La protestation du poilu félibre Elie Vianès

La protestation du poilu félibre Elie Vianès
En lisant à la Bibliothèque Nationale un numéro du passionnant journal de guerre félibréen Lo Gal de Montpellier (bimestriel), daté de janvier 1917 (n. 37), je suis tombé sur la reproduction d’une lettre d’un félibre provençal alors sur le front, protestant contre l’instituteur de son village de Mouriès, près d’Arles, qui avait affiché dans son école : « Il est interdit de s’exprimer en langue provençale – le français seul sera parlé dans la cour comme dans la classe ».
La lettre est signée du nom d’Alàri Sivanet, pseudonyme d’Èlie Vianès, qui fut très actif avant, pendant et au sortir de la grande guerre, à laquelle il participa de bout en bout. Il fut l’un des membres fondateurs de la revue mistralienne mythique Lou Secret (1918-1919 voir son dépouillement par Yves Gourgaud dans le Lugarn, n° 72, 2000) et correspondant de la Gazeto Loubetenco de Joseph Loubet, qui joua aussi un rôle important durant la grande guerre (comme le signale Philippe Martel dans l’un de ses commentaires à mon post sur les lettres des poilus « en lenga nòstra ». Il est aussi le père de Jean-Calendal.
Cette lettre est évidemment un document très intéressant, qui revendique, dans la guerre, le respect dû à la langue des soldats méridionaux qui meurent sur le front pour la France. La présence du syntagme « langue provençale » dans l’affiche mise en cause, est quelque peu étonnante (même si le prix Nobel décerné à Mistral en 1904 avait fait beaucoup pour sa reconnaissance), car pour interdire ce que l’on appelle langues régionales aujourd’hui, on utilisait alors à peu près exclusivement le mot de patois. Mais n’était-ce pas justement le cas sur cette affiche, et le félibre n’a-t-il pas corrigé spontanément ? C’est ce qu’autorise à penser la première phrase sibylline du texte : « Vérifiez s’ils sont exacts ces termes de votre affiche ».
Je conserve également, dans sa graphie originale, la présentation de la lettre par les rédacteurs du journal.
Una Proutestacioun
Noste car e valhent amic lou felibre Alàri Sivanet, marechal-da-lougis, sus lou front dempioi lou coumençament de la guerra, vèn de mandà au mèstre d’escola de soun vilage (Mouriès, dins las Boucas-dau-Rose) aquesta letra, que se passa – per lou moment – de tout comentàri :
Aux Armées, le 6 décembre 1916
Monsieur,
« Il est interdit de s’exprimer en langue provençale – le français seul sera parlé dans la cour comme dans la classe ».
Vérifiez s’ils sont exacts ces termes de votre affiche.
Les règlements vous confèrent peut-être un droit que je n’ai pas à discuter. Mais croyez-vous vraiment que l’heure soit bien choisie pour froisser en quoi que ce soit les sentiments de ceux qui se battent ?
En ces temps d’union sacrée, quand la France a besoin de toutes ses forces vives, il m’est pénible de constater que l’Ecole essaye de peser sur l’esprit de nos enfants.
Nous défendons, face aux boches, les nobles libertés des peuples : à ce titre, l’usage d’une langue, partie intégrante de notre patrimoine. Ne nous obligez pas à détourner vers les dangers de l’arrière des regards inquiets. Vous risqueriez de paralyser notre élan.
Amenez plutôt (si je dois vous conseiller le moyen) les frêles imaginations dont vous avez la charge à mieux comprendre la beauté de l’effort et la grandeur de l’œuvre.
Un souffle de patriotisme passe qui anime toutes les volontés et fait taire les discordes.
Mettant à profit l’enseignement qui s’en dégage, ne poussez point les fils à rougir de leur pays et de leur sang.
Réservez pour l’après-guerre les manifestations de votre initiative. Vous tranquilliserez les pères !
Ne supposez ni haine, ni rancune de ma part : autant que je m’estime bon soldat, je vous sais bon fonctionnaire.
Salutations,
A. Sivanet
Due composizioni di Realdo Tosi, poeta carbonaio (1929)

Due composizioni di Realdo Tosi, poeta carbonaio (1929)
Come per la raccolta dei funghi, ci sono dei giorni favorevoli per la ricerca documentaria, però alquanto rari. Quando riesco a trovare un po di tempo (e dunque con gran dilettantismo), mi occupo della cultura cosiddetta « popolare » dell’ottava rima, estemporanea o meno, tra altro legata al mestiere e alla vita « strapazzata » dei carbonai del Pistoiese (si veda qui l’articoletto dedicato all’Attribuzione e diffusione del Lamento del carbonaio). Non è, d’altronde, che abbia fatto una qualsiasi scoperta sull’argomento. Tutt’al più ho messo insieme un pò di documenti sparsi (in questo caso diverse versioni del Lamento del carbonaio e qualche studio). Venendo da tutto un altro campo, che tratta di letteratura più antica e meglio considerata, una cosa che mi stupisce e che mi eccita nella cultura etichettata come « popolare » e nella letteratura orale è la dispersione dell’informazione, il fatto che spesso non si trovano bibliografie aggiornate e banche dati affidabili.
Facendo questa ricerchina, mi ero imbattuto su un altro « lamento » di ben 27 ottave, intitolato La Canzone del Meo. Aimé Mucci, nel suo libro del 2002, ne dava in effetti una versione, considerandola anonima[1]. Questo canto mi è apparso bello e interessante quanto il primo.
Un carbonaio, in prima persona, racconta nei particolari più concreti la sua esperienza da ragazzino di appena 10 anni come « meo », costretto di guadagnarsi la vita dopo la scomparsa prematura del padre, con appena pochi mesi di scuola elementare alle spalle. Il meo era il garzone che nella squadra dei carbonai, durante una « campagna », faceva tutti i lavori piccoli della carbonaia. Sopratutto, quando non vi erano donne, era lui che cucinava per tutti e riforniva l’acqua. Nella canzone, sgridato di continuo dal capo-macchia, di notte come di giorno, senza un altro nome che quello generico, « Meo » è mandato a eseguire mille compiti faticosi e fastidiosi. Meo corre da uno all’altro impegno senza sosta, ubbediente, diligente, sempre rimproverato, mai gratificato. È la voce stessa del capo che si sente in buona parte delle ottave, sgranando l’elenco senza fine degli ordini e delle minacce, passando così in rassegna tutti gesti e usanze del mestiere. L’ex meo, ormai carbonaio maturo, si ricorda degli affanni, della fatica, della disperazione… e anche come, mandato solo nella notte a eseguire qualche lavoro, fu preso una volta dal timore, anzi dal terrore: sul luogo di un omicidio, sentì pronunciare nel buio il suo nome « Meo… », poi urli, risa e un’altra voce che gli diceva « tutto mio… », fino ad accorgersi che le voci dei fantasmi non erano altre che le grida degli animali notturni: allocco, civetta e gatto selvaggio…
La canzone è sempre così in bilico tra la denuncia dello sfruttamento del povero ragazzo e un umorismo assai amaro (« Ma col mio padrone, anche l’orina,/ Bisogna farla mentre si cammina »), con un gran senso della descrizione di tutti gli episodi della vita e del lavoro nel bosco. Per quello, il poema è anche un tesoro per i termini di mestiere e le espressioni peculiari della carbonaia.
Questo canto eccitava la mia curiosità e andai a trovare un bel giorno, due anni fa, Alfo Signorini, la fonte di Aimé Mucci, a Tobbiana, che mi fece una copia dell’originale suo del testo, insieme con la versione del Lamento del Carbonaio ripresa anche da Muci. Entrambi gli erano stati consegnati da vecchi carbonai, una ventina d’anni fa. Si ricorda sopratutto di un certo Pietro Nesi che nel paese di Tobbiana cantava la Canzone del Meo. Alfo Signorini mi fece anche vedere un bellissimo film documentario girato da lui stesso in nero e bianco negli anni 70 dedicato al mestiere del carbonaio, in cui si sentiva brani delle due canzoni.
Proprio lo stesso giorno, in una libreria della via degli Orafi di Pistoia comprò due libri. Il primo, nuovo di zecca, era intitolato Tre civette sul comò. I ricordi dei bisnonni. Raccolta di tradizioni orali, a cura di Rosanna Nerozzi (edizioni Il Metato, Pistoia). Il « concetto » di questo libro, con una prefazione di Claudio Rosati, è molto originale. La curatrice, maestra alla scuola elementare di Saturnana, fece realizzare ai suoi allievi un vero e proprio lavoro di colletta etnografica presso i nonni e i bisnonni. In questa raccolta cospicua figura anche una versione molto simile della Canzone del Meo, non attribuita, intitolata: La Storia del meo.
