Versione italiana del post : L'Île d'Alcine, le romagnol, langue de création contemporaine.

Alcina

Ermanna Montanari nella parte d'Alcina

 

L’Isola d’Alcina, il romagnolo, lingua di creazione contemporanea

 

 Prima che la memoria mi si confonda, vorrei rievocare uno spettacolo teatrale in romagnolo presentato a Limoges il 25 e 26 settembre scorso (vedi il post precedente: Francophonies en Limousin et plurilinguisme): Ouverture Alcina, del regista di Ravenna, Marco Martinelli. Questa è per me un’occasione di fare un piccolo salto al di là delle Alpi, di tornare sul modo in cui è promosso in Italia quello che viene generalmente chiamato «cultura dialettale» e di vedere un po’ in che modo le difficoltà incontrate dalle lingue storiche minoritarie vengono affontate in questo paese. Vorrei anche introdurre brevemente il poeta romagnolo Nevio Spadoni, nonché sfiorare la questione appassionante degli incontri tra la (cosiddetta) cultura popolare e quella (cosiddetta) colta. In altre parole, un vero e proprio miscuglio (mescladis o boiradis en lingua d’oc) di considerazioni diverse intorno a questo spettacolo.

 

Tra l’Ariosto e Spadoni, l’appropriazione popolare d’Alcina

 Lo spettacolo, che da oltre dieci anni viaggia per il mondo raccogliendo applausi e premi, è basato su un monologo scritto da Nevio Spadoni, poeta che si esprime in romagnolo (vedi sotto). Si tratta del lamento d’Alcina abbandonata, declamato sul palco con una potenza e una molteplicità di registri (dal mormorio all’imprecazione) davvero formidabile (nel senso etimologico: degno di incutere timore), da parte di un’attrice incomparabile, Ermanna Montanari, la cui voce è presa in una rete elettroacustica del compositore Luigi Ceccarelli. Alcina è nel famoso poema dell’Ariosto, Orlando Furioso, il personaggio della fata e maga che seduce i cavalieri erranti, attraendoli nella sua isola, e quindi li respinge e trasforma in animali selvatici, piante e fonti... Fin quando si innamora del cavaliere Ruggiero, stregato dalla maga come gli altri, ma che riesce a riscattarsi dall’incantesimo e a fuggire, lasciandola sola nella sua isola alle prese con la sua disperata passione amorosa. D’altronde lo spettacolo ha come titolo, in italiano, L’Isola d’Alcina, esprimendo così perfettamente il rinchiudersi e l’isolamento del personaggio solo sul palcoscenico, intrappolato nella ragnatela della sua passione esasperata dall’abbandono, tra furore, risentimento, ironia sferzante, ricordo ardente, ribellione e disperazione. Ma l’Alcina di Spadoni non è quella dell’Ariosto, bensì la sua reincarnazione odierna, da qualche parte in un paese vicino a Ravenna, e parla romagnolo. Spadoni infatti si è ispirato alla storia vera di due sorelle che vivevano isolate nella loro casa con le persiane sempre chiuse, uscendo solo per nutrire le bestie di un canile, di cui si occupava il loro padre, prima di scomparire non si sa dove. Questo loro padre, quando erano bambine, leggeva l’Ariosto a veglia; ed è questa passione per il poema, che l’aveva indotto a chiamare la sua figlia maggiore Alcina, dal nome della bella e crudele maga, e a dare alla più giovane il sopranome di Principessa, la sua favorita. Dopo la sua sparizione, giunse in paese un affascinante sconosciuto che sedusse la Principessa, poi la lasciò. Il dolore di questo abbandono le fece perdere completamente la ragione e la sorella maggiore dedicò la vita ad accudire la sorella, ma si dice che lei stessa avesse avuto una relazione col forestiero, e continuò a frequentarlo qualche tempo dopo che ebbe lasciato la sorella.

