Mescladis e còps de gula

blog dédié aux cultures et langues minorées en général et à l'occitan en particulier. On y adopte une approche à la fois militante et réflexive et, dans tous les cas, résolument critique.

15 avril 2008

«Si può fare»: la lingua in quanto gadget elettorale

[questo articolo è stato scritto per il sito dell'Istituto Linguistico Campano]

Durante la campagna elettorale che si è conclusa lunedì scorso, con i risultati ormai ben noti, il Partito Democratico aveva scelto come slogan l’adattamento, rabberciato in italiano, rabberciato in italiano, dello «Yes, we can» del rapper Will I Am e fatto proprio da Barack Obama, il front runner «democratico» alla presidenza degli Stati Uniti d’America: «Si può fare». Ora abbiamo appreso che no, non si è potuto fare, nonostante la formula nostrana fosse alquanto più modesta e molto meno assertiva di quella scelta da Obama. Sapeva già un po’ di sconfitta, se ci si pensa… Nel dramma delle possibilità sciupate, delle cose che si sarebbero potute fare e la maggior parte dei votanti ha scelto d’impedire alla radice, vi è forse, a mio parere, più della lotta del possibilismo contro i numeri schiaccianti delle probabilità, il pressappochismo con il quale ci si è avvicinati alla realtà del paese e ai suoi bisogni.

       Esemplare è a tal proposito, mi sembra, il modo di relazionarsi con le differenti identità linguistiche presenti internamente alla nazione. Un osservatore francese non può che rimanere colpito dal fatto che il « Si può fare » sia stato tradotto in parecchie lingue regionali italiane. Magliette, locandine e manifesti di sostegno alla campagna esibivano la stampa d’una parte del multilinguismo italiano, così ricco e peculiare. Sul sito del PD, si poteva anche trovare, in mezzo agli altri materiali di propaganda, una mappa d’Italia tricolore, ritagliata in vari pezzi come un puzzle e che, prima della sua probabile scomparsa, provvedo a trasferire qui sotto.

dialettinpuzzle

Ogni tassello corrisponde a una regione, dove si può ascoltare una o due maniere di dire «Si può fare»: dal «Ci si fa» dei toscani fino al «Wir schaffen das» del Südtirol; dal «Se peu fä» ligure al «’U putemu fari» dei siciliani. Così Veltroni, quando ha fatto il suo giro d’Italia in quarantacinque tappe, incontrava ogni giorno o quasi simpatizzanti del nuovo suo partito che esibivano in vari modi lo stesso slogan, ma nel «dialetto» proprio. A Rimini, per esempio, ha voluto mettersi in mostra con dei giovani che indossavano magliette con la scritta «us po’ fe».

È una cosa esotica per un francese, perché nel mio paese nessun partito, ahimè, nemmeno quelli che sostengono ufficialmente le lingue regionali (bisognerebbe poi limitarsi al singolare, perché al di fuori dei Verts non ve ne sono altri), oserebbe fare una cosa simile. Da noi una tale iniziativa significherebbe stroncare l’unità nazionale e andare incontro all’accusa di separatismo… Le condanne verrebbero da ogni luogo e da tutti gli orientamenti politici, dall’estrema destra fino all’estrema sinistra.

Invece ciò non ha destato in Italia quasi nessuna critica di fondo e la sola obiezione che io conosca è quella apparsa in un blog di destra con l’accusa di far passare tutti gli italiani come «provinciali». Credo che questo sia dovuto al fatto che i numerosi linguaggi regionali, neutralizzati come «dialetti» (l’unico termine usato purtroppo nel corso di questa campagna e in netta contraddizione con le leggi regionali che usano quello di «lingue»), non rappresentano, in quanto tali, alcun esito politico (e ciò per qualunque partito, compresa la Lega Nord), e nemmeno una valenza culturale, come si può verificare leggendo la scarsa letteratura dedicata a questa iniziativa.

Del resto le ragioni date dallo stesso PD per giustificare una simile campagna sono contenute pressoché nelle sole parole ribadite ovunque, quasi sempre senz’alcun commento, dal diretto responsabile della comunicazione Ermete Realacci: «Vogliamo trasmettere il messaggio di un’Italia che parli con una sola voce, ma che pensi con le diverse menti dei suoi territori». L’espressione è d’altronde strana, perché l’iniziativa mirava a fare esprimere la stessa cosa a tante voci diverse, e dunque a unirle in una sola mente per finalità da molti condivise.

Quale potrebbe essere pertanto qui il senso dell’espressione «diverse menti dei suoi territori»? Forse diverse peculiarità culturali? Non lo si ribadisce con chiarezza e, inoltre, parlare di «voce» e di «menti» dispensa dal pronunciarsi sulle «culture» e sulle «lingue». Lo stesso uso generico del termine «dialetti», in questo sistema binario (dialetti/lingua), esclude di per sé qualsiasi accenno all’esistenza sulla penisola di lingue vere e proprie al di fuori dell’italiano. Senza nessun intento polemico, si può costatare che la propaganda del PD è del tutto regressiva in confronto allo statuto giuridico di buona parte degli idiomi sollecitati e al principio costituzionale della pari dignità sociale delle lingue.

Come dice un altro testo pescato in rete, la mira, sollecitando le parlate locali, era di «arrivare proprio al cuore di tutti»; lo scopo, del tutto comunicazionale e propagandistico, era di produrre l’illusione che nessuno era stato dimenticato, che anche l’angolo più recondito d’Italia è stato preso in considerazione, tuttavia per mezzo di una specificità che non andava aldilà di un’espressione pittoresca. Tanti italiani potevano giustamente sentirsi umiliati e offesi da quest’assegnazione superficiale e decorativa. Molto rilevante mi sembra a tal proposito il fatto che nella rappresentazione geografica gli slogan sono immersi nei colori della bandiera italiana che ricopre interamente la penisola e senza nessuna indicazione sulle unità linguistiche e le identità regionali.

La mappa a noi proposta è d’altronde del tutto fittizia e siamo molto lontani da una rappresentazione di tutte le comunità linguistiche. È del tutto fittizia perché suggerisce l’esistenza d’uno solo o due al massimo «dialetti» in ogni regione amministrativa, arrestandosi di netto ai suoi confini, e l’idea stessa del puzzle, se induce forse l’idea di una qualche arbitrarietà dei limiti, non invita poi a pensarne la porosità. Le regioni, ovviamente, non sono gabbie linguistiche ed esistono mappe delle zone linguistiche abbastanza accurate, che danno una rappresentazione ben diversa della complessa realtà linguistica italiana.

Per esempio è strano l’avere evidenziato per la Sardegna una sola versione dello slogan, visto che vi coesistono almeno quattro grandi zone linguistiche e un isolato catalano. La stessa cosa vale poi per la Campania, la Puglia, la Calabria, la Sicilia... Le minoranze linguistiche arbëresh, grika, croata ecc. sono state del tutto dimenticate... Non vedo nemmeno traccia della lingua d’oc parlata in una parte delle vallate alpine (per non dire di quella di Guardia Piemontese)… Se gli ideatori della carta avessero voluto prenderle in conto, avrebbero dovuto addentrarsi nella densa realtà linguistica e culturale del paese. Mi pare chiaro che questo non sia stato il progetto, e nemmeno l’interesse, dei comunicatori di Veltroni, né posso credere poi che si siano avvalsi dei consigli di qualsiasi linguista nell’ideazione geografica, perché nessun «dialettologo» italiano avrebbe potuto farsi garante o addirittura autore di tale semplificazione e soprattutto di una falsificazione così palese.

Si resta stupefatti, a voler fare un altro esempio, quando si legge in qual modo è stata fatta la scelta della traduzione dello slogan in Molise. È quello che viene esposto dall’agenzia giornalistica Aise, data come «leader per gli italiani nel mondo», secondo il sito molisano Nuvole in rete. Il «dialetto» molisano sarebbe, secondo quanto afferma questa fonte, «uno dei più complessi e soprattutto sconosciuti». Lo staff della comunicazione del PD si è rivolto allora all’associazione Forche Caudine, «circolo storico di molisani a Roma» (questo sembra significare dunque che i molisani del Molise sono meno affidabili di quelli della capitale), che ha scelto di «concertare» la decisione con il ricorso «alle nuove tecnologie» per sollecitare via e-mail i pareri di quasi tremila molisani sparsi in tutto il mondo.