La seconda pubblicazione era un libricino usato del 1980, il piccolo catalogo di une mostra fotografica allestita dal comune di Pistoia: Il Carbonaio un mestiere in estinzione[2]. L’opuscolo presenta una serie di fotografie in nero e bianco di carbonai al lavoro, qualche spiegazione sulle fasi della lavorazione del carbone e qualche testimonianza sulla durezza del mestiere, ma anche la ripresa integrale di una piccola raccolta di versi in ottava rima pubblicata nel 1929 a Borgo val di Taro (tipografia Cavanna)[3]. Il poeta si chiama Realdo Tosi, di Pistoia, precisa la copertina riprodotta nel catalogo e il libricino contiene due delle sue composizioni: Il fuoco Corso pietoso e rio e… Il servitore de’ carbonai detto Mèo.
Era proprio la stessa canzone, e contava pochissime differenze, per un’opera passata (e probabilmente destinata) alla circolazione orale, in confronto alle due altre versioni. La sintassi e il lessico erano però, qua e là, più chiari, il metro e le rime più regolari. La Canzone del meo aveva dunque un’autore che si poteva insomma facilmente rintracciare. Questo testo conobbe pressoché la sorte del Lamento dei carbonai: chi tra i lavoratori del carbone aveva fatto il meo da ragazzino non poteva non identificarsi con la voce del narratore; per quello, evidentemente, tanti carbonai l’hanno imparato a memoria, cantato et tramandato (dagli anni 30 fino al 2000 !), senza ricordarsi del nome dell’autore e, a volte, se non il più spesso, senza sapere che si trattasse di una fonte scritta. In effetti, la grande vicinanza con l’originale delle due versioni raccolte rende molto probabile che la canzone si sia diffusa proprio a partire del testo stampato. Per di più, Claudio Rosati, che svolse negli anni 80 un lavoro approfondito d’inchiesta antropologica sui carbonai del Pistoiese, ci informa che, tra loro, il libretto del Tosi era « assai celebre »[4].
Il catalogo del 1980 dà pochissime informazioni su Realdo Tosi. Il poeta sarebbe nato a Villa di Baggio (Pistoia) da una famiglia di carbonai e faceva anche l’« improssimatore » (sic), cioè il poeta a braccio, coinvolto nei contrasti in ottava. Sarebbe defunto a Pontremoli, ed è probabilmente in questa zona che abitava già nel 29, visto il luogo della pubblicazione del suo libricino. Sarebbe senz’altro possibile e auspicabile saperne di più su questo poeta carbonaio che seppe così bene esprimere le tribolazioni e sofferenze della sua prima « campagna » nei boschi in gioventù, tanto da presentare uno specchio in cui ogni carbonaio potesse riconoscere la sua propria esperienza e fare sua la canzone, imparando i versi a memoria e cantandoli.

Quintilio Tosi
Nell’altra sua composizione, Il fuoco Corso pietoso e rio, Tosi si presenta come un autodidatta (« nove mesi di scuola elementare ») che lesse e rilesse Omero, Virgilio, Tasso (« spesso e volentieri ») e, più difficilmente, Dante, i cui i versi gli apparsero alquanto ermetici (« Leggendo i libri del sommo Alighieri/ Troppo oscuri per me, non capii niente »). Si dichiara « innamorato » di « scrivere in versi », senza pretendere in nessun modo al titolo di poeta. L’espressione di questa (finta ?) umiltà è d’obbligo tra i poeti a braccio: per dirsi poeta, non basta « l’estro di natura » e l’ « inclinazione » al poetare; bisogna frequentare il coro delle Muse, bere alla fontana d’Ipocrene, conoscere Apollo quasi di persona… tante parole per significare l’ispirazione sovrannaturale dei grandi poeti, ma che sono anche e forse sopratutto metafore sociali per alludere al mondo sociale dell’alto, da cui il poeta popolare rimane escluso e prima di tutto il mondo dell’educazione alle buone lettere, chiuso alla povera gente.
Questa composizione narra un fatto reale, accaduto il 2 d’Aprile dello stesso anno 1929 a Pietrapola in Corsica: l’incendio, avvenuto a causa del gran vento, delle carbonaie e delle capanne di una squadra toscana, nonché dei boschi circostanti, con grave pericolo della vita delle famiglie di carbonai e dello stesso poeta ivi presente. Tosi descrive con grande efficacia la violenza del vento, la lotta vana contro l’incendio delle carbonaie, la confusione della fuga nella macchia sui pendici della montagna, lo smarrimento e la rabbia dei carbonai davanti alla perdita non solo del carbone, ma del loro alloggio e di tutti i loro indumenti.
Fuoco « rio » davvero, ma anche « pietoso », tanto è vero che risparmiò la vita di tutti (« figli, babbo e mamma »). Ma pietoso anche e sopratutto perche si verificò un evento interpretato dai carbonai come sovrannaturale: in mezzo ai vestiti calcinati ritrovarono, quasi intatti, le immagini di devozione che tenevano con loro. Questo tipo di « miracolo » – l’oggetto sacro che rimane illeso nonostante il fuoco –, appartiene ovviamente ad una lunghissima tradizione nella cultura, non solo popolare, dell’occidente. Ma Tosi canta in tempi ormai di dubbio dilagante e cita, in modo quasi giuridico, i nomi di altri testimoni: Maria e Quintilio Tosi, probabilmente suoi familiari, e una donna di nome (o soprannome) Velleda.
Claudio Rosati ha proprio intervistato due protanogisti dell’incendio di Pietrapola: lo stesso Quintilio Tosi e una certa Sira Rossi[5]. Quintilio Tosi, di cui si può vedere il ritratto fotografico nel catalogo del 80 (p. 4), si ricorda che la « terra bruciava come zolfo » e parla anche dell’avvento miracoloso: « c’avevo due ‘aquilotti’, cinque lire d’argento. Io non son di quelli che crede tanto, ma qualcosa c’era. Gli ‘aquilotti’ eran colati ; nel portafogli si portava la Madonna di Valdibrana. C’era rimasto la corona e la Madonna ». Su questo particolare, il racconto di Sira Rossi è ancora più interessante: « … fra le cenere che era rimasta di tutta la valigia ci trovò il rosario. Il rosario era di corallo. Questo e altri santini rimasti dentro un portafogli. Erano rimasti affumicati, ma non bruciati. Questa povera donna – la ricordo ancora, non mi sembra che sia vero e pace che sia morta – li prese con una Madonna attaccata eh, attaccata proprio: ‘Mi siete rimasti altri che voi, non vi voglio più neanche voi’. Li buttò via, dalla grande disperazione »[6].
Il poema del Tosi non parla di questo gesto di disperazione, molto interessante da un punto di vista antropologico (questa reazione, in effetti, coinvolge una concezione del rapporto con gli oggetti sacri di protezione che ha ben poco a che fare con quello che si intende cristianamente per « devozione »); la sua è una realtà, almeno da questo punto di vista, in qualche modo pacificata e tipicizzata.
Nello stesso modo viene d’altronde elogiato l’attitudine del proprietario imprenditore, probabilmente corso, « Monsieur Favalli », che confortò e soccorse i miseri Pistoiesi. Non mancano però versi di denuncia degli imprenditori cattivi, che sfruttano i carbonai, non hanno nessuna « pietà di chi lavora » e si oppongono ai progressi del soccorso sociale. Anche questo aspetto, nel contesto dello Stato fascista nel 1929, meriterebbe di essere ulteriormente indagato.
Si riportano qui i due poemi senza cambiamento di grafia e aggiungendo poche note per facilitarne la lettura.
Jean-Pierre Cavaillé

Le due composizioni di realdo Tosi:
Il fuoco corso pietoso e rio e Il servitore de’ carbonai detto Mèo
1- Il fuoco corso pietoso e rio
Leggendo i libri del sommo Alighieri
Troppo oscuri per me, non capii niente,
Tasso lo lessi spesso e volentieri,
Ma nulla m’è rimasto nella mente.
Pur d’Omero e Virgilio i bei pensieri,
Mi piacque di rileggere sovente,
Chi ebbe penne d’argento e chi d’oro,
Invidio non averla come loro.
Se di scrivere in versi m’innamoro,
È l’estro di natura che mi sprona,
Pur non conobbi delle Muse il coro,
Nel suo soggiorno al monte Elicona.
All’ippocrene non ebbi ristoro,
Per cui il poeta bei versi sprigiona,
Neppure di Latona il biondo figlio,
Giammai conobbi, e non l’assomiglio.
Per cui non son poeta e non mi piglio,
L’immeritato onore d’esser tale,
Lo riconoscon tutti, e mi consiglio,
Se dico son poeta il dir non vale.