 Questo è lo sfondo del monologo ammaliatore e terribile d’Alcina che dice degli uomini: «I baia cvânt ch’j è in brânch, mó da par ló j è pirs, j è pirs !»»: «abbaiano quando sono in branco, ma da soli sono persi, sono persi!». Ecco un altro estratto, dall’epilogo questa volta, segnato dallo sconforto più profondo, radicale e irrimediabile: «A m’ so insmida, int la voia d’perdum tra dla nebia, int l’êria, int e’ rispir longh de’ vent, tra dal vós, cal vós ch’a sintéva cantê par tot e’ bórgh, guardend cla lona in zil, malêda int e’ su coc»: «Mi sono instupidita, nella voglia di perdermi nella nebbia, nell’aria, nel respiro lungo del vento, tra le voci, quelle voci che sentivo cantare nel borgo, guardando quella luna in cielo, malata nel suo nido».

 Il monologo è scandito dalla declamazione, in toscano, di brani del poema ariostesco. Si conclude con i versi famosi che esprimono l’eternità senza scampo del dolore d’Alcina: «Morir non puote alcuna fata mai,/fin che ’l sol gira, o il ciel non muta stilo» (Orlando Furioso, canto X, 16). Questo confronto tra «dialetto» (lingua del «volgo») e lingua letteraria ci appare in un certo senso come un’ironia della storia, quando sappiamo che l’Ariosto ha dovuto riscrivere l’Orlando Furioso nel toscano purificato del Bembo, che stava trionfando, dopo averlo composto, almeno così si legge nei manuali, in «ferrarese», che era in realtà la lingua in cui scriveva l’élite di Ferrara, già d’altronde molto lontana dalla lingua realmente parlata nelle strade della città, ma comunque troppo impregnata di tratti dialettali (e latini) per non ferire ormai, in quell’inizio del Cinquecento, le orecchie degli amatori affascinati dal modello toscano. Questo modello, in quanto puro modello letterario, diventò anche ben presto quello del popolo, che però, come la maggior parte delle élite, continuava a parlare le lingue locali.

 È d’altronde in questo modo che lo spettacolo L’Isola d’Alcina echeggia un fenomeno culturale molto profondo in Romagna, come in tante altre regioni d’Italia (Umbria, Toscana, Lazio, Abruzzo...): la lettura e la trasmissione orale tra gli strati sociali più svantaggiati (pastori, braccianti, carbonai, ecc. spesso analfabeti o semi-analfabeti) di opere del pantheon letterario italiano, tra cui l’Orlando Furioso dell’Ariosto, che per secoli hanno alimentato e continuano d’altronde ad alimentare (ormai per lo più in modo residuale) l’immaginazione e la creatività di questo pubblico popolare. Alcina, la maga seduttrice, crudele e abbandonata, è una delle maggiori figure mitiche di questo immaginario. Deriva dall’Orlando Furioso, nonché dal più antico Orlando Innamorato (Boiardo, 1495) e dalla versione in ottava rima del romanzo cavalleresco Il Guerrin Meschino (Andrea da Barberino), due altre opere di cui la cultura popolare ha conservato la memoria, e in cui la strega Alcina è presente. Per quello, la si trova anche nel teatro cantato contadino in Toscana (tradizione del Bruscello o Maggio), ma anche tra i pupi siciliani e naturalmente nella poesia, improvvisata o meno, in ottava rima. Di recente, ho letto un poema in ottave endecasillabi (il metro stesso utilizzato dall’Ariosto e dal Boiardo), scritto da un semplice pastore umbro negli anni 1930-1940, Demetrio Ottaviani, che racconta la mitica fondazione del borgo appenninico di Castelluccio di Norcia, e in cui Alcina svolge il ruolo di una strega seducente che trascina nel suo lupanare sotterraneo il figlio maggiore dell’eroe fondatore e lo trasforma in un drago, dopo aver abusato di lui[1]. Alla luce di questo esempio e delle sue fonti, si avverte quanto l’imposizione del nome Alcina alla propria figlia potesse essere percepito e vissuto come un atto trasgressivo, nel villaggio di Romagna noto al poeta Nevio Spadoni. Questa strana e ambigua iniziativa significava sottomettere in qualche modo la ragazza ad un destino fatale.