Il criterio di selezione stabilito è stato semplicemente quello della «maggioranza» e così «Zë pò fà», scritto con la «ë muta» (sic!), lo si è giudicato degno di scriversi sulle magliette e la mappa-puzzle d’Italia. La consultazione, però, secondo la stessa fonte, «ha avuto il merito di far emergere le più disparate istanze», tra l’altro con la versione dello slogan in croato, albanese e serbo, minoranze linguistiche presenti in Molise... Inoltre si riferivano numerose varianti territoriali, quali «Cë pò fà» o «Se po feaje». Il fatto che siano state scartate è motivato come una cosa giusta, profondamente democratica, visto che... non hanno avuto la maggioranza in un campione dei molisani fuori dal Molise.

Spetta dunque alla maggioranza degli internauti attivi (la questione della loro rappresentatività non viene certamente posta e sembra evidente che non può che essere superiore a quella degli idioti – intesi ovviamente in senso etimologico – i quali magari parlano giornalmente la loro lingua, ma non usano la rete per comunicare) di decidere qual sia l’espressione molisana più «autentica» e rappresentativa! Non si può immaginare concezione più aberrante non solo della democrazia – le minoranze sono ridotte al silenzio perché appunto non-maggioritarie –, ma anche della linguistica, visto che gli atti di linguaggio vengono trattati come opinioni. Cosa si direbbe se, per accertare le verità della fisica o della medicina, i ricercatori si basassero sui sondaggi d’opinione? In ogni caso quest’esempio mostra la completa mancanza di serietà di tutta la faccenda, in cui la lingua non è nient’altro che un gingillo elettorale. 

Si consideri poi il caso, invero singolare, occorso allo slogan nella traduzione sua napoletana. Qui lo staff di Veltroni aveva maggior fiuto scegliendo, per averne lumi, di telefonare ad Amedeo Messina. Il presidente dell’Istituto Linguistico Campano ben chiariva ch’egli avrebbe rilasciato l’espressione partenopea del “si può fare”, ma non era questa uguale agli altri linguaggi della regione. Tuttavia la corretta trascrizione in napoletano da lui fornita era poi modificata in forma errata, così da costringere Serse Turao a una nota pubblicata qui sul sito con il titolo Veltroni e noi (clicca: ’o puosto e mparulianno) e a stampa su Il Mattino e Il Corriere del Mezzogiorno.

Lo stesura abborracciata della mappa degli slogan dialettali non ha certamente ottenuto un gran consenso. Strafalcioni sono segnalati di qua e di là. Si confronti anche il caso di Trieste, dove il motto è diventato «Xe pol far». Scrive Corrado Premuda sul sito Bora.la che si tratta di tre parole appena e una papera eclatante. Qui «la versione corretta sarebbe “Se pol far”: il “si” impersonale dell’italiano diventa “se” in triestino, non “xe”, terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo essere». Nella discussione degli internauti su questa messa a punto viene detto che si tratterebbe della versione veneziana, ed è quello che fa pensare anche la lettura stessa della mappa. In questo caso il triestino sparisce del tutto…

Un’altra cosa molto interessante è l’incontro di Veltroni, nel suo giro d’Italia, con i modi d’espressione «dialettali» quando diventano tramite del confronto sociale. Sulle peripezie del candidato alla presidenza del Consiglio si può leggere sul sito A sangue freddo il racconto di un incidente edificante sopraggiunto nel comizio a Padova. Un anziano gli ha chiesto «in puro e schietto dialetto patavino» come si possa vivere con meno di 500 euro al mese e aggiungeva altre parole imbarazzanti, secondo quello che ha sentito il testimone. L’uomo è stato preso dai carabinieri, ingiunto di mostrare i documenti e portato fuori della piazza. Ecco il tipo di manifestazioni dialettali che il PD preferirebbe senz’altro risparmiarsi…

Un’ultima cosa va notata: non solo la lingua nazionale e i cosiddetti «dialetti», ma molte altre lingue sono presenti sulla penisola italiana. Lingue per lo più parlate da cittadini extracomunitari vengono del tutto trascurate, anzi volutamente omesse nell’Italia dei molteplici linguaggi. Gli immigrati poi, di tante origini, qui parlano spesso i «dialetti» delle regioni in cui vivono, e anche per questo dovrebbero ricevere qualche maggiore attenzione da un partito di centrosinistra che ostenta la parola democrazia. Però il PD non presentava alcun immigrato nelle sue liste. Nemmeno uno… e questo è molto inquietante, perché, volendo o nolendo, si tratta di una modalità passiva di allinearsi sulla xenofobia sempre più clamorosa nel partito faidaté berlusconiano dopo aver integrato in sé l’estrema destra.

Lo ha puntualmente denunciato lo scrittore e antropologo algerino Amara Lakhous, che contesta una volta di più il rifiuto persistente di concedere il diritto al voto degli extracomunitari: «Gli italiani all’estero, che in Italia non vivono, possono votare. I figli di immigrati, che tifano per gli azzurri, parlano i dialetti locali e magari hanno sempre vissuto qui, non possono». Cosa, a tutti loro, abbia potuto mai significare di poter leggere o sentirsi dire in italiano, in piemontese o in napoletano che qualcosa si poteva fare, che era possibile farlo, io non so davvero... Ma so quello che provano a fare loro stessi, con le loro strategie di sopravvivenza quotidiana: cavarsela, farcela, riuscire, in tante lingue che la fittizia mappa della propaganda veltroniana non basta certo a contenere.

Jean-Pierre Cavaillé

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08 avril 2008

« Si può fare » : La langue comme gadget électoral

           Dans la campagne électorale qui est en train de s’achever en Italie, le parti de centre gauche dirigé par Veltroni, il Partito Democratico, a choisi pour slogan, une adaptation italienne du « Yes we can » du candidat aux primaires du Democratic Party américain Obama : « Si può fare », que l’on traduirait en français par « On peut y arriver », ou « C’est possible ». La formule, on le voit, est plus mesurée, plus modeste, moins affirmative que celle de Obama. Peut-être parce que trop, y compris dans les rangs des militants de ce nouveau parti, qui a pourtant entièrement transformé le jeu électoral italien, jugent le retour de Berlusconi inévitable. « Si vedrà », on verra, et très vite…

                La chose étonnante pour un observateur français est que ce slogan a été traduit dans un nombre important de langues régionales italiennes. Ainsi les tee-shirts imprimés en soutien de la campagne arborent-ils fièrement ce qui est bien une partie du multilinguisme italien. Sur le site du PD, on trouve aussi, entre autres matériaux de propagande, une carte d’Italie tricolore, découpée comme un puzzle dont les pièces correspondent aux régions. Dans chacune des pièces peuvent se lire une ou deux manières spécifiques de dire « Si può fare » : depuis le « Ci si fa » des toscans jusqu’au « Wir schaffen das » du Süd-Tyrol ; du « Se peu fä » ligure au « ’U putemu fari » des siciliens. Ainsi Walter Veltroni, leader du PD, qui accomplit un voyage électoral autour de l’Italie en quarante-cinq étapes rencontre-t-il quotidiènement des militants qui arborent le slogan dans leur propre « dialecte », comme à Rimini par exemple, où il a tenu à s’afficher avec des jeunes qui arboraient des tee-shirts avec l’inscription « us po’ fe ».

dialettinpuzzle

         Aucun parti en France, pas même ceux qui soutiennent officiellement les langues régionales (principalement les Verts donc), n’imaginerait sans doute (hélas, combien hélas) faire une chose semblable. Cela reviendrait à briser la fiction de l’unité nationale monolingue, à prêter le flanc à toutes les accusations de séparatisme… Les condamnations fuseraient de partout et de toutes les orientations politiques, depuis l’extrême droite jusqu’à l’extrême gauche.

          Mais si une telle chose, par contre, ne soulève en Italie à peu près aucune controverse, en tout cas sur le fond[1], c’est que précisément, les multiples langues régionales, neutralisées en « dialetti », « dialectes » (seul terme utilisé durant cette campagne), ne représentent aucun enjeu politique en eux-mêmes (quels que soient les partis, y compris me semble-t-il la Lega del Nord), ni aucun véritable enjeu culturel, comme on peut le constater (hélas, combien hélas) en lisant la maigre littérature consacrée à cette intéressante initiative.

                 Les raisons données par le parti lui-même pour la justifier se limitent à peu près aux seuls propos, partout repris, le plus souvent sans commentaires, d’Ermete Realacci, en charge de la communication du PD pour la campagne électorale : « Nous voulons transmettre le message d’une Italie qui parle d’une seule voix mais qui pense avec les divers esprits de ses territoires »[2]. Formule étrange d’ailleurs, parce que justement l’initiative vise à faire dire la même chose, et donc participer d’un seul et même esprit, ) à des voix multiples. Que veut dire ici la formule « divers esprits » ? Diverses spécificités culturelles, peut-être ? Cela en tout cas n’est pas dit clairement, l’invocation de la « voix » et des « esprits » permet de ne parler ni de « cultures », ni de « langues ».