Solamente mi sforzo e m’assottiglio,
Che’l verso mi risulti men bestiale,
Nel dir che avvenne a Pietrapola e altrove,
Nel millenovecentoventinove.
Se scatenò terrore Marte e Giove,
Se s’arrabbiò Tibel, Tete e Nettuno
Vulcan non fece meno aspre prove
Quando intese vestir le genti a bruno.
Pur questo fatto a piangere ci muove,
Che senza cuor non ci sarà nessuno.
Pur io che scrivo il pianto a gli occhi sento
Per cagion d’un incendio violento.
Il due d’April si scatenò un gran vento
II foco dalle carbonaie smosse,
Pluto lo propagava a suo talento
Tanto che venne le foreste rosse,
Il carbonaio lanciato nel cimento,
Tra foco e fumo da par Minosse,[7]
Più s’arabatta, il foco più disegna
Distruggere carbon, baracche e legna.
Parea ’l voler di Dio, quando si sdegna
Contre di chi lo nega o non l’onora
L’aria parea di foco e zolfo pregna
Come piovve su Sodoma e Gomora
Oppure l’altro paragon c’insegna
Di quando avvien del mondo l’ultim’ora
Lettor lo sai come lo descrisse
Santo Giovanni nell’Epocalisse ?
Qui niente avria a provar l’eroe Ulisse
Ne Frusberta Gioiosa e Dorlindana[8]
Ma per domare il foco e che morisse
D’acqua vi occoreva una fiumana.
Il sol pel fumo ebbe a subir l’ecclisse
Tra foco e fumo pur la gente umana
Dopo aspra lotta orribile, accanita
Fu ben fuggire per salvar la vita.
Ansanti ! chi calava e chi a salita
Spossati tal da rimanere in panna
Poscia che vade tutta incenerita
E quali in fiamme la loro capanna
Ov’era la sua roba custodita.
Di salvare qualcosa ognun s’affanna,
Chi giunge appena in tempo, ha salvati
Ragazzi ch’eran ivi addormentati.
Gli urli, e lamenti sono incalcolati
Pianti di donne, stridi di fanciulli
Rabbia, passione d’omini snudati
Delle lor vesti, i lor guadagni nulli
Quei boschi appresso che di verde ornati
Sono ridotti sterili e si brulli
Uniti al quadro del lavoro perduto
Rimane ogn’uno imbecillito e muto.
Un italiano bene ho conosciuto
È del paese detto Germinaia[9]
Il prepotente vento 1’ha voluto
Sbalzar da una piazza carbonaia[10]
Venti minuti resta ivi svenuto
Mancò poco la morte gli s’appaia
Rinvenuto che fù da quello stato
Si trova dalle fiamme circondato.
Aiuto, aiuto spesso ebbe gridato !
Ma la risposta gli rimase muta.
Per dolore del braccio dislocato
E nel vedere che nessun l’aiuta
Fu talmente avvilito, e scoraggiato
Come veder la vita sua perduta.
Come Dio volle un varco egli s’aperse
E nel fosso vicino tosto s’immerse.
Pure agl’altri il bisogno gli s’offerse,
Come pria dissi di salvare la vita,
Chi fuggia per valli verdi e terse,
Chi per via più sicura e più gradita,
Ma nel loro fuggir piaghe diverse,
Il fuoco crea e fan gridare aita,
Giubbe e camice (orribile faccenda)
E pantalon si spengano a vicenda.
Quando cessò la furia aspra e tremenda
Colla passion nel cor che gli sovrasta
Ogn’un bisogna ben cura si prenda
Veder carbone e legna ch’è rimasta
Qui nuovo strale lo suo core attenda
Nel vedere scomparsa ogni catasta
Chi impreca, chi piange chi vien meno
Chi sentesi scoppiare il core in seno.
Son venuti da l’Italo terreno
A far la vita dura, aspra, amara
Perchè gli frutti un guadagnetto almeno
Per poi tornar alla lor patria cara.
Il pensier dolce, si cambiò in veleno
Si trasformò a Bosalla e Solenzara
A Quenza, Bura, Sera[11], (ria regione)
Luoghi di vento fuoco e di passione
Sorge un Serto alla lugubre canzone
In più alto timbro merita ch’io cambi.
In una dolente ricognizione
Una bella sorpresa ebbero tanti
Chi nei panni tenea per divozione
Immagin sacre di madonne e santi
Qual di metallo e quali in carta espressi
Bruciò le vesti, e non brucciaron Essi.
Ciò Maria Tosi e l’Idola confessi
Pure Quintilio Tosi e la Velleda
Testimoni oculari loro stessi
Se vale i testimon ciascuno creda.
Occorre questo fatto v’interessi
Ed alla realtà ogni dubbio ceda
Sono questi italiani Pistoiesi
Da cui questo miracolo compresi
O meglio convintissimo mi resi
Come mi presentaron quelle carte
Sacre, medaglie e corone presi
In mano, certo non le ebbi ad arte
Non sol dal fuoco, pur dal fumo illesi
Cosi la gloria nuova gloria imparte
Ogn’un commenti colla propria testa
Se vano è il credo, o realtà ci resta.
Se il caso ad arte alcun manifesta
Dirò pur io che’l caso quivi impera
Se parol caso è parola onesta,
Allor per caso venne Celo e Tera.
Allo spirito caso, facciam festa
Per caso venne la natura intera
Dican pur caso, caso dico anch’ io
Ma in questi casi c’è la man di Dio.
Questo è l’incendio pietoso, e rio
Risparmiò pure figli, babbo e mamma
Io pure appena incolume n’uscio
Fui per soffocare tra fumo e fiamma.
Appena constatato il cenerio,
Scrissi a Monsieur Favalli un telegramma
« Vostre macchie incendio distruttore »
Veloce vien sul luogo del dolore.
Come s’impegna un celebre dottore
Guarire l’ammalato che gl’è caro
Qualche medicamento superiore
Gli dà del più costoso e del più raro
Cosi Favalli mitiga il dolore
E lo guarisce tosto col denaro
Con parole melliflue conforta
Poscia il lavoro a ripigliar li esorta
Basta che non ci sia persona morta
Nell’orrendo diabolico disastro
Disse, se siete vivi, poco importa
Se arse legna di leccio e d’ulivastro
Chi mi ubbidisce e chi rispetto porta
Il cuor non ho di marmo o d’alabastro
Ma l’ho bensì filantropo e leale
Apprezzo il bene, e risarcisco il male.
Cancellato lo spirito brutale
Ogn’uno imiterebbe tale esempio
L’uomo, ama l’uomo da fratel carnale
Quindi la carità avrà il suo Tempio
Ma se caschiamo in un padron venale
Di lingua adulatrice e di cuore empio
Sempre; ma in questi casi la miseria
Piglia più proporsion, si fa più seria.
Sta ben la propaganda deleteria
Ver chi non ha pietà di chi lavora
Qui si presenta tosto la materia
Che alcuni impresari disonora
Quelli che trattan colla cattiveria
L’operaio calloso, – a all’ultim’ora
Abbandonato, triste, o malcontento
Senza soldi, ne vesti, e pien di stento.
Se non han diritto a risarcimento
Altra mano filantropa si elevi
Una sottoscrizione, o il parlamento
Elargisca una somma e li sollevi
Pur gli impresari sono in gran fermento
Che risentono danni pur non lievi.
C’ è chi elargisce per uman giustizia
E chi da niente per troppa avarizia.
Se non scrissi in buon metro e con perizia
Lo dissi che il poeta non so fare,
Come mi detta il cuor senza malizia
Ho voluto tal fatto raccontare,
Poca sapienza, la penna novizia
Nove mesi di scuola elementare
Poco posson valere allo scolaro
Sia pur d’ingegno fine del più raro.
Il mio studio fu quel del carbonaro,
Son da piccino in mezzo alla foresta
Costretto a lavorare al giorno chiaro
Di notte, a tempi tristi e alla festa,
Quando il lavoro è cosi duro e amaro
Vien duro anco ’l cervello della testa
Dunque lettore ti chiedo perdono
Se questi versi grossolani sono.
2- Il Servitore de' carbonai detto Meò
Se Apollo vorrà farmelo un favore,
Di mettermi qualcosa nella testa,
Vi dirò, quando feci il servitore,
A carbonai che stanno alla foresta.
Chiamarmi del mio nome non occore,
Ma bensì Meò la tradizion l’attesta,
Chi chiamò Mèo il primo m’indovino
Certo fù qualche gatto montanino.
Aveo dieci anni quando per destine,
Rimasi senza babbo e senza dote,
Ero dei figli il più grandino,
Mamma malata, lavorar non pote.
Vedevo ogni giorno sempre più vicino,
La Dea miseria e sempre più mi scote.
La vita mia aveva la struttura,
Da parer di Pinocchio la figura.