 

 alcinaruggiero

Alcina e Ruggiero, pupi della Carter Family

Nevio Spadoni

 Nevio Spadoni ha saputo concentrare, in poche frasi di un’incandescente intensità, il destino d’Alcina, non più considerato dal punto di vista degli uomini e delle donne che la maga avrebbe ingannato e tradito, ma facendola parlare dalla sua propria bocca.

 Spadoni, nato a San Pietro in Vincoli, è un poeta di primo piano, molto attivo, che compone principalmente se non esclusivamente in lingua romagnola e pubblica dal 1985 delle raccolte molto pregiate e spesso premiate. Nel 2007 ha pubblicato un libro importante che raccoglie la maggior parte delle sue opere poetiche, con una prefazione di Ezio Raimondi, che tutti gli specialisti di storia della letteratura del periodo «barocco» conoscono. Questi particolari dimostrano l’alto valore riconosciuto in Romagna alla creazione letteraria in «dialetto».

 Spadoni d’altronde ha pubblicato lui stesso, nel 1996, un’antologia che mostra la straordinaria ricchezza e la qualità di questa produzione lirica, dal dopoguerra [2]. La prefazione è molto teorica (Spadoni è insegnante di filosofia), tutta incentrata sulle caratteristiche formali e le scelte liriche dei poeti che, dal grande Tonino Guerra in poi, si susseguono nella regione. È sorprendente, almeno visto da qui, come neanche una parola venga pronunciata sulla situazione di diglossia o per difendere la lingua, come se la dignità della produzione in «dialetto» fosse innegabile e non necessitasse di alcun commento.

 Invito il lettore a procurarsi questo volume, in cui si trovano vari testi di Spadoni con traduzione in italiano. Si può anche avere subito un assaggino della sua arte leggendo alcune delle poesie pubblicate dall’autore sulla sua pagina Facebook[3].

 Marco Martinelli dice che la lingua del poeta è «oscura e spigolosa», suggerendo che questa sia una caratteristica intrinseca del romagnolo (tornerò su questo punto). In ogni caso, è proprio per la sua partecipazione a varie creazioni del Teatro delle Albe di Ravenna, attraverso i suoi monologhi ispirati (Lus; La Pérsa; Sta nöt che al vós), che Nevio Spadoni è conosciuto ben oltre la sua regione.

 Cliccando qua e là su Internet, ho visto che un posto di rilievo gli è dato in una serie di incontri ed eventi organizzati a Ravenna in questo mese di novembre 2010, «Poesia, Lingue, Dialetti» (sotto la bandiera del blakiano Nobodaddy, parola d’ordine del Teatro di Ravenna). Il 7 novembre gli sarà dedicata un’intera serata in cui presenterà il suo percorso di ben 25 anni di produzione poetica.

 

Spadoni

Nevio Spadoni

Avanguardia «dialettale»

 Ma l’intero programma è allettante. Ci sarà, tra l’altro, una messa in scena di brani tratti dall’Odissea (Viaggio del poeta con Ulisse) tradotti in romagnolo (santarcangiolese) da Tonino Guerra, ma anche l’intervento della compagnia d’avanguardia di Bari, Teatro Kismet Opera, che utilizza spesso nei suoi spettacoli il «dialetto barese». Questa volta Kismet presenta un testo d’Antonio Tarantino (La Casa di Ramallah). Tarantino è un autore maggiore, che inventa la sua propria lingua, chiamandola «dialetto dei dialetti» e sfruttando gli idiomi mescolati degli immigrati del Sud Italia che vivono a Torino.