           Comme le dit un autre texte glané sur le web, il s’agit par la multiplicité des idiomes locaux, d’arriver « aux cœurs » de tous ; le but, exclusivement communicationnel et propagandiste, étant de produire l’illusion que personne n’est oublié, que le moindre recoin de la botte est pris en considération, à travers une spécificité qui ne va pas au-delà de la seule expression dialectale. Le fait que dans la représentation géographique proposée, les formules baignent toutes dans les couleurs du drapeaux italien qui recouvrent entièrement le pays, et sans aucune indication qui marquât par des noms les identités régionales ou les unités linguistiques, est je crois hautement significatif.

                  La carte proposée du reste est complètement fictive et il s’en faut de beaucoup pour que toutes les communautés linguistiques y soient représentées. Elle est entièrement fictive parce qu’elle induit l’idée qu’il existe un – ou deux au maximum – "dialecte" par région administrative, s’arrêtant à ses frontières, la trouvaille du puzzle n’induisant guère d’ailleurs à penser la porosité des limites. Or la géographie italiennes des langues régionales est autrement complexe. On est quand même étonné de trouver une seule version pour l’ensemble de la Sardaigne, où coexistent deux grandes zones linguistiques et une enclave catalane. Cela est la même chose pour la Campanie, les Pouilles, la Calabre, la Sicile… les minorités arbëresh (albanaise), griko (grecque), croate etc. sont absolument absentes… comme l’occitan des vallées alpines (sans parler de celui de Guardia en Calabre)… Les pendre en compte aurait impliqué aller au-delà des découpages administratifs, s’engager dans la dense réalité de la multiplicité linguistique et culturelle du pays. Mais cela n’était nullement le propos, ni l’intérêt des communicateurs de Veltroni. Manifestement, ils n’ont pas même eu recours aux conseils du moindre linguiste (on peut dire tout le mal que l’on veut des dialectologues italiens, mais aucun ne souscrirait je crois à une telle simplification/falsification).

             On reste songeur par exemple, quand on lit comment s’est opéré le choix de la traduction du slogan en Molise. C’est du moins ce que rapporte l’agence de journalisme Aise, « leader », dit-on sur le site molisan Nuvole in Rete, pour les informations concernant les italiens dans le monde. Selon cette source, le dialecte molisan serait « l'un des plus complexes et surtout méconnus ». On s’est alors retourné vers une association, Forche Caudine (Fourches Caudines), « cercle historique de molisans à Rome » (cela veut-il dire que les molisans de Molise, eux, en sauraient moins que les érudits de la capitale politique du pays ? il semblerait), lequel a pris l’initiative de « concerter » la décision, en ayant recours « aux nouvelles technologies » afin de solliciter l’avis des molisans dispersés dans le monde entier par le biais de presque trois mille e-mail. Le critère de sélection étalbi est tout simplement celui de la « majorité » : c'est ainsi que « Zë pò fà » écrit avec le « ë » pour indiquer un « e » muet, l’a emporté  et figure maintenant sur les tee-shirts et la carte d’Italie. Mais, lit-on dans le même article, la consultation a eu le mérite de faire « émerger les propositions les plus disparates », avec la traduction du slogan en croate, albanais et serbe, minorités linguistiques présentes en Molise... En outre de nombreuses variantes territoriales furent évoquées, comme « Cë pò fà » ou « Se po feaje ». Le fait qu’elles aient été écartées ne pose apparemment aucun problème : il est juste et parfaitement démocratique, puisque… elles n’ont pas eu la majorité dans l’échantillon des molisans du monde entier (la Molise, encore une fois, apparemment non comprise). Il revient à la majorité des internautes (la question de la représentativité de ces derniers n’est bien sûr pas posée, il est suggéré en tout cas qu’elle est supérieure à celle des à celle des idiots – entendu bien sûr au sens étymologique qui n’utilisent pas encore ce mirifique outil de communication) de décider quelle est l’expression molisane la plus « authentique » ! On ne peut imaginer d’expression plus aberrante de la démocratie d’une part, puisque les minorités sont réduites à la non représentativité parce que non-majoritaires et de la linguistique d’autre part, dès lors que les faits de langage sont traités comme des opinions. Que dirait-on si pour attester des vérités physiques ou médicales, les chercheurs se basaient sur les enquêtes d’opinion ? Cet exemple révèle en tout cas le manque total de sérieux de l’entreprise, où la langue n’est vraiment rien d’autre qu’un gadget électoral.

                L’établissement précipité et confus de cette carte des slogans dialectaux ne fait bien sûr pas l’unanimité. Des bourdes sont signalées sur le web : ainsi à Trieste, le slogan est-il devenu « Xe pol far ». Sur à peine trois mots, signale Corrado Premuda sur le site de Bora.la, on trouve une erreur grossière. La version correcte en effet serait « Se pol far », car le pronom impersonnel « si » italien devient en triestin « se » et non « xe », qui est le verbe être à la troisième personne du présent de l’indicatif. Mais il pourrait s’agir de la version vénitienne, qui en effet, s’écrirait ainsi. C’est ce que laisse penser la carte. Mais alors l’idiome de Trieste, ville importante s’il en fut, passe carrément à la trappe… De même, les napolitains de l'Istituto Linguistico Campano (article Veltoni e noi), consultés, se disent-ils mécontents de la graphie choisie, différente de celle qu'ils avaient préconisé.

                   Une autre chose fort intéressante : la rencontre par Veltroni, lors de son tour d’Italie, des modes d'expression  l’expression « dialectaux », quand ils deviennent le véhicule de la confrontation sociale. On trouve ainsi sur le site A Sangue freddo le récit d’un incident édifiant survenu au début du meeting du leader à Padoue, où un homme âgé s’en est pris vertement à l’orateur, en lui demandant « dans un pur dialecte padouan »  comment il est possible de vivre avec moins de 500 euros par mois, selon ce qu’a entendu le témoin, et d’autres propos embarrassants. L’homme fut bien vite accosté par la police et sommé de se taire et de donner ses papiers, puis emporté au dehors. Voilà le type de manifestations dialectales dont le PD se passerait aisément (sachant qu’il est constitué largement des membres du gouvernement précédent)

Or le parti ne présente aucun immigré sur ses listes, pas un… et cela est très, très inquiétant, car c’est une façon de s’aligner par la passivité sur la xénophobie désormais tonitruante, quasi officielle du parti berlusconien après intégration de l’extrême droite. C’est ce que relève l’écrivain et anthropologue algérien Amara Lakhous, qui déplore aussi l’absence de tout droit de vote : « Les italiens de l’étranger, qui ne vivent pas en Italie, peuvent voter. Les enfants des immigrés, qui supportent l’équipe de foot nationale, qui parlent les dialectes locaux et souvent ont toujours vécus ici, ne le peuvent pas ». A ceux-là, effet, ça leur fait une belle jambe de pouvoir lire en italien, napolitain ou toscan, que c’est possible, qu’on peut y arriver… C’est bien ce qu’ils tentent de faire eux-mêmes, dans leurs stratégie de survie quotidienne, en tant de langues, que la petite carte de la propagande veltronienne n’y suffirait pas.

          Enfin, il faut tout de même remarquer que bien d’autres langues sont présentes sur le territoire italien que celles mal nommées « dialectes ». Elles sont évidemment tout à fait occultées et même peut-on dire délibérément occultées par cette Italie des dialectes typiques. Mais plus encore, ces immigrés de toute origine, en Italie, parlent très souvent les « dialectes » des régions où ils élisent domicile, et par ce truchement aussi devraient recevoir une attention particulièrement du parti de centre-gauche soi-disant démocratique. 

Jean-Pierre Cavaillé

[1] La seule objection que j’ai trouvée, très significative, sur le blog dextrême droite : destra di popolo.net, est le reproche de faire passer les italiens pour des « provinciali », des « provinciaux »….

[2] “vogliamo trasmettere il messaggio di un’Italia che parli con una sola voce ma che pensi con le diverse menti dei suoi territori”.


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31 mars 2008

Commedie e comici toscani

Il teatro popolare amatoriale in lingua toscana (il cosiddetto “vernacolo”) è tuttora di una gran vitalità, seppure non c’è quasi nessuna probabilità per un turista, anche italiano, di accorgersi della sua esistenza. A Firenze, ha trovato luoghi di rifugio lontano dal Duomo, in umili sale dei quartieri periferici. Generalmente sono dentro alcune delle innumerevoli case del popolo che continuano ad assumere un ruolo sociale e culturale centrale nella vita dei cittadini. Ci vuole attenzione e fortuna per trovare affissi alcuni modesti manifesti. A malapena questi spettacoli vengono annunciati nei giornali locali. Però due di quei teatri – la S.R.M.S. di Nave a Rovezzano, Via Villamagna, sede del gruppo La Nave e il Teatro Nuovo di Via Fanfani, dove si esibisce la compagnia Il Grillo – incontrano, difatti, un grande successo. Entrambi presentano ogni anno una commedia, nei mesi invernali, al ritmo di due spettacoli la settimana (sabato sera e domenica pomeriggio, cioè sulle trentadue rappresentazioni per La Nave, e il doppio per il Teatro Nuovo su tutto l’anno). Ora, fino all’ultimo spettacolo della stagione, i due teatri sono stracolmi.