Fin da piccino la madre natura.
Mi fece sentir l’inclinazione
Con molto ardore alla letteratura,
A cui incominciai con gran passione
Ma quella scuola non fù duratura,
Sol pochi mesi dettemi lezione,
Fù giocoforza di cambiar pensiero,
Per guadagnarmi il pane giornaliero.
Mi prese un carbonaio calloso, nero,
Mi tenne una campagna[12] alla foresta,
Duro il lavoro tenero com’ero,
Immaginate voi se mi molesta.
Per me sono: Ubbidienza, e dire ’l vero,
Già massime inculcate nella testa,
Agile e pronto a ogni ordine impartito,
Giammai peccai d’averlo trasgredito.
Non avevo un lavoro ancor compito,
Che mi ordinava più d’una faccenda,
Svegliati Meò; presto avrai finito,
Se non vuoi il padrone ti contenda.
Và piglia l’acqua, e subito ammannito,
Bolla il paiolo, e la farina discenda,
Urla Aaùù pria che sia cotta,
Noi si risponderà, veniam di trotta.
Appen la prima fetta in bocca è rotta,
Forse perché non rida, o che non goda,
Mi dà dell’ imbecille e del marmotta
Dicendo è poco cotta e troppo soda.
Mentre l’avevo a termine condotta
Con tutte le bontà che ’l cuoco loda,
Pria che finisca di mangiare e bere
Mi fa tosto rizzare da sedere.
Meo, vai il carbone a rivedere,
E bada che non bruci, dammi retta,
Vai di corsa, non ti trattenere,
Non ti scordar ’l pennato ne l’accetta,
Hai da trinciar la legna. Vai a vedere,
Dev’essere già piena la barletta[13],
Portala quassù, fai come un razzo,
Araccatta il carbone e fai lo spiazzo.
Io delle strade non me ne imbarazzo,
Disse il padrone, fai quello stradello,
Cerca i zoccoli, legali in un mazzo,
E portali lassu dal mio rastello.
Il sommondino[14] è nel fosso in guazzo,
Un pò più tardi portaci anco quelle
E poi riguarda quelle carbonare,
Che Capre e Vacche l’abbiano a sciupare.
Meò, la foglia c’è d’araccattare,
La carbonaia è quasi calzolata[15],
Tu c’ai della legna da trinciare,
Perché nel capo non è ultimata,
Poi per la bua, le zolle c’ài da fare,
Bada di non ci metter ’na giornata,
Preparaci il fittone[16] e l’infochina[17],
E dée fumare innanzi domattina.
Aaaauuu ! Il mulattiere s’avvicina,
Meò il vaglio[18] è rimasto giù nel fosso,
Svelto ; vai a pigliarlo, Via, cammina!
Meò! — Avanti che tu ti sia mosso?!
C’è pur rimasta un po di braschettina[19],
E quattro abbocchi[20], portali sù addosso,
Alla piazza levata del fondino[21],
E giungi in piazza innanzi al vetturino[22].
Le balle butta giù dal Mulettino. —
Leva gli abbocchi. — Manda in quà il carbone,
Fai i randoli[23]. — Non far tanto pianino. —
Dammi una balla. — Svegliati zuccone. —
Ha un tanfo quella là del poggettino
Vai a tapparlo, poi planta il fittone
Scegli rammicci, trincia mozzi[24], e poi
Finita di coprire tu la infoi[25].
Bada l’infingardia che non t’annoi
Intanto piglia un corbello di tizzi
Li spacchi se un bel fuoco far ci voi
Accesa una scopa sulla bua li rizzi
Se ai piacer che si rabbocchi noi
Il tuo lavor la volontà ci aizzi
Prpara innanzi un bel monte di tera
Per caricargli il capo questa sera.
Meò, legna trinciata non ce n’era
A quella carbonaia del poggetto
Te l’ho detto stamani con maniera
Mi par che tu lo faccia per dispetto
Cosa farai questa primavera
Non arrivi alla fine ci scommetto.
Benchè è sempre freddo non t’avvedi
Camminando li fai solchi co’ piedi
Meò. — Le paravente[26] che tu vedi
Laggiù appoggiate, portale a codesta
Quando ’l sole va sotto se tu credi
Che qualcosa da fare ti ci resta
Dirò alla luna il tempo ti concedi
Cosi la mano ti verrà più lesta
Poi levati alla vita la fusciacca
Porta un fascio di legna alla baracca,
Trinciale accendi il foco, presto attacca
Il paiolo che bolla, alla catena
Dopo stacciata la farina, spacca
Quel tizzo grosso per far lume a cena.
Non mi ci fa trovare qualche tacca[27]
Secondo l’uso o qualche brusco appena
Mentre si cena: — Meò, dammi ’l bariletto
Meò, fai lume — Meo dammi il ronchetto[28].
Se cento volte al giorno, Meò a detto
Alla giornata la notte compete
Meò doventa un nome maledetto
Neppure al buio non ha tregua e quiete
Sopra duro giaciglio che ha per letto
Al nome Meò, scattare lo vedete
— Meò, — fai fuoco, il freddo, Meò s’interna
— Meò, — tira vento, accendi la lanterna.
Meò la notte è lunga quasi eterna
Vai a riveder quella sommonda[29]
Non ci sia fuoco nella parte esterna
Pur quella a fuoco guarda se è tonda
Montaci sopra, tasta, ben discerna
Se ’l pie calcando in qualche parte sfonda
Quante volte, il pie calcando, è entrato
Miracolo se’l Meò non s’è bruciato
Mi perseguitò sempre il duro fato
Di giorno, notte, a tempi buoni e crudi
Il Meò è scalzo, eppur l’anno mandato
A lavoro a dispenza perche sudi
Se il pacco delle scarpe non è arrivato
Non importa anderà coi piedi nudi
Se è freddo e le ungue vanno via
Non è poi una grossa malattia.
Se qualche volta male mi venia
Di solita polenta mi si pasce
Ne latte ne caffè non mi si offria
Dunque polenta o ferme le ganasce
E tosto brontolare si sentia:
— Il Meò sente l’erba quando nasce[30].
— Io quando sono stato mezzo morto
— D’esser malato non mi sono accorto.
Quando ’l padrone è cosi crudo e torto,
Meglio stare all’inferno con Minosse,
Un po di riposo, un cenno di conforte,
In quel regime credo che ci fosse,
Darebbe tempo, o semplice conforto,
Di fare all’uno naturali mosse,
Ma col mio padrone. anche l’orina,
Bisogna farla mentre si cammina.
Piansi pel gelo non chè per la brina,
Pei trattamenti di quell’ uomo infame,
Costretto a risparmiargli la farina
Restavo quasi sempre colla fame,
Carne se ne mangiò tanta pochina,
Ad onta dello spiede e del tegame.
Il pane lo mangiai, pria per Natale,
E più due volte: a Pasqua e Carnevale.
La polenta volea con poco sale,
Un baccalà ci fece una stagione,
La parte del formaggio, era tal quale,
Come di cacio far la comunione.
Pure i fagioli non ci fecer male,
Salacche, e aringhe con dimolta arsione,
Ma un giorno all’ improvviso vidi tosto
Che il padrone mangiava di nascosto.
È falso, è abituato dire l’opposto,
Specie ne giorni che al paese è andato,
Portarmi fichi e noci avea proposto,
Poi dice, che li ha persi, o s’è scordato,
Giovine sì, ma conosco il suo costo
Stò attento dove poi ha evacuato,
Vi trovo i semi di quei fichi stessi,
Non scordati, non persi, sol promessi.
Tutto non scriverò; sol v’interessi
D’immaginar cosa vol dire inferno
Non minor pena danno i miei processi
Eppure d’innocenza mi governo.
Quante volte in alto gli occhi messi,
E chiesi a mani giunte all’Ente Eterno,
Perchè mi tolse il padre, e non ha premura,
Di vigilare la sua creatura.
Mi manda, solo fuori a notte scura,
Non so quanto timore al cuor s’annida,
Aveo sentito dir che c’è paura,
In un punto ove sfogassi un omicida.
Sento chiamare Meò in lingua pura,
Un’ altra voce, urla, par che rida,
La terza: Tutto mio — dicea in fretta
I capelli m’alzavan la beretta.
Scappar veloce come una saetta,
L’anima di quel morto appresso aveo,
Poi seppi eran l’allocco e la civetta,
Ed un gatto selvaggio chiamar Mèo.
Pensai mi comandasser qualcosetta,
Ubbidire anco a Gatti mi credeo,
Cosí passai l’inverno giorno e sera,
E due o tre mesi pur di primavera.
Or l’aria è chiara, tiepida e leggera,
La campagna di fiori e d’erba è ornata,
Canta l’usignol con buon maniera,
La canzone del Mèo addolorata.