 Tutti questi dati sono abbastanza indicativi di un fenomeno che ho cercato di analizzare qui più volte (si veda il tag dialetti), del tutto straordinario visto dall’osservatorio francese: si tratta della vitalità estrema dell’uso dei «dialetti» come materia estetica in Italia, nel teatro (in particolare quello di avanguardia), nel cinema (vedi ad esempio il mio post su L’Uomo che verrà) e nella letteratura. Ciò non significa che questo estro creativo si accompagni necessariamente da una consapevolezza linguistica orientata verso la trasmissione: anzi, molto spesso è vero il contrario. A me sembra un paradosso, ma è proprio così: gli Italiani vanno a cercare nei «dialetti» la vitalità e la forza che manca all’italiano dei mass media, giudicato impoverito, asettico e berlusconizzato. In questo modo, operano una violenta e salutare inversione dei valori estetici, che però non mette in causa il rapporto di diglossia, anzi il più delle volte conferma di fatto lo statuto degradato di quelli che insistono a chiamare «dialetti» (riservando il termine «lingua» al solo italiano).

 Spadoni e il suo regista Martelli fanno comunque parte di un ampio movimento, vera e propria ondata nella cultura italiana contemporanea, in cui le lingue minoritarie della penisola sono messe in primo piano senza però, nella maggior parte dei casi, essere associate a una qualsiasi rivendicazione linguistica.

 D’altronde, ho notato un’ambiguità di fondo nel discorso di Martinelli a proposito della lingua che porta sul palco: ne fa una lingua del corpo e delle pulsioni, e anche una lingua strana, misteriosa, perfettamente aderente alla potenza terrificante della maga Alcina. A Limoges, egli l’ha addirittura paragonata alla lingua etrusca, per illustrare il fatto che, secondo lui, non si saprebbe bene da dove verrebbe... Ovviamente, questa invocazione del mistero e della potenza tellurica della lingua introduceva perfettamente alla parola d’Alcina nello spettacolo, ma devo dire che sono stato un po’ sbalordito a sentire queste elucubrazioni, tanto la massiccia latinità del romagnolo è evidente, e forse ancora di più per un orecchio francese, che spontaneamente vi trova un’aria di maggiore familiarità in confronto al toscano. Martinelli ha poi aggiunto che la cosa più importante non era cercare di seguire il testo, bensì abbandonarsi alle emozioni, allo strappo e allo strazio della voce e della musica. Questo consiglio rivolto a un pubblico francese si poteva capire, ma confesso che non mi è comunque sembrato opportuno. I sopratitoli erano davvero utilissimi, a dimostrare quanto la forza terribile della voce di Ermanna Montanari fosse all’altezza del testo stesso di Nevio Spadoni.

 Ma è proprio a questo che porta la riabilitazione di una lingua (socialmente) bassa, come lingua del corpo e della pulsione: ad asserire che il significato tramandato è secondario in confronto alla trasmissione immediata, epidermica dell’emozione. Così mi sembra che, scegliendo di valorizzare ciò che per la rappresentazione dominante è un difetto intrinseco (il «dialetto» come lingua degli umori grezzi e delle passioni indisciplinate, ecc.), venga confermato e legittimato il rapporto di dominazione. Mi azzardo a proporre quest’analisi, aggiungendo però che in Francia non abbiamo nessuna lezione da dare, perché la consapevolezza della diglossia non dà alle nostre lingue minoritarie la forza di partecipare a pieno titolo, come si dovrebbe, alla creazione contemporanea, contrariamente a quello che si avverte in Spagna (dove le lingue vengono fortemente tutelate) o in Italia (dove lo status di «dialetto» ostacola il loro riconoscimento). Ci sono ovviamente eccezioni (per esempio il lavoro di Bernard Manciet), ma noi occitanofoni, ad esempio, non riusciamo a intervenire efficacemente in questo campo e non possiamo semplicemente deplorare la ristrettezza di mente del pubblico «colto» per tutto ciò che potrebbe assomigliare al «patois», perché siamo noi, ovviamente, a dover mostrarci capaci di far cambiare l’opinione pubblica.

