Versione italiana di un post inizialmente pubblicato in francese

 

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Aristotele in « dialetto » : la sciocchezza di Umberto Eco

 

         Con quasi due anni di ritardo ho letto un articoletto di Umberto Eco, apparso nell’Espresso del 17 settembre del 2010, tre mesi dunque prima dei  famosi spot anti-dialetti della Rai. In questo testo dal titolo in piemontese – El me’ Aristòtil –, il famoso semiologo, scrittore e saggista nato ad Alessandria mette in ridicolo l’impiego dei « dialetti » (ci vogliono le virgolette perché, al mio parere, l’uso della parola, nel contesto italiano, assume quasi sempre un senso pesantemente ideologico, anche – forse soprattuto – nel campo della dialettologia. Si veda qui l’articolo d’A. Messina), su Wikipedia e brandisce la minaccia della ghettizzazione dei dialettofoni.

         Mi ha fatto lo stesso effetto che quando lessi per la prima volta le tremende righe delle Lettere al Castor in cui Sartre diceva dei Limosini che fossero gli « ultimi degli uomini » (« les croquants limousins, les derniers des hommes, arriérés, obtus, âpres au gain et misérables »), o quando mi imbattei sul passo di Derrida, in cui il filosofo confessava aver perso tutta la sua ammirazione per il poeta René Char dopo averlo sentito leggere i suoi aforismi con un accento che gli sembrò « insieme comico e osceno ». Cioè, mi ha fatto l’effetto di un colpo di martello in testa. È difficile, infatti, immaginare che un pensatore della forza critica di Sartre possa scrivere simili oscenità, appunto... È altrettanto difficile di capire come mai, in questa sua confessione dell'odio per l’accento meridionale, Derrida non vada oltre la semplice constatazione psicologica. In tutti questi tre casi, soprattutto, i pensatori sembrano in totale contraddizione con il loro pensiero politico, trattandosi d’intellettuali di sinistra, che dovrebbero essere in grado di « decostruire » i discorsi di legittimazione della dominazione, invece di rinforzarli. Ma non basta essere di sinistra per produrre una critica impegnativa della dominazione simbolica che si afferma attraverso l’assegnazione di luoghi geografici e sociali all’abietto, di forme culturali al disprezzo, di lingue e accenti al ridicolo e al grottesco.

         Umberto Eco racconta la sua straordinaria avventura sul web: cercava informazioni su Marin Mersenne, un monaco scienziato alquanto famoso che fu nella prima meta del Seicento al centro di una ampia rete europea d’informazioni e di scambi intellettuali. Quale fu la sua sorpresa di imbattersi su una voce di Wikipedia... in piemontese! Spinse l’investigazione e scoprì la presenza di voci, non solo in « tutte le lingue di nazioni che siedono all’Onu », ma anche « in Asturiano, Sardo, Siciliano, Corso, Galiziano, Interlingua, Maori, Occitano, Swahili, Veneto, Volapük, Yoruba e Zulù ». Questa lista (Eco ha scritto un libro sullaVertigine della lista), con tanto di maiuscoli, che mira a fare sorridere tramite accumulazione e amalgama  – dialetti italiani, lingue africane, idiomi artificiali di vocazione universale –, ci dice molto sul procedimento, che dipende in fatti della comune separazione e opposizione, nella cultura italiana dominante, tra lingua e dialetto: da una parte le lingue serie, importanti, perché officiali in nazioni riconosciute nelle istanze internazionali, dall’altra i « dialetti », le lingue artificiali (eppure Eco è l’autore di lavori sulla ricerca della lingua perfetta nella storia della cultura europea), i gerghi, le parlate strane, gli idiomi dei popoli selvaggi, anche se, d’altronde,  appaiono in questa lista, lingue che godono dello status di lingua nazionale in alcuni paesi (swahili); talvolta sono parlate da milioni di persone, anzi hanno più locutori dell’italiano (di nuovo lo swahili, tutti i dialetti compresi). Nel corso dell’articolo, in segno di complicità con il lettore italiano, il dotto cronista dell’Espresso cita addirittura una corta frase in bân-lâm-gú (minnan) tratta dal Wikipedia in questa lingua (voce Aristotele, si veda infra), dandone d’altronde una copia errata, con il beffardo commento: « non posso che consentire ».