          Ho assistito di recente a due spettacoli presentati in queste sale e non mi è certo dispiaciuto. Avverto però il lettore che questa piccola recensione è redatta da uno spettatore ingenuo, in altre parole di un curioso alla scoperta di un mondo a lui prima sconosciuto, un amatore privo del minimo di cultura idonea che gli permetterebbe di dare un giudizio fondato.

            La S.R.M.S. di Nave è una piccola sala, che si apre in fondo al bar del circolo Arci. La domenica mattina, avevo trovato il volantino nella stanza che faceva da spogliatoio per la gara podistica organizzata lì[1]. Tra gli odori delle pomate canforate e gli effluvi dei piatti di pasta generosamente offerti all’arrivo degli atleti nel cortile adiacente, mi chiedevo dove, in un palazzo così stretto, in questa confusione di borse da sport e di bicchieri di plastica, si potesse trovare il teatro. Il pomeriggio, mi accorsi che era proprio lo spogliatoio della mattina, trasmutato come per magia dopo la gara… o piuttosto restituito alla sua prima funzione, perché nel putiferio sportivo non avevo notato il palco, il sipario, nemmeno la cornice della scena, risalendo secondo ogni probabilità al primo allestimento del teatro negli anni trenta[2]. Un pubblico d’età rispettabile, vestito a festa, riempì in un batter d’occhio la saletta. Il titolo dello spettacolo era: Fra le fresche frasche

          La commedia, davvero deliziosa, piena di queste locuzioni proverbiali, parole equivoche, risposte spiritose e pungenti (ad esempio: « la tu mamma, l’avrà presa a sassate la cicogna ! ») che danno al toscano il suo tocco peculiare, era recitata da attori incensurabili, alcuni addirittura eccellenti (in particolare Valerio Ranfagni, anche direttore e regista della compagnia), in perfetta sintonia col pubblico. Il contrasto e il confronto tra « vernacolo » e « lingua » sono anch’essi portati sul palco, con effetti comici, ma sopratutto come una semplice evidenza, perché quest’incontro è la cosa più normale nella vita corrente, in modo che il borghese o il giovanotto perbenino che entri in scena parlando l’italiano, o semplicemente un italiano toscanizzato, trova il suo posto nella finzione con la più grande naturalezza.

          Stesso piacere, stessa complicità nel più spazioso Teatro Nuovo, frequentato, quel sabato sera, da un pubblico questa volta di tutte le età, venuto a divertirsi in famiglia. Anche lì, attori perfettamente ai loro agi nei personaggi comici, in una commedia esilarante e frizzante: Contesto perché voglio con…te…stare... Un intreccio stiracchiato quanto il titolo, ambientato in una specie di agenzia matrimoniale ingombrata da personaggi strambi, vera sfilata macchiettistica: una una donnona, il suo serve marito (Sergio Forconi, bravissimo), un cameriere balbuziente, un falso prete, ecc.

          La commedia del teatro di Nave esibiva d’altronde più o meno gli stessi tipi con gli stessi modi di recitare. Vedeva anch’essa poi il succedersi di peripezie strampalate in un’agenzia (l’agenzia sembra il luogo ideale di questo genere di commedia, che permette di fare incontrare personaggi che non si conoscono o piuttosto che credono di non conoscersi, ma camminano insieme verso il loro finale mutuo riconoscimento). Questa volta si trattava di un’agenzia d’investigazione (l’agenzia Centocchi), il cui lavoro consisteva principalmente nell’inseguire coppie illegittime e ricercare spariti volontari… Un intreccio imbrogliatissimo, ma di cui tutti i fili finivano per snodarsi, grazie alla confessione fatta da una signora volubile dei suoi lascivi svaghi... sotto le fresche frasche. La storia si svolge, precisava il volantino del programma, all’« epoca attuale ». Bisogna però dire che i tipi psico-sociali rappresentati (quello della ragazza madre, ma anche del marito geloso, e così via) hanno perso gran parte della loro attualità, ma è precisamente quest’inattualità, il mondo della commedia di costumi all’inizio del secolo scorso, artificialmente trasposto in situazioni più o meno contemporanee, che incanta il pubblico.

            Lo stesso si può dire dell’altro pezzo, liberamente tratto da un’opera   dell’attore Raul Bulgherini: Reverendo la si spogli. Ci sono, sì, alcuni personaggi « moderni », come ad esempio una ragazza « contestatrice » sfruttando comicamente un gergo rivendicativo. L’intreccio però è quello della commedia dei vecchi tempi: dei genitori prepotenti (qui la madre) contrastano le scelte amorose e matrimoniali dei loro figli. Anche se questa situazione è ormai priva di ogni verosimiglianza, è sempre funzionante e continua a far ridere dal fatto stesso del suo carattere topico, e comunque l’inverosimiglianza non ha nessuna importanza in se stessa; la cosa importante è il gioco dei travestiti, della caricatura e soprattutto della buona battuta.

Bulgherini1

Raul Bulgherini, Compagnia Il Grillo

            La lettura del programma di Fra le fresche frasche dà un’informazione interessante sulla commedia : è di fatto l’adattamento toscano di una commedia napoletana: Per mezz’ora di sfizio scritta nel 1985 da una autore dal nome poco napoletano, Samy Fayad. In effetti, Fayad era un libanese nato a Parigi e cresciuto in Venezuela che approdò a Napoli all’età di tredici anni. Ed è nella città partenopea che compone per il teatro e la radio numerose commedie di gran successo popolare, spessissimo rappresentate e tradotte in diverse lingue. Tra queste lingue – basta per rendersene conto dare un’occhiata su internet – al primo posto stanno i « dialetti » d’Italia. Gli ultimi anni, in effetti, questa commedia, accanto ad altre dello stesso autore (Il Papocchio, Cose turche, Come si rapina una banca, Il settimo si riposò), è stata adattata di continuo in tutte le lingue regionali della penisola: nel Veneto, in Lombardia, a Ferrara, in Molise, in Sicilia… Il fenomeno è davvero sorprendente e meriterebbe di essere studiato per se stesso. Il fatto che un immigrato d’origine libanese abbia escogitato una forma di commedia di cui si deliziano le compagnie amatoriali dedicate al teatro d’espressione « vernacolare » mi sembra molto istruttivo. Questa dialettica umana e culturale del globale e del locale, nonché quest’uso di una trama comica come supporto del libero gioco di ogni lingua particolare, sono senz’altro soggetti di riflessione appassionanti.