Sorride e canta la natura intera,
Inneggia alla campagnia terminata,
Di arivarci in fondo non credeo,
Ma Dio mi guardi di rifare il Mèo.
[1] Les forçats de la forêt. L'épopée des charbonnniers, Toulouse, Editions Universitaires du Sud, 2002, p. 91-100.
[2] Adriano Mancini, Giordano Pini, Vincenzo Pellegrinetti, in collaborazione con Franco Tuci, Il carbonaio. Un mestiere in estinzione, Tip. Nazionale, Ufficio Stampa del Comune di Pistoia, 1980.
[3] Ne ho rintracciato una ristampa recente nel catalogo della biblioteca Forteguerriana di Pistoia: Il fuoco corso pietoso e rio e Il servitore de' carbonai detto Mèo: versi in ottava rima, di Realdo Tosi di Pistoia. - [S.l. s.n.], 2005. - 23 p. 1 ritr. Da notare che il materiale della tipografia Cavanna si può vedere al Museo delle Mura di Borgo val di Taro.
[4] Il fuoco e la memoria, « La Ricerca Folklorica », n°. 28, 1993, pp. 133-138, p.136. Si veda anche, dello stesso, Breve Storia di un lamento e di uno sguardo, « ‘Ottava vita’ e dintorni. I carbonai dall’ottava rima al rock », a c. di Gianfranco Monteni, Siena, Amministrazione Provinciale, 1997, pp. 63-75.
[5] Il fuoco e la memoria, art. citato, p. 137.
[6] Ibid. p. 137.
[7] Il re degli Inferni.
[8] Le spade magiche di Rinaldo, Carlomagno e Orlando.
[9] Paese dell’Appenino pistoiese.
[10] L’aia in cui si costruisce la carbonaia.
[11] Borghi, paesi e paesini della Corsica al nord di Porto-Vecchio, il luogo d’approdo dei carbonai toscani embarcati a Piombino.
[12] Stagione di lavoro.
[13] Detto anche « bariletto » o « barletto ». « Recipiente fatto di strisce di legno usato per la conservazione dell’acquo ; uno dei compiti fondamentali del meo era di provvedere che fosse sempre pulito e pieno », Il Carbonaio, p. 24.
[14] « Rastrello in legno che serviva per ripulire la terra prima di metterla sulla carbonaia », Il Carbonaio, p. 24. Nella versione di Saturnana: « semandino ».
[15] Calzolatura: « Operazione consistente nel circondare la carbonaia con un cerchio di zolle alto circa 50 cm », Il Carbonaio, p. 24.
[16] « Pezzo di un tronco piantato in terra, sul quale si spezzano i mozzi », Il Carbonaio, p. 24. « Trigante » nella versione raccolta da Alfo Signorini.
[17] Anche « Infuochino » o « infoina ». Lungo bastone usato per distribuire il fuoco sul fondo della carbonaia subito dopo aver gettato i primi mozzi accesi », Il Carbonaio, p. 24.
[18] « Mezzo per mettere il carbone nelle balle ; paragonabile a un corbello sezionato longitudinalmente », Il Carbonaio, p. 24.
[19] Carbonella.
[20] « Fuoco che viene fatto sulla bocca della carbonaia per poi buttarlo all’interno e dare inizio alla cottura », Il Carbonaio, p. 24.
[21] Il fondino è il focolo centrale della carbonaia.
[22] Il mulattiere, che assicura il trasporto del carbone.
[23] « Picoli rami di legno usati per chiudere le balle », Il Carbonaio, p. 24.
[24] « Pezzetti di legno usati per infuocare la carbonaia », Il Carbonaio, p. 24.
[25] La infuochi.
[26]« Frasche o altri mezzi usati per parare il vento alla carbonaia », Il Carbonaio, p. 24.
[27] « Scheggie di legno che saltano via via ad ogni colpo di accetta », Il Carbonaio, p. 24.
[28] Detto anche « roncola » o « ronchetta ». « Coltello ricurvo usato per ripulire il legno della corteccia », Il Carbonaio, p. 24.
[29] ripulita.
[30] Allusione al detto « guardare l’erba crescere ».
La question graphique du limousin selon Maurice Robert (1976)

La question graphique du limousin selon Maurice Robert (1976)
J’ai chiné chez un bouquiniste un numéro spécial d’Ethnologia, revue d’ethnologie et d’ethnoécologie des pays occitans, hélas disparue en 2001, intitulé Parler Limousin, Parlar Limousi d’octobre 1977, dont l’auteur fut longtemps le directeur de cette publication de fort bonne tenue. Il s'agit de l'ethnographe et folkloriste Maurice Robert, dont tout le monde connaît en Limousin les très nombreuses publications sur la culture matérielle, les traditions, les coutumes et la langue du Limousin.
Il s’agit de la troisième édition (la première est de septembre 1976 et la seconde d’avril 1977, l’auteur annonçant qu’en ce court laps de temps, 3000 exemplaires avaient été vendus) d’un lexique français-limousin, d’ailleurs bien intéressant, « un vocabulaire élémentaire, dit son auteur, qui ne prend en charge que les mots les plus usités, les vocables originaux ou expressifs et les limousinismes ». Ce petit dictionnaire est précédé d’une sorte d’introduction intitulée « Parler et écrire le limousin ».
Il me paraît intéressant de la republier ici à titre de document, qui présente pour nos discussions une valeur beaucoup plus qu’historique (même si 34 ans en effet sont passés). J’espère que son auteur, que je ne sais trop comment contacter, ne m’en voudra pas pour cette réédition intégrale de cette introduction, exceptée quelques remarques finales sur la conjugaison qui m’ont paru superflues. Comme vous pourrez le constater, si l’on confronte ce texte à la discussion suscitée par mon dernier post, on verra qu’il est des argumentaires qui piétinent pendant des décennies et des décennies, mais aussi en effet des questions qui , obstinément, continuent à se poser.
Cet écrit est en effet largement consacré à la question de la graphie du limousin et il est l’expression d’un conflit âpre et soutenu contre la graphie « normalisée », que l’on appelle aussi « classique », à laquelle l’auteur substitue une graphie qui chercher à « coller » au plus près de la parole et qu’il veut, à la fois, héritière des traditions graphiques locales (donc, essentiellement, à base du code français). On en trouvera des exemples au fil du discours et surtout, pour avoir une idée précise, je publie la première page du Petit guide de conversation, qui suit le lexique. C’est d’ailleurs un recueil de tournures et d’expressions limousines très bien fait et très utile.
Il faudrait (il faudra un jour) reconstituer le contexte précis de cet écrit et du conflit qu’il fait apparaître, qui semble déjà enkysté depuis belle lurette. Il y a sans doute, en arrière plan, des relations difficiles, pour utiliser un euphémisme, de Robert avec l’occitanisme politique. Des « témoins » pourraient sans doute nous aider à resituer un peu les choses.
Ce qui me frappe, cependant, est ce paradoxe consistant d’une part à en appeler solennellement, à la « tolérance graphique » et la virulence de la diatribe, non contre l’occitan (le concept de la langue constituée de ses dialectes est accepté par Robert), mais bien contre la graphie normalisée et ceux qui la portent. Leur sont tour à tour reprochés l’intellectualisme, le formalisme, l’archaïsme élitaire, l’impérialisme et l’ignorance. Les trois épîtres aux lecteurs (une par édition) qui se succèdent dans mon exemplaire, multiplient les attaques : « L’Auteur tient aussi à mettre en garde contre un purisme orthographique qui n’est souvent que formalisme d’école, conservatisme sous le couvert d’un progressisme, ou vernis fragile de l’ignorance » (sep. 1976) ; « l’Auteur, testu coumo moucho-pijo, […] persiste à s’élever contre un purisme et perfectionnisme orthographiques commodes et rassurants certes, mais régressifs, stériles et ridicules, qui feraient du limousin une langue morte, une langue de thème et non de vie » (avril 1977). Au nom de la défense des « cultures régionales » et de la critique du « centralisme », M. Robert s’élève contre une langue impériale « miegjournale », considérant donc la graphie classique, comme une sorte d’invasion languedocienne en Limousin, selon un schéma éprouvé.
Chacun de ces arguments peut bien sûr être réfuté et ils l’ont tous déjà été de multiples fois, mais en vain, car ils relèvent pour une bonne part de la pétition de principe et ils étaient (comme on le voit aujourd’hui encore) et sont destinés à se répéter indéfiniment. Je parle ici, non des faiblesses éventuelles de la graphie classique, mais des intentions qu’on prête à leurs promoteurs, dans la bonne tradition de la théorie du complot. Ceux qui en pousse la logique paranoïaque jusqu’au paroxysme cédant, comme toujours, à la reductio ad Hitlerum (ce qui n’est pas du tout le cas, certes, de M. Robert) ; on connaît les philippiques contre les gestapoccitans !