         Il procedimento mi ha ricordatoquello sfruttato da Pascal, ai tempi di Mersenne dunque, nelle sue Provinciales, per ridicolizzare e svalutare i casisti gesuiti. Nel dialogo fittizio della Quinta Lettera, il padre gesuita avendo sgranato una lista interminabile di nomi italiani, spagnoli, tedeschi, ecc. tutti autori della Società (come ben si sa, i Gesuiti erano – e sono rimasti – un ordine davvero internazionale), il portavoce di Pascal esclama: « Tutte queste persone erano davvero cristiani?  ».

         Il professore Eco racconta poi che, dopo aver percosso la variopinta immensità del web globale, si è ripiegato e concentrato sui vari Wikipedia nei « dialetti » italici (infatti, anche se alcuni sono considerati come lingue proprie dalla legge italiana, per l’eminente studioso, fuori dall’italiano, esistono solo « dialetti »), limitandosi a cercare la voce  « Aristotele ». Si diverte a citare dei tratti in piemontese, in siciliano, in sardo, in veneziano… per mostrare quanto sia incongruo enunciare elementi biografici del grande filosofo greco e, più ancora, rudimenti del pensiero aristotelico in queste parlate. Confessa così che la definizione in piemontese del sillogismo (« na sòrt dë schema lògich. A men-a anans cost ëstudi con d’arflession an sla dimostrassion e l’andussion ») « gli fa una certa tenerezza ». Non è necessario sottolineare la pesante condiscendenza dell'espressione.

         L’egregio scrittore spiega questo sentimento tramite un accenno autobiografico. Questa lettura gli ricorda la sua studiosa gioventù: « quando al liceo ci si divertiva a ridire in dialetto quel che i professori ci insegnavano in italiano. Salvo che parlavano meglio dialetto, e quindi ci facevano più ridere, quelli che in casa non avevano mai parlato italiano, e quindi alla maturità se la sarebbero cavata meno bene, non dico in italiano, ma persino in filosofia, perché non sapevano esprimere con chiarezza i concetti ».

         Ecco la situazione archetipica da cui il professore non può uscire, visto che egli non si dà nessun mezzo critico per metterla a distanza, e prima di tutto per evidenziarla in quanto esperienza di ciò che Bourdieu chiama la distinzione. Da un lato, quelli che parlano meglio l’italiano e che – anche se Eco non dice nulla in proposito – usufruendo di vari vantaggi sociali e economici, sono meglio preparati per il successo scolastico. Dall’altro lato, i dialectofoni, stigmatizzati e svalutati socialmente dai professori e dagli alunni più facoltosi. Codesti conoscono anche loro il « dialetto », fanno parte da una società più o meno bilingua, o meglio diglossica : spesso, i loro parenti hanno avuto il « dialetto » come lingua materna, lo sentivano a casa dei nonni e un pò dovunque in città e in campagna. Non si sono ancora del tutto allontanati da questo universo dialettofono inseparabile per loro delle condizioni sociali di cui sono usciti, o piuttosto di cui stanno uscendo.

         Un modo possibile per scongiurare questa vergognosa origine socio-linguistica, per asserire, o meglio per effettuare, performare la distinzione, per dimostrare (a tutti e a se stesso) che non si fa ormai più parte di questo mondo, è quello di fare un uso parodico dell’idioma maledetto (e altrettanto amato, magrado tutto), divertendosi ad esempio a recitare in « dialetto » la lezione di filosofia. Si tratta di un uso burlesco della lingua, se si vuole definire il burlesco come simulazione bassa delle cose e azioni le più elevate (gli dei dell’Olimpo ad esempio trascinati in un cortile di fattoria). Quest’uso burlesco del « dialetto » (da noi si diceva « patois »), o almeno dell’accento dei suoi locutori, l’ho osservato e praticato anch’io al liceo d’Albi negli anni settanta. Quindi pretendo a una conoscenza diretta del fenomeno.