            Queste commedie appariranno forse a qualcuno molto convenzionali e un po’ antiquate, ma sono anche per questi motivi delle cornici in cui, chi vuole, può dare libero corso alla propria lingua, quand’è vissuta e percepita come essenzialmente colloquiale. In ogni caso, un abisso separa questi pezzi di teatro finemente composti e interpretati, da certe prestazioni costernanti dei comici toscani che ora vanno di moda. Per curiosità, infatti, e anche un po’ per desiderio di superare certi pregiudizi di spettatore, ho assistito anche ad uno show di due comici feticci della scena fiorentina, Massimo Ceccherini e Alessandro Paci, nella grandissima sala, sovraffollata, del Saschall. Lo spettacolo aveva come titolo (e questo avrebbe dovuto bastare a svegliare il sospetto) Quei bravi racazzi. I due sono famosi, tra altre cose, per la loro partecipazione ad un Pinocchio culto che, nel 1998, aveva radunato buona parte dei comici fiorentini, tra cui l’eccellente Carlo Monni. In questo Pinocchio, di cui i fiorentini si scambiano cassette e dvd, momenti di felice trivialità e d’improvvisazione inventiva, succedevano a lunghi tempi morti, noiosissimi, almeno allo schermo… Lo spettacolo di Ceccherini e Pace, di un vuoto assoluto, è interamente composto di questi tempi morti in cui non succede e non si dice niente, fuori del reiterato proferire di pochissime parole, come « cazzo », « trombare » e « troia », cioè le poche parole bandite dalla « vecchia » commedia (è vero un po’ pudibonda nel dire, ma certo non nell’accennare). Ma qui, veramente, rimangonole oscenità e manca tutto il resto, a cominciare da una trama qualsiasi. Questa, infatti, si riduce al progetto di Ceccherini di allestire uno spettacolo con la sua vecchia comparsa Paci, « sul sesso », e costui prima rifiuta, preoccupato da una sua sospetta onorabilità (ha ormai una famiglia, dei figli...), poi finisce per accettare perché ci sono da pagare i lavori di rifacimento della casa. Ogni volta che Ceccherini gli chiede di inoltrarsi un po’ più avanti nell’infamia (svestirsi, coprirsi di latex, e così via) e che lui dice « no, ora basta », sua moglie lo chiama sul cellulare e appare sullo schermo gigante per rammentargli che il tale o tal altro artigiano sta richiedendo i dovuti soldi... Ma fuori di questo espediente grossolano, di alcune piccole barzellette da bar e di scarsi effetti da mimo, non c’è niente: niente ritmo, niente contenuto, niente lavoro sul linguaggio, niente messa in scena, niente allestimento, niente preparazione. I due attori si sforzano pietosamente di apparire interessanti, scattando il più spesso possibile le tre parole magiche già citate, accompagnate da qualche briciola di « vernacolare » di una povertà assoluta e sotto travestimenti scemi (vestiti sado-masochisti, in forma di penne, ecc.). Tutto questo poi non sarebbe nulla – è proprio il caso di dirlo – se il pubblico (di cui il numero equivaleva per lo meno a quello delle trentadue rappresentazioni del teatro di Nave, d’altronde molto vicino, e che alla stessa ora riempiva probabilmente come il solito le sue cento piccole sedie), per di più giovani e adolescenti, invece di fischiare, come sarebbe stato sano e naturale, sembrava estatico… già comunque alla sola vista dei due compari, che d’altronde non hanno nemmeno esitato a vantarsi di aver fatto pagare ventiquattro euro a persona, senza avere niente d’interessante da dire né da mostrare. Fenomeno strano tuttavia, ed inquietante, laddove l’impostura e il furto sono così palesi, vedere uscire tutta questa gente, visibilmente quasi altrettanto soddisfatta della sua serata che se avesse assistito ad una bella partita della sua squadra preferita (la Viola evidentemente). Mi sono davvero chiesto, ingenuamente, quale « educazione » (quello che Paci e Ceccherini chiamerebbero forse piuttosto « educazzone ») avesse potuto renderli così disponibili e benevoli a questo grado zero del comico e del teatro. Evidentemente, non credo di sbagliarmi dicendo che questa preparazione la danno i programmi televisivi di divertimento e di reality show (d’altronde Ceccherini ha partecipato di recente all’Isola dei famosi). L’unico punto positivo dello spettacolo, forse, fu l’apparizione, alla fine, di Carlo Monni, recitando, senza dare né titolo né autori (non era davvero il caso), tre dei Dubbi amorosi dell’Aretino, divina confettura, a dire il vero, per i maiali.

          La commedia vernacolare all’antica può certo destare certe perplessità, ma testimonia senza discussione possibile di un grado infinitamente superiore d’elevatezza su tutti piani, estetico, linguistico, umoristico, ecc. (non dico etico, né politico, ma lo potrei) Per finire, dirò che questa disillusione, o piuttosto collera di spettatore dello show comico-toscano, dimostra, per chi potrebbe avere dubbi a proposito, che le lingue seconde e minoritarie non sono per niente protette dall’ondata massiccia della scemenza televisiva primaria e maggioritaria.

JP C

[1] Queste gare, che fanno parte del paesaggio delle perifierie fiorentine del sabato e della domenica (se ne vede giustamente una all’inizio di Berlinguer ti voglio bene, film di un’assoluta autenticità etnologica), forniscono delle ottime occasioni per sentire il toscano.

[2] Lego sul sito di Pan nostrale che, fin da questa data, il teatro di Nave ebbe la vocazione de presentare delle commedie in vernacolo.


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24 mars 2008

Rodomontades francophones

J’ai trouvé l’autre jour un exemplaire du Figaro abandonné dans un hall d’aérogare. J’étais tellement désœuvré que je me suis même mis à le lire. Ce manque d’entrain trahit, je l’avoue, de tenaces préjugés… La page Débats, ce mercredi 19 mars, était consacrée à la langue française. Le moins que l’on puisse dire, c’est que mes préjugés s’en sont trouvés confortés, voire accrus. D’abord je n’ai pas compris où se situait le « débat », car si les deux interventions exprimaient des positions différentes, nul différend ne les opposait… Philippe de Saint-Robert et Olivier Poivre d’Arvor (de beaux noms à particule qui semblent inventés exprès pour le Figaro) m’ont paru au contraire manifester un accord entier, solennel, vibrant, dans l’adoration exclusive de la langue française, la déploration de son déclin dans le monde et une absolue fermeture aux problématiques du multiculturalisme et plurilinguisme.

Le péril anglais

Ledit sieur Philippe de Saint- Robert, « ancien commissaire général de la langue française », récrimine contre la ministre de l’Enseignement supérieur, Valérie Pécresse, coupable d’avoir déclaré, selon lui, dans le même journal, le 26 février, que « la France devrait… cesser de prétendre bannir l’usage de l’anglais » et – cette fois il s’agit d’une citation de la ministre – qu’elle « ne milite pas pour imposer l’usage – déclinant (sic) – du français dans les instituions européennes à l’occasion de la prochaine présidence française de l’Union ». Comme j’aime bien contrôler les sources – c’est sans doute un vice d’historien – j’ai recherché l’article incriminé, ne serait-ce que parce que ce mot de « déclinant », dénotant une constatation au demeurant correcte, me semblait peu probable dans la bouche de la ministre, payée en autres choses pour ne pas sombrer publiquement dans un défaitisme trop voyant. En fait, il s’agit d’un entrefilet du 25 février que je cite en entier : «Valérie Pécresse ne milite pas pour imposer l’usage déclinant du français dans les institutions européennes à l’occasion de la prochaine présidence française de l’Union. Le ministre de l’Enseignement supérieur, de passage hier à Bruxelles, souhaite au contraire «briser le tabou» qui conduit certains défenseurs de la langue française à vouloir bannir l’usage de l’anglais. Une stratégie contre-productive, selon elle. Le ministre plaide en faveur de l’apprentissage effectif de deux langues étrangères, dont l’anglais, et regrette que les professeurs étrangers enseignant en France, en particulier britanniques, ne puissent dispenser leurs cours dans leur propre langue ». Où l’on constate d’abord que l’auteur de la phrase incriminée est le journaliste et non la ministre, et que ces mots servent d’introduction aux propos de Pécresse, d’ailleurs résumés et non cités, à l’exception de l'expression « briser le tabou ». Philippe de Saint-Robert est donc un lecteur distrait ou de mauvaise foi, et les responsables de la pages Débats se sont montrés pour le moins négligents en laissant passer cette double inexactitude (de date et d’imputation de propos non tenus). Selon toute apparence, il s’agit d’un assez plaisant phénomène d’auto-intoxication du Figaro par lui-même.
            Une source plus fiable, parce que directe, est fournie par le journaliste de Libération Jean de Quatremer, qui assistait au déjeuner auquel la ministre avait invité un groupe de journalistes français, et qui cite sur son blog (Coulisses de Bruxelles, UE) quelques unes des déclarations que celle-ci aurait faites à cette occasion (les italiques sont dans l’original) : « je veux rompre le tabou de l’anglais » ; « L’anglais doit être une des langues que tous les jeunes doivent maîtriser : on ne peut pas laisser sortir du système éducatif un enfant qui ne sait pas parler cette langue » ; « Il faut même donner des cours en anglais à l’université » ; « Notre culture rayonne d’autant mieux qu’on s’exprime dans la langue de l’autre ». Et le journaliste de conclure : « Le chemin vers le tout anglais semble bel et bien balisé. Il va falloir s’y faire : à terme, les Français auront donc deux langues maternelles». C’est que de Quatremer, tout Libé qu’il soit, est, comme ses confrères du Figaro, un vaillant petit soldat du français en détresse, lorsqu’il écrit par exemple rageusement et de façon franchement indécente, à la limite du racisme, contre l’importance prise par les flamands et donc par leur langue dans le gouvernement belge.