 

Situazione, rappresentazioni e futuro del romagnolo

 Nel quadro della programmazione di Ravenna a cui ho accennato, è comunque previsto un incontro, il 14 novembre, intitolato La tutta splendida (espressione, recita il programma, con cui gli armeni definiscono la loro lingua), «sulla questione del dialetto come lingua di scena e sulla funzione che esso può avere nella società odierna nonché sulla strumentalizzazione che la lingua locale sta subendo da parte di una certa politica». Il bersaglio qui è chiaramente la Lega Nord, che strumentalizza certo la questione dei «dialetti» a favore della sua ideologia xenofoba (vedi qua il mio intervento sulla proposta leghista di sottoporre i candidati insegnanti a «un test di dialetto»), ma che ha soprattutto saputo sfruttare l’assenza clamorosa su questo campo degli altri partiti, tanto di destra quanto di sinistra, incapaci, come in Francia, di tenere un discorso un minimo chiaro e coerente sulla preservazione del patrimonio linguistico. D’altronde, è significativo che la prima preoccupazione, senz’altro legittima, della maggior parte degli operatori culturali che promuovono le lingue minoritarie in Italia è quello di dichiarare esplicitamente la loro ostilità all’ideologia leghista: a dimostrare quanto è riuscita l’operazione di intercettazione e di imposizione di una quasi esclusività politica in materia.

 Ma al di là di questa dannosa congiuntura politica, i Romagnoli sono molto preoccupati per la loro lingua, che si perde. La difficoltà espressa dai giovani ravegnani che seguono una formazione teatrale nella compagnia di Martelli, di capire il testo dell’Isola d’Alcina (testimonianza di Claudia, attrice e animatrice della Non-Scuola del Teatro delle Albe) è un segno inequivocabile di questa brutta situazione. Si sentono spesso Romagnoli esprimere il loro rammarico e la loro invidia in particolare per i Veneti, che hanno saputo, molto meglio di loro, conservare la propria lingua. Questo è per esempio il caso di due consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna, che si sono espressi sulle pagine di L’Assemblea E-R, rivista ufficiale della regione, che presenta, in un recente numero (n. 8, gennaio / febbraio 2009), un cospicuo fascicolo dal titolo: Patrimonio dialetti, tra cultura, radici e identità, un bene letterario da rilanciare. Mi soffermo un po’ in conclusione su questa pubblicazione, perché ci permette di farsi un’idea delle rappresentazioni alquanto diverse e divergenti della lingua che si scontrano. Ogni termine nel titolo meriterebbe di essere glossato: quello di «patrimonio» che, come lo sappiamo bene da quando in Francia sta a qualificare costituzionalmente le cosiddette «lingue regionali» (art. 75-1), si avverte alquanto ambiguo e ingannevole (ad esempio si veda qui Langues de France. Nouvelles du front); quelli poi di «radici» e di «identità»; infine l’accento posto non sulla parola e sulla trasmissione, ma sulla letteratura, cioè il bene «nobile» per eccellenza, esemplificato da autori come Spadoni.