         Invece di tentare un’(auto)analisi del genere, oppure di delineare una qualsiasi analisi sociale del minor successo dei dialettofoni all’esame di maturità (cosa d’altronde tutta da dimostrare, perché l’idea secondo cui quelli che sanno il « dialetto » parlano meno bene l’italiano, è ovviamente falsa), Eco ribadisce il topos trito e ritrito della povertà, ossia dell'assenza di concettualità dei « dialetti »: non si può enunciare dei concetti « chiari » in « dialetto », perché il « dialetto » non è fatto per questo! Il dialetto è fatto, in primo luogo, per ridere! La piccola scena ricorrente della filosofia resa burlesca dall’uso del « dialetto » nel cortile del liceo di Alessandria rimane profondamente impressa nella sua mente, impedendolo di uscire dal luogo comune dualista sulla differenza essenziale che separerebbe « lingua » e « dialetto » ; la prima dedicata allo spirito, il secondo al corpo e agli affetti; la prima consacrata a dire cose serie, la seconda a ridere con i compagni. Sotto la penna di un semiologo di spicco, tale grossolana sciocchezza lascia sbalordito, senza parole.

Non sto esagerando. Lego: « Infatti il dialetto, ottimo per il comico, il familiare, il concreto quotidiano, il nostalgico-sentimentale, e spesso il poetico, alle nostre orecchie deprime i contenuti concettuali nati e sviluppatisi in altra lingua ». Mi basterà opporgli quanto scrive un altro semiologo di un’altra generazione, Franciscu Sedda, per criticare precisamente lo stesso luogo comune sentito in bocca di Roberto Benigni: la « distinzione ontologica fra lingua, in quanto spazio del pensiero, e dialetto, in quanto luogo dei sentimenti, non regge » (si veda l’articolo intero, di grande interesse, pubblicato sul sito della Fondazione Sardinia).

          Visto che è interessato a Mersenne, Eco avrebbe potuto d’altronde leggere anche Descartes, fedele corrispondente del Padre minimo, e trovare, nella prima parte del Discorso sul Metodo, queste parole ben conosciute : « Chi ha il raziocinio più forte e digerisce meglio i propri pensieri per renderli chiari e intelligibili, potrà sempre meglio di tutti persuadere ciò che propone, anche se parla solo il basso bretone ». In effetti, Descartes doveva giustificarsi di esporre la sua filosofia in lingua volgare, cioè in francese. E non era certo una cosa scontata! L’università, in effetti, era piena di gente come Umberto. Pedanti di colleggio, li chiamava Descartes: credevano che solo in latino si potesse filosofare correttamente, il francese essendo tutt’al più accettabile per la poesia, o per i generi « volgari », come il romanzo. Se il romanzo, nel frattempo, è diventato un genere riconosciuto, quasi nobile, il pregiudizio diglossico, egli, non è cambiato.

          Eco non ci risparmia nemmeno il topos del tedesco come lingua naturale dello spirito e della filosofia e, in quanto tale, l’opposto dei « dialetti »: parlare della « sostanza » aristotelica in tedesco, è cosa seria, non fa ridere; in veneto, « sembra Arlecchino servo di due padroni »! Come ben si vede, siamo immersi in una laguna di stereotipi e di luoghi comuni. La conclusione è degna di tutto quello che precede: « Tornare alla conoscenza del dialetto (o non perderla) è fondamentale per conservare le nostre radici, ma sostituire i dialetti alle lingue nazionali, come vogliono alcuni sconsiderati, significa ripiombare nel ghetto tante popolazioni che avevano avuto la possibilità di guardare al di là dei confini del loro villaggio ».

      Ecco il nocciolo della questione, schiettamente politico: la riaffermazione di un gretto nazionalismo, ossessionato dal pericolo che potrebbe rappresentare lo sviluppo d’autonomie regionali anche sul piano culturale e linguistico. C’è ovviamente altrettanto l’incapacità di uscire dal modello sociolinguistico italiano, applicando al mondo intero, in modo del tutto sbagliato, l’opposizione e l’articolazione lingua nazionale-dialetti regionali. Nessuno difende la proposta di sostituire i « dialetti » all’italiano, molti invece desiderano mantenere e sviluppare un bilinguismo meno diglossico di quello che è, vale a dire costruire una doppia appartenenza linguistica in cui, ad esempio, la stesura di un Wikipedia in sardo o in piemontese non appaia ridicola, assurda ne pericolosa. Assurda, invece, è la minaccia del ritorno all’orizzonte del villaggio chiuso su se stesso, perché ormai anche nel più piccolo paese (purché sia connesso) si contribuisce a Wikipedia, si naviga in inglese e si scarica il Nome della Rosa o Il Pendolo di Foucault.

Jean-Pierre Cavaillé