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vignette de Trez


La langue qui rend l’Europe européenne

 Comme Pompidou cité par Philippe de Saint-Robert dans son article, de Quatremer trouverait sans doute normal et légitime que le français restât la première, voire l’unique langue de travail dans les institution européenne : « Je dis, déclarait Pompidou le 19 mai 1971, que si de­main l’Angleterre étant entrée dans le Marché commun, il arrivait que le français ne reste pas ce qu’il est actuellement, la première langue de travail de l’Europe, alors l’Europe ne sera jamais tout à fait européenne. » L’Europe, non, ne saurait être européenne, si elle ne parle français ! Cette ridicule arrogance et stupide présomption des français font rire tous nos partenaires européens, et à juste titre… De telles déclarations, même si elles continuent à s’étaler dans les journaux français, ne sont plus aujourd’hui que de vaines rodomontades. Le fait est en effet que l’anglais s’est imposé comme première langue de communication dans les instances européennes, ainsi que dans toutes les institutions communautaires (travaillant cette année à l’IUE, je suis bien placé pour le savoir), et que les francophones ont manqué la seule opportunité d’y maintenir leur langue, qui aurait consisté à promouvoir aussi les autres ; ce qu’ils n’ont jamais fait, ce dont ils n’ont jamais eu d'ailleurs vraiment l’idée dans le passé, trop jaloux d’un privilège auto-proclamé, menacé par l’arrivée de la Grande-Bretagne, mais surtout par la diffusion tous azimuts de l’anglais, et aujourd’hui bel et bien perdu. De ce point de vue, les déclarations de Pécresse sont absolument réalistes : les étudiants français ont, de fait, absolument besoin de l’anglais : celui-ci est désormais nécessaire, non comme « langue maternelle » (cette expression de Quatremer n’a aucune pertinence), mais comme langue de communication en usage dans des parties toujours plus importantes du globe. Il serait malhonnête de n’en tenir aucun compte, quand on sait qu’une maîtrise au moins approximative du globish (qui du reste est se constitue comme une langue sensiblement différente de l’anglais d’Angleterre, et même de l’anglo-américain) devient une condition sine qua non pour eux, sur le « marché » international, d’obtention de bourses de recherche et de postes de travail.

Le pays où l’apprentissage des langues étrangères se fait en français


Par contre, ce que personne ou presque ne relève dans le chœur des voix courroucées, au Figaro, à Libé et ailleurs, est l’exclusive focalisation sur l’anglais, la réduction de la question linguistique à l’apprentissage de l’anglais. Le seul bilinguisme envisagé est anglo-français. Cela confirme à mon sens la surdité et l’enfermement linguistiques et culturels de la France. Très révélateurs à ce sujet sont les propos rapportés – sur le mode indirect – de Pécresse par le Figaro : elle regrette, on l’a lu, que les « professeurs étrangers enseignant en France, en particulier britanniques, ne puissent dispenser leurs cours dans leur propre langue ». Ce regret est parfaitement justifié, de mon propre point de vue : une société ouverte est une société qui accueille le multilinguisme et promeut le plurilinguisme[1]. Mais il faudrait alors que la ministre ait le courage de dire que ce bannissement repose sur un article de la constitution (art. 2) défendu bec et ongles par les membres de son parti et qui, interprété en son sens le plus strict, interdit tout usage public d’une autre langue que le français sur le territoire national ; article liberticide, en effet initialement destiné à barrer la route à l’anglais, aujourd’hui utilisé pour achever les langues régionales. Mais surtout, la formulation est intéressante (à supposer qu’elle soit vraiment celle de la ministre), car c’est de l’anglais que Pécresse veut parler, et seulement de lui, mais elle doit concéder le principe général selon lequel les enseignants étrangers devraient pouvoir, lorsque les conditions de compréhension évidemment son réunies (j’ajoute cette clause de bon sens), faire cours dans leurs langues. Il faut tout de même préciser, pour l’édification du lecteur non averti, que la ministre de l’enseignement supérieur officie dans un pays où de très nombreux cours de langues sont délivrés dans les universités, y compris à des étudiants spécialisés avancés dans le cursus… en français ! Chose inouïe pour la plupart de nos voisins, mais qu’ils doivent bien comprendre pour se rendre compte dans quelle situation de monolinguisme viscéral nous nous trouvons.


Dangers du bilinguisme


Celle-ci est parfaitement illustrée par les propos à cet égard sidérants de Saint-Robert qui écrit sans ciller : « On sait […] qu’il n’est pas recommandé de s’initier à une langue étrangère avant d’avoir une parfaite possession de la sienne propre ». Or, « on sait » exactement le contraire ! Tous les travaux sur l’apprentissage précoce du plurilinguisme montrent au contraire que celui-ci permet d’atteindre un niveau de maîtrise supérieur de la langue première. En outre, comme la perfection n’est pas de ce monde (qui peut se vanter de posséder « parfaitement » sa langue ?), si l’on suivait le précepte pédagogique de notre preux chevalier de la langue française, aucun enfant, aucun adulte ne serait jamais digne de s’initier aux autres langues. Et tel est bien du reste le message subliminal de Saint-Robert.

Pierre Assouline, que je croyais plus éclairé, écrit, lui aussi dans son fameux blog, pour contester les propos de Pécresse, que le tabou n’est pas celui de l’anglais, mais du soi-disant analphabétisme de nos bacheliers. L’urgence, selon lui, est évidemment de renforcer l’enseignement du français et certainement pas de s’occuper de langues étrangères (ne parlons pas mêmes des langues régionales, évidemment complètement occultées dans ces débats). Il ne viendrait jamais à l’esprit de ces plumitifs de droite et de gauche ignares et bornés que l’apprentissage du plurilinguisme (à condition qu’il se fasse dans les langues mêmes, évidemment, selon la seule méthode d’apprentissage efficace qui est celle de l’immersion) puisse être le meilleur soutien du français, comme cela est archi-démontré par tous les travaux de socio et psycholinguistique (voir par exemple sur ce blog Le scandale du bilinguisme).

Olivier Poivre d’Arvor, lui aussi, affirme dans son article que de « nombreux pays se font du souci chez eux pour la pratique de leur propre langue » (entendons bien sûr que la « propre » langue, la langue « propre » d’un pays ne saurait être que l’unique et seule langue officielle nationale, ce qui est la projection universelle, tout à fait fallacieuse, du «modèle français»), « par effet du multilinguisme », outre que par l’invasion de l’anglais. Il se garde bien d’apporter des exemples concrets, sur lesquels on pourrait véritablement discuter.

Quant à de Saint-Robert, il considère que le bilinguisme sonnerait le glas du français, en s’appuyant, non pas du tout sur des considérations linguistiques, mais sur la « loi » fort discutée de Gresham selon laquelle « la mauvaise monnaie chasse la bonne ». On aura compris – cela ne souffre évidemment aucune discussion –, que la mauvaise monnaie est l’anglais et la bonne le français… proposition absurde d’un point de vue linguistique et injurieuse à l’égard des anglophones. Cette comparaison économique, purement sophistique, est d’autant plus drôle que le même Saint-Robert reproche à nos gouvernants qui promeuvent l’anglais de « céder aux grands marchés internationaux dont l’obsession est d’uniformiser les goûts et les comportements, donc de broyer les cultures et les langues ». Combien de fois n’avons-nous pas entendu asséner cette idiotie ? La vérité est que les marchés, grands ou petits, n’ont d’autre obsession que le profit et n’entretiennent aucun sentiment concernant les goûts, les comportements, les cultures et les langues. On pourrait même développer un argumentaire tout à fais raisonnable selon lequel le marché des biens culturels aurait le plus grand intérêt économique à la diversité et à la pluralité.


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Tunis

 

Intermède édifiant


On reste en tout cas, objectivement, fort loin en France d’un quelconque bilinguisme anglo-français. La preuve en est la mésaventure survenue tout récemment à un groupe de trois « pèlerins » d'outre Manche, émules de Gandhi, qui avaient entrepris de faire le voyage à pied depuis Bristol jusqu’en Inde en passant par la France, espérant vivre de la charité publique en échange de leur message de paix et de fraternité. Hé bien, comme le raconte dans son blog l’un de ces trois Pieds nickelés du pèlerinage (de Quatremer renvoie à ce blog à partir d’une dépêche de l’agence AFP), faute d’avoir pu correctement communiquer avec les autochtones qui, à leur plus grande surprise, ne parlaient pas leur langue, nos bonnes âmes, après quelques jours de diète et de nuits blanches sont… rentrées en Angleterre ! Il faut vraiment lire ce récit de pèlerinage (les modèles narratifs nous ramenant très loin dans le passé, presque aux Évangiles) d’une incroyable ingénuité, et surtout la vague de réactions des internautes, compatissants ou sarcastiques, faisant entre autres choses remarquer à nos aventuriers de l’âme que leurs déconvenues linguistiques n’auraient sans doute pas cessé au-delà des frontières françaises… Tout cela en dit évidemment long sur la naïveté hégémonique de certains anglophones, mais aussi sur une réalité linguistique complètement évacuée par le main stream, pardon par le grand courant des chevaliers de l’apocalypse francophone.