 Questo modo di vedere le cose, che lascia alquanto perplessi, è ben rappresentato in questo fascicolo da Giuseppe Bellosi, poeta anche lui, grandissimo specialista del romagnolo ed estremamente attivo nella diffusione della letteratura e anche della cutura orale in «dialetto» (sarà anche presente alla tavola rotonda del 14 novembre). È stato uno dei principali autori della legge regionale sulla «Tutela e valorizzazione dei dialetti dell’Emilia-Romagna» (legge regionale 45 del 7 novembre 1994), che prevede solo, almeno esplicitamente, la «tutela del patrimonio letterario dialettale» che è il sostegno alla ricerca accademica dedicata ai dialetti. Non è la lingua parlata ad essere evidenziata e considerata come una ricchezza da conservare e promuovere per se stessa, ma ciò che gli intellettuali hanno potuto e possono ancora farne. Se le dotazioni fossero finalmente concesse (perché l’adozione della legge, in mancaza di ogni dotazione finanziaria o quasi, è rimasta prettamente simbolica), si prevede di creare uno o più centri di ricerca, biblioteche e videoteche per i ricercatori, ma l’insegnamento non sembra in alcun modo una priorità e la rassegnazione alla perdita del «dialetto» come lingua parlata è, a leggere l’intervista dell’estensore della legge, quasi completa. Bellosi considera solo quello che scrittori e artisti che non saranno più «dialettofoni» potrebbero fare dei resti e delle tracce del «dialetto» nelle loro creazioni. D’altronde, quando Bellosi discute il ruolo che la scuola potrebbe avere, è solo per ribadire che gli insegnanti (di quali materie?) dovrebbero mostrare ai giovani, i quali concedono al «dialetto» tutt’al più una «funzione marginale di inciso espressivo o scherzoso», che questa parlata possiede anche e prima di tutto una dignità culturale, soprattutto nella produzione libresca e artistica; ma non dice nulla, almeno in quest’intervista, di un qualsiasi ruolo della scuola nell’insegnamento della lingua stessa. Ora, personalmente, non vedo come la rivalorizzazione sociale del «dialetto» che Bellosi richiede sarebbe possibile semplicemente imponendo il culto delle opere senza affrontare prima, come una priorità assoluta, la questione della trasmissione (questo si ricollega d’altronde, ad un livello che sembra più elitario – e quindi più preoccupante ancora – alla discussione che sto cercando di avviare in questa sede con Claude Sicre).

 La questione viene invece affontata senza mezzi termini dal bolognese Luigi Lepri, ossia Gigén Lîvra, autore di libri numerosi e importanti sulla sua lingua. Lepri, nella sua intervista, insiste sul fatto che il rinnovato interesse per la lingua è venuto dal lavoro sul campo delle associazioni e di volontari, che hanno promosso iniziative essenziali, tra cui l’insegnamento, lo sviluppo della pratica teatrale in «dialetto», ecc. Non risparmia critiche al modo in cui vengono progettate in Italia le leggi regionali in materia di lingue: «In genere i finanziamenti per la tutela delle lingue vengono erogati a docenti o istituti universitari per i loro studi sulla materia. […] Bisogna però riconoscere che, sul piano divulgativo, quegli studi non incidono per nulla. Si dovrebbe invece partire dalla constatazione che la lingua è di chi la parla». Questa mi sembra un’osservazione sensatissima, preliminare ad ogni impresa di rivitalizzazione: «Sono comunque convinto che se in qualche misura il dialetto si salverà, sarà soprattutto grazie ai giovani che vogliono impararlo e a qualcuno che glielo insegna». Per questa ragione, Lepri si sofferma sulle iniziative dei volontari che hanno creato vere e proprie scuole, sfruttando «gli stessi metodi didattici che si usano nei corsi di lingue straniere». Rimanda in particolare al corso organizzato a Bologna da Daniele Vitali e Roberto Serra (vedi Al Sît Bulgnai), destinato principalmente agli adulti, con più di 120 nuovi iscritti ogni anno, e parla di un’iniziativa analoga a Budrio per i bambini delle scuole elementari. Questa scarsità di interesse complessivamente per lo sviluppo dell’istruzione in direzione dei bambini è ovviamente molto preoccupante, se confrontiamo la situazione con la nostra nel Limosino, dove, fuori della scuola associativa Calandreta, qualsiasi velleità di insegnamento nelle scuole elementari sembra ormai abbandonata, con la sparizione inevitabile di ulteriori parlanti. Interessante è anche però un paragone con la situazione molto diversa del Paese Basco, dove ormai la maggioranza dei bambini usufruisce di un insegnamento bilingue.

