spettacolare (non tutti gli intellettuali sardi sono disposti a parlare de la loro lingua come lo fanno, ad esempio, Francescu Sedda, di cui avevo tradotto qui un testo sui famigerati spots de la Rai, o anche uno scrittore d’espressione italiana come Salvatore Niffoi, in un’intervista che avevo segnalata nei tempi ormai lontani in cui iniziò a condurre questo blog).

Ad esempio, un primo standard per la scrittura (e la scrittura sola) del sardo è stato proposto nel 2001 da una commissione di ricercatori nel quadro istituzionale della Regione autonoma della Sardegna, Limba Sarda Unificada (LSU), ma le resistenze, giustificate (mancata presa in conto delle varianti meridionali) o meno, furono tali che la stessa istituzione ne ha proposto uno nuovo nel 2006, Limba Sarda Comune (LSC), anch’essa fortemente contestata, tra l’altro da certi dialettologi, che non possono immaginare la standardizzazione, fosse solo per la scrittura, di quello che a loro sembra una diversità irriducibile, cosa poi che può essere fortemente contestata come lo fa ad esempio il linguista Roberto Bolognesi, coinvolto nello sviluppo della LSC.

Quando si vede però sulla carta il numero dei locutori potenziali (cf. la ricerca citata sopra) e lo si paragona alla relativa scarsità di quello che si può effettivamente sentire, soprattutto nelle aree urbane, bisogna per forza constatare un enorme divario, segno clamoroso del fatto che la lingua è minacciata nei suoi usi più comuni: l'operazione di sostituzione dall’italiano è ormai in fase avanzata e la perdita della trasmissione in famiglia è press’a poco generale (con delle notevoli eccezioni, come ho già detto). Questi segnali sono molto preoccupanti e bastono a dimostrare che il futuro della lingua non è assicurato.

Due piccoli fatti riportati dalla stampa, a proposito dell’uso del sardo sollecitato da alcuni candidati alla maturità mi sembrano rappresentativi dello sgomento dei professori e dei giornalisti di fronte a quello che sembra diventare una vera e propria rivendicazione. Ho letto nella Nuova Sardegna (17 de luglio), che un candidato all’esame di maturità presso l’Istituto alberghiero di Sassari aveva presentato la tesina, dedicata a una ricetta di coccone cun fozza, in sardo, con grande soddisfazione della commissione, che non se l’aspettava. Tutto questo viene riportato nel quotidiano su un tono scherzoso e benevolente, come se si trattasse di una curiosità folkloristica. Ma mi sono anche imbattuto sul numero del 7 luglio dello stesso giornale, dove si riferiva al caso di una candidata che si era vista rifiutare di presentare un esame orale di storia in sardo, mentre ne proponeva la traduzione in lingua italiana (si veda qui l’intervista della ragazza). Questa volta, l'argomento era trattato in un modo apertamente politico, tramite le dichiarazioni veementi dell’indipendentista Giovanni Angelo Colli e un dibattito molto violento sul sito del giornale. Possiamo quindi vedere quanto la questione linguistica, che potrebbe in definitiva sembrare innocua, almeno quando si riesce a mantenerla nel folclore, suscita passioni infuocate, nazionali o nazionalisti (italiane / sarde), appena assume una dimensione politica.

Al momento di chiudere, scatta una notizia . È stato attuato per l’anno scolastico 2013-2014, grazie ad una intesa tra la Regione Autonoma e la Direzione Scolastica Regionale, un dispositivo che permette ai parenti di iscrivere i figli a un'opzione d’insegnamento della lingua sarda. Senza campagna informativa, senza reale pubblicità, già, per questo primo anno, un quarto delle famiglie ha fatto l’iscrizione; un quarto! È al di sotto della percentuale di quelli che, nello studio citato sopra, si dicono favorevoli all’introduzione del sardo a scuola, ma è comunque la dimostrazione clamorosa di una forte richiesta sociale per l’insegnamento del sardo (si veda ad esempio la reazione di Vio Biolchini sul suo blog

 

Jean-Pierre Cavaillé



[1] Per una critica della separazione tra logudorese e campidanese, vista come un’astrazione senza fondamento linguistico valido, si lega il libro recente di Giuseppe Corongiu, Il Sardo una lingua « normale », Cagliari, Condaghes, 2013, di cui spero di poter fare prossimamente una recensione.

[2] Da ascolater in linea, ad esempio, il tenore Coro Carbone (anni 64-65) ; ed un alto senza nome. Più di recente, il tenore Untana Vona e il tenore Antonia Mesina (Gennargentu, Disidzos de hane amìu - 1991 et Su Ballittu Cadenzatu).

[3] Si vedono soprattutto le raccolte dovute al lavoro instancabile di Paolo Pillonca. Quattro anni fa, ha pubblicato l’Opera Omnia di Raimundu Piras (Domus de Jana, 2009).