L’intérêt pourtant de la démarche générale de Robert – privilégier toujours et en tout lieu la parole sur l’écrit – et sa recherche graphique, illustrée par ses ouvrages et ses articles dans la presse, où en effet la langue est sans doute plus immédiatement accessible aux locuteurs, n’est certes pas négligeable. Le problème que ce chercheur et auteur a cherché à résoudre, sans doute de manière trop solitaire et conflictuelle, est celui qui se pose dès que l’on veut écrire à destination du plus large public des locuteurs (ou ce qu’il en reste !), évidemment restreint ici au Limousin, car Robert se soucie peu d’intercompréhension graphique, même s’il ne nie pas le fait occitan.
Je ne souhaite pas poursuivre ici plus avant l’analyse, laissant à chacun, selon sa science plutôt que sa passion, si possible, d’exprimer son sentiment dans le fil de commentaire. Je ferai juste une petite remarque ironique pour terminer : Robert nous dit qu’il est absurde et passéiste de rechercher une orthographe stricte et pure, alors que, rajoute-t-il, cet idéal n’est même plus à l’ordre du jour pour le français (ce que ces dernières 30 années infirment, par la rigidité de l’orthographe très officiellement maintenue, et à la fois confirment, car les libertés graphiques pullulent de fait, par exemple sur la toile). Il n’empêche que son orthographe française à lui est impeccable, et le « f » qu’il utilise au passage dans ce mot damné et damnable n’est qu’une coquetterie. Sa pratique même en limousin montre d’ailleurs qu’il est légitime et même nécessaire de rechercher des règles d’orthographes cohérentes pour la communauté des locuteurs ; mais en fait tout est dans les limites territoriales que l’on donne à cette communauté et également dans le profil social et culturel du lectorat que l’on veut toucher. Ce ne peut être la même chose que de viser le public de la koinè occitane lettrée et celui d’une plus modeste et populaire koinè limousine.
Jean-Pierre Cavaillé
Maurice Robert
Parler et écrire le limousin (1976)
On aurait voulu nous faire croire que le salut de l'occitan, et du limousin, résidait dans la « normalisation » ou la « standardisation » graphiques... La normalisation se serait étendue, même, au vocabulaire, profilant un « limousin moyen » qui serait de partout et de nulle part, bien que fortement apparenté à un cousin « de référence » conservant, avec sa noblesse troubadouresque, un air très « vieille occitanie ». Ce n'est pas pour accepter une acculturation « miegjournale » que nous refusons un « impérialisme franchiman ». Chaque langue, chaque dialecte, chaque parler, doivent conserver leur identité, leur originalité, leur indépendance.
Quand le français accorde de moins en moins de faveur à l'orthographe, l'occitan et le limousin devraient, sous prétexte de s'en distinguer, subir les contraintes formalistes d'un graphisme archaïque ?
Quand nous pouvons nous libérer, à l'école buissonnière limousine, des « blocages » suscités par l'apprentissage du « Français Vivant » à l'école traditionnelle, nous irions pleurer sous le bonnet d'âne de « l'occitan moyen », derrière le cortège funèbre du dernier « patoisant » ?
A Mistral ne plaise !
Il faut parler, lire et écrire ; nous compterons plus tard les « fautes » ; mieux vaut, nous semble-t-il, un 0 en ortografe qu'un 0 en conversation !
Nous proclamons la suprématie du parler sur l'écrit, de la participation sur l'observation, de l'authentique quotidien sur l'artificiel élaboré, du pluralisme dialectal sur l'unicité linguistique, du foisonnement lexical sur la castration sélective.
Nous proclamons en même temps, la tolérance graphique. La réduction ultra-étymologique des dialectes d'oc à un « modèle » quels que soient son inspiration, et ses fondements, ne saurait, bien au contraire, favoriser les inter-compréhensions ; et, du reste, comment pourrait-on revendiquer le droit aux cultures régionales et condamner le centralisme culturel, si on asservit les dialectes à une langue impériale ?
L'unification des parlers d'oc, leur réduction à une seule langue, est peut-être souhaitable ; elle est cependant prématurée, car, en l'état actuel des dialectes et de l'économie, elle ne peut se faire que d'une manière autoritaire, au niveau le plus élaboré, le plus intellectualisé, c'est-à-dire le moins populaire.
Il importe de se souvenir que la langue évolue, se transforme s’adapte ; l'orthographe doit prendre en charge ces changements.
On fait souvent observer la grande diversité des parlers et on en induit l'impossibilité à bien communiquer ou l'inauthenticité d'une langue limousine.
Mais ces écarts phonétiques ou lexicographiques sont, au contraire, les signes de la vitalité du dialecte, de sa puissance créatrice, de sa personnalité, et il importe de les conserver, de les cultiver, car ils ne nuisent pas, dans une aire ethnique donnée, à l’inter-compréhension.
Vouloir provoquer une conscience occitane en imposant une mode graphique et lexicale est un leurre, une aberration même ; c'est la conscience qu'ont des individus d'appartenir à un groupe à une communauté, à une nation, qui peut entraîner — mais est-ce indispensable ? — l'unification des parlers.
L'épidémie de « normalité », qui atteint certains cercles occitans particulièrement au niveau universitaire, exacerbe les oppositions, décourage l'expression populaire, limite les productions littéraires et scientifiques, réduit leur audience et confine à un purisme suspect et mandarinal.
En attendant que se dégagent naturellement, et éventuellement des formes dialectales et graphiques qui pourraient réunir un large consensus à travers les pays d'oc — et pas seulement dans les cercles écoles et universités — il faut que tous ceux qui ont quelque chose à dire en limousin — en provençal, en auvergnat, en gascon, en languedocien — puissent s'exprimer en leur dialecte, en leur parler, en leur usage graphique, sans que leur soit jeté l'anathème, sans que des Maîtres tentent, de différentes façons, de les décourager, de leur donner mauvaise conscience en les coiffant du bonnet d'âne orthographique.[1]
Nous ne saurions trop inviter les chercheurs locaux, les enseignants occitanistes et les ethnographes, à l'étude d'un parler de village ou de micro-région, d'un vocabulaire technique, d'une activité traditionnelle, d'un phénomène lexical ou phonétique ; outre qu'ils contribueront à une meilleure connaissance de notre langue vernaculaire, ils prendront toute la mesure de sa richesse, beaucoup mieux qu'aux cours du soir ; de son authenticité, beaucoup mieux qu'à la lecture des puristes ; de sa personnalité, beaucoup mieux qu'à fréquenter les néo-occitanistes.
Le Limousin est une forme majeure de l'occitan ; même, il est l'occitan, à l'égal du provençal, du gascon ou du languedocien, et nous ne devons avoir, à ce sujet, aucun complexe : le passé témoigne pour le présent. Le Limousin doit conserver les caractères, les nuances, les acquis, les tendances, qui lui donnent sa personnalité ; il ne doit pas s'effacer devant — ou s'intégrer dans — un « espéranto occitan » qui ne serait qu'une langue sans racines populaires vivantes, qui ne témoignerait plus de l'authenticité des formes et des vocables.
C'est de ferme en ferme, de village en village, dans l'atelier de l'artisan rural ou sur le champ labouré, que se recueillent les éléments d'une recherche, que s'acquièrent le vocabulaire et la phonétique ; hors de cette présence, hors de cette quête sur le terrain, parmi les limousinants, if ne peut y avoir qu'exercice désincarné et vain. Quand la langue est avec nous encore vivante et chaude, c'est aberration de l'étudier en latiniste.
Ajoutons qu'on ferait fausse route, à notre sens, et œuvre profondément conservatrice, en privilégiant trop exclusivement l'étude et l'enseignement de la langue sans ceux, qui doivent se faire conjointement, de l'histoire, de la géographie, de l'économie et des arts, locaux et régionaux ; la langue est avant tout un mode d'expression d'une culture, d'une civilisation ; elle doit donc avoir sa place dans l'étude et l'enseignement des cultures régionales, dont elle est support et reflet, mais sa seule et juste place.
Véhiculant le fonds d'expérience historique, humaine et technique d'un groupe ethnique et d'une catégorie sociale, traduisant l'originalité de leur culture, la langue ou le dialecte, voire le parler, doivent préserver leur authenticité par référence constante à l'usage commun de la langue parlée et ne sauraient se laisser « récupérer » par des clans, des écoles ou des groupes, qu'ils soient culturels, intellectuels, écologiques, régionalistes ou politiques.
Quelques principes graphiques clairs, traditionnels et communément acceptés, venus jusqu'à nous à travers les noms de nos terroirs et de nos hameaux, familiers à nos paysans, suffiront à donner à notre langue sa carte d'identité.