 Questi confronti sono necessari e bisognerebbe svilupparli in tutte le direzioni, perché possono aiutarci a uscire dei numerosi vicoli ciechi in cui si va a finire appena si delinea un processo di rivitalizzazione. In Italia, il ritardo della riflessione, in confronto alla Spagna, al Regno Unito e persino alla Francia (che è però tutt’altro che un modello) è evidente e, in parte almeno, proporzionale alla notevole robustezza, almeno fino a poco tempo fa, delle numerosissime lingue minoritarie parlate nella penisola. Ad esempio, per il romagnolo l’esistenza stessa di una lingua dialettalizzata e l’istituzione di un codice ortografico omogeneo devono ancora essere difese e legittimate, come del resto da noi (anche se questa storia è, in Francia, assai più vecchia). Il linguista Daniele Vitali, che tra altro si occupa del corso di Bologna, in un piccolo testo del 2007, tratto da La Ludla rivista dell’associazione culturale Friedrich Schürr («Per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo»), insiste giustamente sul fatto che la scrittura è fondamentale nel processo di salvaguardia: «nella situazione sociolinguistica del 2007 assicurare un futuro al romagnolo non significa solo parlarlo fra dialettofoni, ma anche trasmettere ai più giovani un patrimonio linguistico che, nel mondo moderno, non può essere soltanto orale, anche se orali furono le modalità di apprendimento degli attuali parlanti. Questo lo sanno benissimo non solo quanti scrivono poesie giustamente entrate nelle antologie della letteratura italiana, ma anche quanti pubblicano grammatiche e vocabolari». Queste riflessioni sono perfettamente in linea con quelle che facciamo anche noi da tempo, e ci confortano nell’adozione di una grafia comune, per quanto imperfetta, della nostra lingua. Nello stesso tempo, non risolvono naturalmente il problema di fondo, che è quello della frattura sociale e culturale che non manca di crearsi tra i locutori «alfabetizzati», quelli che entrano nella lingua parlata in relazione a una scrittura normalizzata, e i locutori «illetterati» nella loro propria lingua, scissione sociale e culturale davvero tremenda, che riproduce la relazione di diglossia, e che non siamo stati in grado finora di eliminare e nemmeno di alleviare, perdendo, con le ultime generazioni di locutori, la possibilità di assicurare una reale continuità generazionale nella pratica della lingua.

Jean-Pierre Cavaillé

Alcina

 

 


 

[1] «… Ei gira e vede tante damigelle,/ Che andar vicino a loro lo invitorno ;/ Caste parean, rarissime donzelle,/ Ma loro infamia subito mostrorno,/ E fonte di ruina apparver elle./ Cade Brunello nel fatal peccato/ Con fata Alcina, ed eccolo dannato», Demetrio Ottaviani, Storia di Castelluccio, Il paese fondato vicino a Sibilla. Poema in ottava rima in sette canti dell’ultimo poeta-pastore dei Sibillini, s.l., Futura, 2008, canto 5, p.78.

[2] Le Radici e il Sogno. Poeti dialettali del secondo Novecento, in Romagna, Faenza, Moby Dick, 1996.

[3]  Ecco, a titolo di esempio, un corto poema preso dal libro: «Un Svùit d’paura/ U j è int l’êria un svùit d’paura,/ biren insprì cun e’ rabes adös,/ rundamn ch’al vóla bas./ Int la cavdâgna, cun oc svìdar/ e’ mat e’ ziga, e’ ziga fôrt/ Un ton sech e pu/ e’ ven zo e’ mond.» («Un Vuoto di paura/ C’è nell’aria un vuoto di paura, tacchini inviperiti e idrofobi,/ rondini che volanno basso./ Nella cavedagna, con occhi vitrei/ il matto urla, urla forte…/ Un tuono secco e poi/ viene giù il mondo.»)