Derrière le prêche pour le multilinguisme, l’obsession francophone


Que, en bien des lieux, l’usage grandissant de l’anglais menace la survie des langues autochtones, loin de moi de le nier, mais le français en France est la langue la moins menacée du monde. Par contre elle est la plus menaçante qui soit à l’égard de toutes les autres et en particulier de celles qui sont historiquement chez elles sur tout ou partie du territoire français. Il n’empêche que l’anglais est devenu nécessaire comme langue de communication internationale ; cela est un fait. Ce n’est pas en refusant d’apprendre l’anglais, en effet, que nous défendrons le mieux nos langues (je refuse bien sûr d’utiliser le singulier), mais c’est en associant nos efforts pour conserver à ces langues, non seulement une place majeure dans les échanges et les cultures nationales, mais comme langues de cultures internationales, par exemple en continuant de publier des ouvrages destinés à un public international, de proposer des films, etc. dans ces langues là. Les institutions européennes devraient favoriser une telle promotion collective, concrète du multilinguisme ; or cela, je le constate au moins ici, à l’Institut Universitaire Européen, n’est absolument pas le cas. Pourtant, s’agissant d’une institution universitaire, il me semble qu’en dépend la survie comme langues de culture scientifique au sens large, de tous les idiomes dans lesquelles les jeunes chercheurs ont encore le « droit » de rédiger leur thèse (mais de plus en plus choisissent l’anglais pour se donner de meilleures chances de trouver un emploi).

L’inertie, l’abattement, la résignation dans ce domaine essentiel sont surprenants, et les francophones ne se montrent en fait guère plus résistants que les autres. Quand ils font entendre leur voix, ce n’est presque jamais pour autre chose que pour réclamer les prérogatives qu’ils ont de toute façon perdues; leur unique obsession étant celle du rayonnement faiblissant de leur langue dans le monde, ils manifestent une indifférence à peu près totale envers le sort des autres langues avec lesquelles ils n’imagineraient jamais entretenir sérieusement un rapport de parité.

Un bon exemple est fourni par l’intervention de Jean-Maurice Ripert, représentant permanent de la France auprès de l’ONU, ce 18 mars, au Forum organisé par l’ONU à New-York : « La paix par les langues ». L’orateur insiste de manière tout à fait générale sur « le rôle de la France dans la promotion du multilinguisme », mais en fait de multilinguisme, il s’agit, dans son discours lénifiant, exclusivement de promotion de la langue française. L’ambassadeur préconise, par exemple, « l’envoi de contingents militaires francophones dans les opérations de maintien de la paix en terrains francophones et assurer la formation en français des personnes de police non francophones de ces zones » (où je vois poindre un projet de refrancisation de nos anciennes colonies par l’armée et la police ; de quoi faire aimer la langue, en effet…), ou bien en facilitant « une plus grande participation des ONG du monde francophone aux activités des Nations Unies ». Indice révélateur, aucune autre langue n’est citée, en dehors évidemment de l’anglais. Il donne enfin une information importante : « J’ajouterai qu’ici même, à New York, instruction m’a été donnée d’assurer en français, pour 6 mois, à compter du 1er juillet 2008, la présidence locale de l’Union européenne ». Il avoue que cette décision ne fait certes pas l’unanimité : « La stupeur a fait place, chez beaucoup de collègues, à la consternation ». On veut bien le croire ! Et d’ajouter : « Il me reste à espérer que cette inquiétude marquera le début d’une réflexion future au sein même d’une union multilingue et diverse par essence. » Cela veut-il dire que la France est prête à accepter d’être représentée, comme membre de l’UE, par un ambassadeur polonais, finnois ou portugais dans sa propre langue ? Si oui, j’applaudis des deux mains, mais quelque chose me dit que nous n’en sommes pas encore là…

L’ambassadeur a en outre déclaré que l’engagement de la France en faveur du multilinguisme était prouvé par son engagement dans l’adoption de la résolution faisant de 2008, l’ « année internationale des langues » et il annonce des « états généraux du multilinguisme » qui se tiendront à Paris le 26 septembre prochain. Une attitude si vertueuse semblerait impliquer que la France donnât l’exemple en matière du respect et de la promotion du multilinguisme. Or on sait comment la France se compote à l’égard des autres langues parlées sur son propres territoire, refusant la moindre avancée en matière d’enseignement et de reconnaissance fût-ce minimale, des langues régionales comme de celles issues de l'immigration. Ces pesantes contradictions n’ont pas échappé aux observateurs, par exemple J. B. Moffatt, directeur de l’information de la Ligue Celtique (Celtic League), qui rappelait le 7 mars dernier – je traduis de l’anglais –, « que la League a écrit au précédent ambassadeur français aux Nations Unies, Jean-Marc de La Sablière, à plusieurs occasions, pour lui demander de clarifier les motifs français en proposant initialement de faire de 2008 l’année internationale des langues. Dans le passé, la France s’est montrée farouchement opposée à la promotion et reconnaissance des autres langues de l’État, parmi lesquelles le breton. La Ligue écrivit à de La Sablière pour demander si la motion des Nations Unies signalait un dégel de la politique française sur cette question. La Ligue écrira aussi au nouveau ambassadeur français, Jean-Maurice Ripert, qui a pris la place de La Sablière… » Nous attendons avec impatience sa réponse, s’il en vient jamais une.

En réalité de telles initiatives en faveur du multilinguisme visent clairement, derrière l’invocation abstraite et lointaine de la diversité culturelle, à assurer une fois de plus, la promotion exclusive de l’ « exception » francophone. L’invocation du multilinguisme n’est hélas que la dernière cartouche tirée en faveur de la reconquête de la francophonie. Si l’on est véritablement partisan de la pluralité, on ne peut que souhaiter que les partenaires de la France, au niveau européen et aux nations unies, prennent les responsables français à la lettre et leur demande de respecter dans leurs relations avec les autres nations, ex colonies et autres, et d'abord sur leur propre territoire les principes de multilinguisme qu’ils bafouent en fait de la manière la plus éhontée.

La francophonie, on le sait, n’est plus l’objet d’un consensus, y compris en France (voir par exemple le manifeste Pour une littérature-monde, et la critique qui en est faite sur ce blog). On en trouve d’ailleurs une de bien cinglante jusque dans le Figaro, ce qui est plutôt réjouissant, sous la plume d’Oliver Poivre d’Arvor, que je gardais pour la bonne bouche : la francophonie, écrit-il, « est bien souvent le décor en carton-pâte d’un film institutionnel tourné, vieux caciques à l’appui, dans un studio hexagonal à l’usage de nos an­ciennes colonies ». Voilà qui est bien envoyé, mais le directeur de Culturesfrance ne s’autorise une telle critique qu’au nom d’objectifs infiniment plus ambitieux, qui trahissent, encore et toujours, la même obsession nombrilo-impérialiste. Le titre de l’article, à lui seul, en dit long : La France peut-elle encore parler au monde ? Dans une prose ronflante, Poivre d’Arvor, évoquant « l’admirable histoire » de la langue française, sa « qualité intrinsèque » (tarte à la crème chauviniste) et invoquant la promotion de la langue dans le monde comme « une sacrée cause nationale », propose à la « puissance publique » un véritable projet de conquête. Foin des vieilles colonies francophones, il faut parier désormais sur des pays cibles : les Etats-Unis, le Royaume-Uni, le Brésil, l’Afrique du Sud, le Nigéria, la Russie, la Turquie, la Chine et l’Inde... Rien de moins ! Dans ces pays, il faut viser les élites, car « Il ne faut pas avoir peur, comme trop souvent en France, du mot «élite». Le français se défendra bien s’il est fortement défendu dans le monde entier par des réseaux d’élite. » Foin de la populace coloniale mal francisée, vive les élites cultivées ! La stratégie est la suivante : franciser les élites des grands pays du monde pour amorcer une expansion globale : « Quand les élites de ces pays parleront de nouveau français, le reste du monde s’y mettra, par pragmatisme, effet de mode, mi­métisme ». La vieille idée du français langue universelle n’est donc pas morte... Et l’on notera qu’il n’est fait dans cet article, comme dans l’ensemble de cette page du Figaro, pas une seule allusion à l’année du multilinguisme, commencée depuis déjà trois mois, et qui ne suscite apparemment, au moins en France, guère d’engouement, peu de curiosité, aucun engagement réel, et surtout aucune autocritique.

Jean-Pierre Cavaillé

 


 

[1] Je fais la distinction usuelle entre multilinguisme, qui est la présence de plusieurs langue dans une même société, dont les locuteurs peuvent du reste être monolingues, et le plurilinguisme, qui est la maîtrise par un même individu de plusieurs langues.

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10 mars 2008

Parle comme il faut !