Nous les rappellerons ici, après avoir redit que l'important c'est l'expression, l'idée, le conte ou le discours et la communication, plus que la forme, le signe ou le graphisme.
Quelques principes graphiques et phonétiques :
• respecter, autant que faire se peut, la personnalité de la langue parlée;
• rejeter les préciosités et les archaïsmes de langage, que seules la poétique et la recherche littéraire peuvent intégrer ;
• sans tomber dans les excès évidents de la graphie phonétique désordonnée, harmoniser les sons et leur représentation ;
• rejeter les artifices graphiques (finales « tz » par exemple) et éviter les terminales étymologiques (loup, blat...) qui prétendent donner de la « race » aux mots ;
• pratiquer les « tournures » et la fantaisie du parler, et les limousinismes (chabar d'entrar — toumbar sous piaus — aver soun po end so mo...) ;
• s'astreindre, dans la transcription graphique, à penser limousin, et non français ; s'astreindre aussi à pratiquer la langue avec les « limousinants » authentiques, de préférence en milieu rural ;
• ne jamais considérer l'usage dialectal comme un exercice « écologique », une convention d'école, un snobisme idéologique, mais comme un moyen privilégié de participation à une culture vivante, authentique, quotidiennement vécue, tant économiquement que spirituellement ;
• utiliser abondamment les dérivations de mots et les compositions (suffixes et préfixes) ;
• faire porter l'accentuation sur l'avant-dernière syllabe : lo deifardo, s'esvenlar, lo guinhado ;
• mais seule la pratique de la langue peut permettre une prononciation coutumière et un « accent » convenable : lou guichou (petite fenêtre) et lou guichou (« chat-perché ») ;
• la consonne finale (r, s, l) allonge la voyelle ; il en est de même pour la consonne s dans le corps du mot, après la voyelle : es, os, is, as.
Quelques applications à la graphie limousine :
• L'alphabet limousin compte 23 lettres (manquent : k, y, w), et x et z sont très peu usitées.
• voyelles et consonnes ont les valeurs phonétiques du français, sauf exceptions ou nuances suivantes :
— e n'est jamais muette et sonne è (le plus souvent) ou é, et presque a dans les parlers haut-marchois ;
— a sonne presque o devant une consonne dans la région de Limoges et une partie du haut-limousin ;
— o est tantôt fermée (comme dans le français : pot) tantôt ouvert (français : soc) ;
— i accentuée (î, is) passe à i-ou en bas-limousin ;
— b se prononce souvent v en marchois ;
— r finale ne se prononce pas, non plus que s, mais elles allongent la finale (as, ar = à) ; dans la région de Châlus : ar, as = è (lè rabè ≠ las rabas, minjè ≠ minjar) ;
— v disparaît parfois, s'efface ou devient b ;
— z : on lui préférera s et on prononce ; ou z pour la liaison.
— ai se prononce : a-i, et au : a-ou, en une seule émission de voix ; cette dernière donne al en bas-limousin.
— ei et es se prononcent è-i, avec accentuation du è en haut-limousin, et es dans le bas-limousin ; on pourra préférer ei en finale (on emploie indistinctement l'une ou l'autre forme).
— er donne ar dans la région de Châlus (l'ivar ≠ l'iver ; pardre ≠ perdre).
— eu se prononce plutôt è-u ou è-ou en bas-limousin, et el en finale ; eu-u en haut-limousin.
— ie se prononce i-é ou i-è (ye).
— ô ou os se prononcent o-ou (o ouvert) d'une seule émission de voix avec accentuation sur le o ; passe à eu en Confolentais ; parfois très proches de au (a-ou) dans certains parlers ;
— en se prononce in (français : chien).
— in se prononce approximativement i-i-n avec accentuation sur le second i.
— c se prononce k devant a, o, u ; ch ou ç devant e et i ;
— ç et ss se prononcent ç ou ch ;
— ch se prononce t-ch (haut-limousin), ç ou t-s (bas-limousin) ;
— f remplace ph français ;
— j devant une voyelle se prononce d-j (haut-limousin et marchois) ; dz (bas-limousin) ;
— g vaut gu devant a, i, o, u ; la terminaison aje ou âge se lit : atje ou adge ;
— Ih correspond au français ill, eil, H suivi d'une voyelle ;
— nh correspond au français gn, ou n suivie d'une voyelle ;
• Les consonnes finales, si elles sont utilisées, doivent suggérer la dérivation convenable ou les féminins (prad : prado, apradar ; fluri ou flurid (plutôt que fluriï car flurido) ; elles doivent tomber si elles conduisent à des confusions phonétiques (mouli, et non moulin) ou suscitent des dérivations aberrantes (blad fait : desbladar ; blat pourrait suggérer ... desblaterar !).
• II n'apparaît pas indispensable, sauf si la prononciation y invite, de redoubler des consonnes (barar pour barrar par exemple), ss peut souvent s'écrire ç (petassar ou petaçar).
• Le limousin supprime très fréquemment le pronom personnel (chantas ; tu chantes), pratique la métathèse (crubir pour : cubrir), la prosthèse (vounze pour : ounze), et l'aphérèse (lo belho pour l'abelho) plus fréquemment encore.
• L'article est absent devant un collectif ou un indéterminé (nar dins meijou), présent devant le prénom ou le nom propre (lo Mioun, lo Tabusto, lous Tonirauds). L'article défini masculin singulier lou est lu dans le Sud-Sud-Ouest de la Haute-Vienne et une partie de la Creuse ; il fait las et lès (Châlus-Rochechouart-Confolentais) au féminin pluriel.
• Les collectifs sujets lo gens, lou mounde, impliquent le pluriel.
• Le pronom personnel complément se place généralement avant le verbe et même le complément indirect (vous lou vai balhar ; lou vous vai balhar : (on) va vous le donner).
• L'adjectif possessif se place souvent avant le verbe (lo moi meijou).
• Quand deux pronoms se suivent, leurs places sont inversées (os lis te menoro, il t'y conduira).
• Les articles indéfinis s'emploient quelquefois au pluriel (unas manchas, pour : une paire de manches).
• On prendra garde que certains substantifs ont un genre ou un nombre différents en limousin et en français (lo lebre : le lièvre, lo frucho, les fruits).
• La formation des noms et adjectifs se fait généralement à l'aide des nombreux suffixes : -udo, -ado, -ido, -our, -aire, -ilhou, -etau, -icou, -au (d), -asso, -ar (d).
• Le féminin du substantif s'obtient en ajoutant une o.
• Certains verbes comportent plusieurs infinitifs (creser et creire pour : croire -saubre, saber, sabir, pour : savoir...) ; l'infinitif est utilisé concurremment avec le participe présent : en dire pour en disant.
PETIT GUIDE DE LA CONVERSATION
TOURNURES ET EXPRESSIONS LIMOUSINES [1ère page]
On trouvera dans le lexique, au mot-clé considéré des tournures et expressions. Voici quelques autres exemples qui pourront aider dans la pratique de la langue.
Lou mounde sount be fadards ! : les gens sont bien drôles/bêtes !
Queu gouiat es tan beu coumo lou nautre : ce gamin est aussi grand que le nôtre.
Qu'es co teu : cela t'appartient.
Lou mestadier e lo damo fan de treis parts uno : le métayer et sa propriétaire partagent aux deux tiers.
Japan près lo troupelado, Labri cuje tout boueirar : aboyant après le troupeau/la foule, le chien de berger faillit jeter le désarroi.
Quelo -femno es lo mai bradasse/bredilho qu'aguesso auvi : cette femme est la plus bavarde que j'aie entendue.
M'es d'eivis qu'un deut mètre de part e far devoucis a d'uno fount :il me semble/je pense qu'on doit consulter les saints et aller en pèlerinage à une fontaine.
Bouri que balai, tout lis fai : tout y passe. Nous ios an trouba en dire : nous en avons été privés.
Me sai trouba mouqua/manha : je me suis trouvé bête.
Queu drôle o de quis tener : ce garçon a reçu les qualités/défauts de ses ascendants.
V'autreis me tiraras be qauquore, tout pariei ! : Vous m'accorderez bien un rabais, j'espère !
Tanleu lo vegue, tanleu lo soune : dès qu'(il) la vit, (il) l'appela.
Cherchar per las queirias : chercher, fureter partout sans succès.
Os s'es engaluncha a lo belo cimo dos perier : il s'est installé/pris dans les branches/au plus haut du poirier.
Note : belo/beu ont valeur d'adverbe ; c'est un peu ce qu'on trouve en français dans « mordre à belle dent ».
Qu'es loin despuei qui lai : j'ignore quelle est la distance (« c'est loin d'ici à là »).
Quo n'es pas darier meijou ! : c'est loin d'ici !