Lu un bref, mais très intéressant article de David Grosclaude publié en occitan dans la Setmana n° 650 (14.02.08/ 20.02.08), sous le titre : Parla coma cal ! Je me permets d’en donner une traduction française, car il me semble contribuer à la discussion que j’essaie ici d’animer sur la question des accents (voir les messages intitulés Accent local et Suivez l’accent francophone. Un projet d’André Minvielle).

Parle comme il faut !

 C’était un soir comme les autres sur France 2 à l’heure du journal de 20 h. Les informations défilent, puis vient un sujet sur l’Afrique. Entretiens et commentaires et, à moment donné, l’entretien d’un africain qui parle français, comme beaucoup d’africains des anciennes colonies françaises. L’homme parle la langue avec un accent mais on le comprend sans difficulté ; au moins si l’on est disposé à accepter la différence, l’accentuation différente. Mais la télévision française a décidé de sous-titrer l’entretien. Qui a décidé de faire cela ? Qui a décidé que l’homme n’était pas suffisamment compréhensible ?

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 Un détail, dirons certains, mais en réalité cela devient de plus en plus courant. Il s’est passé la même chose pour des antillais qui parlaient français, non créole. Et même pour des personnes qui vivent dans l’hexagone et ont un accent.

 Cela pose la question de la norme. Il y aurait des gens qui ne seraient pas dans la norme et qui auraient besoin d’aide pour leur permettre de communiquer leur message. Il y a aussi des gens à la télévision qui pensent que les téléspectateurs ne sont pas capables de supporter la différence. Et c’est la même télévision qui donne des leçons à propos des minorités visibles. En clair, on peut avoir une couleur de peau différente mais à condition de parler comme un habitant du XVIe arrondissement de Paris !

 Je me demande si les responsables de la télévision publique se rendent compte de la responsabilité qu’ils ont d’accoutumer les téléspectateurs à ne plus supporter la différence. A la moindre différence de comportement, en l’occurrence de langage, on donne une version normée. On fait remarquer que l’interlocuteur n’est pas dans la norme. Imaginez un peu que l’on fasse la même chose pour la couleur de la peau ! A la fin, pour montrer une image « conforme », on pourrait décider de blanchir le visage des gens qui parlent et il n’y aura plus de problème.

 En définitive, c’est ce qui se passe. Dans la personnalité, la façon de parler est aussi importante que l’apparence. Allons plus loin. Que feraient les mêmes interviewers qui sous-titrent à la télévision s’ils faisaient de la radio ? Feraient-ils une traduction sonore ou laisseraient-ils parler la personne avec son accent, et éventuellement ses « fautes » de syntaxe ?

 On savait que la télévision française ne supportait pas les occitans quand ils parlent français avec un accent. Ça ne fait pas sérieux. Il en va désormais ainsi dans l’inconscient collectif, et le syndrome de Fernandel fonctionne bien. Maintenant le principe est appliqué à tous.

 C’est un signe d’enfermement de la part d’une langue, ou plutôt d’enfermement de ceux qui la portent car le français n’est pas plus enfermé qu’une autre langue. C’est un signe qui montre que le discours sur la diversité en France est d’une grande hypocrisie. La différence n’est pas supportée, même si on en chante les vertus quand on parle, par exemple, pour les élections, des « candidats de la diversité ». Il faut comprendre qu’il s’agit de candidats d’origine africaine, magrébine ou autre. Mais vous avez remarqué qu’alors la diversité se dit au singulier, ce qui signifie que la diversité est cachée sous une forme de norme pour le moins paradoxale. C’est aussi ridicule que si l’on disait qu’à partir d’aujourd’hui le pluriel se conjuguera au singulier. Une sorte de négation de la troisième personne du pluriel. C’est une négation de la personne. Vous êtes différents mais vous êtes surtout priés de ne pas le faire remarquer. Et si vous êtes bilingues, on vous prie de ne pas parler l’autre langue car elle pourrait déranger ceux qui ne parlent qu’une langue. Vous avez la peau noire, jaune, verte ou rouge ? Merci de dire que vous faites partie de « la diversité ». Il faut simplifier les concepts, renier les adjectifs. Et de toute façon, votre différence n’est qu’un moment passager, quelque chose qui ne durera pas. Celui qui est encore dans « la diversité » devra finalement prendre le chemin de la normalisation.

David Grosclaude

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07 mars 2008

Comédies et comiques toscans

            Le théâtre populaire amateur en langue toscane (le cosidetto « vernacolo ») est d’une grande vitalité, même s’il n’y a à peu près aucune chance pour qu’un touriste, fût-il parfaitement italophone, se rende compte de son existence. A Florence, il a trouvé refuge loin du Dôme, dans de modestes salles de quartiers périphériques. Elles appartiennent à quelques unes des innombrables case del popolo qui continuent à assumer un rôle culturel et social absolument central dans la vie des habitants. Tout plus, en cherchant bien, aperçoit-on ici ou là quelques affiches rudimentaires, et c’est à peine si les spectacles sont signalés dans les journaux locaux. Deux de ces salles en particulier, la S.R.M.S. Nave a Rovezzano, Via Villamagna, et le Teatro Nuovo de Via Fanfani, où se produisent respectivement le groupe La  Nave et la compagnie Il Grillo (Le Grillon), connaissent pourtant un grand succès. En effet, elles donnent chacune une comédie annuelle, pendant les quatre mois d’hiver, au rythme de deux spectacles la semaine (le samedi soir et le dimanche après-midi, soit quelque chose tout de même comme trente deux représentations, le double pour l’ensemble de l’année au Teatro Nuovo). Or, jusqu’à la dernière de la saison, les salles sont archi-combles.

            J’ai assisté récemment aux spectacles donnés dans ces deux théâtres et je n’ai certes pas regretté le déplacement. Ce petit compte-rendu est celui d’un naïf, c’est-à-dire d’un curieux découvrant un monde qui lui est inconnu, dépourvu du minimum de culture appropriée qui lui permettrait de juger un tant soit peu en connaissance de cause.

            La S.R.M.S. de Nave est une petite salle, passé le bar du circolo Arci. Le dimanche matin j’avais trouvé le prospectus dans la salle qui servait de vestiaire à la course pédestre organisée là[1], et dans l’odeur des pommades camphrées et les effluves des plats de pâtes généreusement distribués à l’arrivée des coureurs dans la cour adjacente, au milieux des sacs de sport et des gobelets usagés, je me demandais où, dans un bâtiment aussi étroit, pouvait bien se trouver la salle de spectacle. L’après-midi, je m’aperçus qu’elle n’était autre que le vestiaire improvisé du matin, comme par magie transformé après la course… ou plutôt restitué à sa fonction première, car dans le désordre du matin, je n’avais pas vu la scène, le rideau, ni le cadre de scène datant du premier aménagement de la salle apparemment dans les années Trente[2]. La petite salle se remplit en un clin d’œil d’un public endimanché d’âge respectable.

        La pièce s’intitule : Fra le fresche frasche (on peut traduire approximativement Sous les fraîches frondaisons…), une locution italienne qui sonne bien, évocatrice de parties de campagnes et de plaisirs champêtres… Comédie délicieuse, en vérité, pleine de ces tournures proverbiales, saillies équivoques et mordantes (du genre : « la tu mamma, l’havrà presa a sassate la cicogna ! » : « ta mère as dû tirer des cailloux sur la cigogne… »), réparties et interjections qui donnent au toscan sa touche propre. Le tout servi par des acteurs irréprochables, certains mêmes excellents (en particulier Valerio Ranfagni, le metteur en scène), en parfaite syntonie avec le public. Le contraste et la confrontation entre « vernacolo » et « lingua », toscan et italien, sont eux-mêmes mis en scène, avec des effets comiques, mais surtout ils sont donnés comme une chose évidente, tellement cette rencontre est normale dans la vie courante. Aussi, le bourgeois ou le jeune qui rentre en scène en parlant italien, ou simplement un italien toscanisé, se fondent-ils parfaitement dans le décor.

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            Même plaisir, même complicité dans la plus grande salle du Teatro Nuovo, fréquentée, ce samedi soir, par un public cette fois de tous les âges, venu se divertir en famille. Là aussi des acteurs parfaits dans leurs rôles, une pièce hilarante et pétillante : Contesto perché voglio con…te…stare (Je conteste parce que je veux [littéralement] avec toi rester : con te stare), une intrigue aussi tirée par les cheveux que le titre, ayant pour cadre une sorte d’agence matrimoniale où se croisent des personnages loufoques et caricaturaux : une mégère, son mari dominé (Sergio Forconi, remarquable), un employé de maison bègue, un faux prêtre, etc.

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Sergio Forconi

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