Tournar virar : revenir sur ses pas, retourner.
Quo toumbo a plenas selhas - coumo quis lo boujo - a jible : il pleut à torrents.
Si quo n'es d'aqui ! : Si on en est là !
Ventar dos vent que bufo ; virar dos quatre bords : tourner/changer d'avis, comme une girouette.
Lous gros n'an qu'a paiar, an be de que ! : Les riches peuvent payer, ils sont fortunés !
Ses be nastre, de toujours nar de countre : tu es bien buté, pour toujours faire preuve d'opposition...
Lo lour vai balhar lours estrenas : elle va leur remettre leurs étrennes.
[1] [note de l'auteur] On citerait cent exemples de cette attitude ; un seul suffira, relevé dans le domaine « nord-occitan » : « Mas cambe quelas graphias fantesiosas an contribua à patesejar notra lenga ! », écrit Marcel fournier, parlant des fables de foucaud, mises en vers limousins... en 1809.
Quelle ingratitude ! Et que resterait-il de la langue limousine du XIVe au XXe siècles sans ces patoisants tant vilipendés ? Sait-on ce que diront les Occitans du XXIe siècle de la graphie « normalisée » ?
Projet de "Conservatoire des patois" 1910

Ferdinand Bruno au travail
Projet de "Conservatoire des patois" (1910)
En consultant les énormes volumes annuels du Populaire du Centre aux Archives départementales de la Haute-Vienne, je suis tombé par hasard sur un article du 31 juillet 1910, intitulé « Le Conservatoire des Patois », que je me fais la joie de publier ci-dessous. Il annonce la création des « Archives phonographiques des patois de France », dont la vocation sera d’enregistrer , partout en France, les gens qui « savent encore les vieux langages locaux ».
Il s’agit en fait du projet des « Archives de la parole » qui seront créées le 3 juin 1911 en Sorbonne, à l’initiative de Ferdinand Brunot. Cet immense programme de ce que l’on appellera plus tard collectage, était autant novateur qu’il était ambitieux. Il prévoyait 12 ans de travail, à coup de 1200 enregistrement par an, comportant la création d’un poste de maître de conférences dédié à ce travail d’enquête, l’achat d’une automobile (« roulotte d’enregistrement ») et un partenariat avec la maison Pathé pour le matériel de phonographie.
Les campagnes d’enregistrement commencèrent dans les Ardennes en 1912 et se poursuivirent à Paris (enregistrement de trois disques « de parler parisien »), puis durant l’été 1913 dans le Berry et en Limousin. L’année suivante, la guerre éclata et anéantit à jamais le projet. Il faudra attendre presque 70 ans pour que se développe une entreprise un peu similaire (mais finalement moins ambitieuse) autour du Nouvel Atlas Linguistique de la France (Greco - CNRS, à partir de 1979).
Il nous reste les enregistrements effectués, dont beaucoup sont accessibles par tout un chacun sur Gallica. Et là, je vous assure, l’émotion est garantie, même si ça gratouille souvent beaucoup. J’ai écouté la partie limousine, qui concerne surtout la Corrèze, et un peu la Haute-Vienne. Brunot a enregistré aussi bien les gens les plus simples que les félibres limousins, en collaboration desquels il a travaillé. C’est ainsi par exemple que nous est conservée la belle voix de Marguerite Priolo, « reine » du Félibrige limousin, mais aussi celle de Marie Verdier, fermière à Chaunac, qui chante une belle version de "Que donerai ièu a ma mia ?" (si bien reprise par Combi). Il est saisissant de pouvoir ainsi écouter aujourd’hui des gens parler nos langues, nés pour certains d’entre eux vers 1850. Du reste, il s’agit probablement des enregistrements les plus anciens de ces idiomes. Jean-François Vignaud, qui connaît très bien le fond et a transcrit toute la matière occitane, en parlerait (et en parlera j’espère), beaucoup mieux que moi.
Ce texte, que j’ai trouvé dans le Popu, est une sorte de présentation du projet destiné au plus vaste public. Il n’est pas signé. En réalité, j’ai pu le repérer, à l’identique, dans Le Cultivateur du Sud-Centre. Revue de Vulgarisation Agricole, du 16 décembre 1910 (p. 752, accessible sur Gallica). Je n’ai pas dépouillé Lemouzi entre 1910-1911, mais il est probable que le texte y figure aussi. Il s’agit donc probablement d’un article écrit à Paris, dans l’entourage de Brunot (voire peut-être de Bruno lui-même), résumant les enjeux du projet et envoyé urbi et orbi à la presse locale, qui le publia ou non, selon les cas (je n’ai rien trouvé d’autres, pour l’instant, sur l’histoire de ce document).
Sa présence dans le Popu, quotidien socialiste, en première page, est néanmoins très intéressante. D’autant plus que le journal , à cette époque, ne publie plus les poésies de satire politique « en patois » que l’on trouvait entre 1896 et 1903 dans son prédécesseurs, Le Réveil du Centre, et il ne relaie que discrètement les initiatives des félibres limousin. Il est clair que, pour le journal socialiste, le « patois limousin » n’a déjà, en ce début de XXe siècle, aucune priorité culturelle. La grande passion linguistique des socialistes et des radicaux de l’époque est celle de l’Esperanto, auquel sont consacrés dans le Populaire du centre (mais aussi dans le Réveil du Centre) d’innombrables articles, à certaines périodes, de façon quasi quotidienne.
Le lecteur pourra en tout cas juger à la fois de l’étrangeté et de l’actualité de ce texte centenaire. On se prend à sourire, non sans amertume, lorsqu’on lit, en une époque où l’on célèbre volontiers les « petites patries » (l’expression figure dans le texte), que l’esprit de la « centralisation à outrance » est enfin dépassé.
A un siècle de distance, on ne peut aussi être que très étonné par la résistance de ces idiomes auxquels Brunot donnent encore tout au plus quelques petites années de vie supplémentaires. Puissions-nous faire la même erreur ! Mais la grande différence est évidemment qu’aujourd’hui toute forme de transmission naturelle a disparu et que nous voyons mourir les derniers locuteurs de tous les parlers qui ne bénéficient d’aucune transmission scolaire (ou, ce qui revient presque au même, qui ne bénéficient pas d’une transmission scolaire suffisante). Pour autant que la transmission scolaire, à elle seule, puisse maintenir une langue vive.
Il n’en demeure pas moins que l’on est frappé par la fermeté et l’actualité du propos, malgré quelques considérations attendues et condescentes sur le « pittoresque » des « bons vieux langages » (concession stratégique à l'opinion commune ?) : lutte à outrance contre les « dialectes », perte irrémédiable de la culture dont ils étaient les vecteurs, urgence absolue d’une conservation, conviction du jugement sévère de la postérité…
Pourquoi le projet ne fut-il pas repris après la Grande guerre ? Les promoteurs du projet, Ferdinand Brunot et son étudiant Charles Bruneau, se détourneront l’un comme l’autre de ces études au profit l’un de l’histoire de la langue française et l’autre de la stylistique. Peut-être avaient-ils la sensation qu’il était désormais trop tard.
Or, nous-mêmes, un siècle après, en sommes au même point, oscillant entre la tentative désespérée de convaincre les élus que le collectage est la priorité des priorités, et la résignation de ceux qui estiment que tout est déjà foutu et que la langue désormais s’est trop « abâtardie », « dénaturée » pour que sa captation puisse être intéressante ; ce que l’on pouvait d’ailleurs déjà prétendre à l’audition des enregistrements de 1910 ! Voilà encore une idée reçue que l’existence de ces Archives de la paroles, aussi inabouties soient-elles, permet de réfuter.
Jean-Pierre Cavaillé
Populaire du Centre, dimanche 31 juillet 1910
Le Conservatoire des Patois
Nos patois continuent à se perdre. Encore quelques années et il n’en restera plus rien. On leur a fait une guerre si acharnée !... Il fut un temps où le rêve de certains était de réduire la province au rôle d’une inconsciente machine de production, de lui enlever toute personnalité, d’anéantir chez elle les dialectes, les mœurs particulières, tout ce qui, en un mot, attache l’homme au sol natal.
Nous n’en sommes plus là heureusement, et c’en est fini de cet esprit de centralisation à outrance.
Mais, sauvera-t-on nos vieux patois ? Ce n’est pas probable.
Depuis trente ans et plus, ces idiomes respectables où notre belle langue française a puisé le plus clair de ses ressources, ont subi les assauts d’une guerre impitoyable. Alors qu’en Allemagne on s’attachait à conserver les patois régionaux, alors qu’on leur faisait une place dans les études universitaires, chez nous, au contraire, on s’acharnait à jeter sur eux le discrédit, voire le mépris.
Le résultat fut tel qu’on le souhaitait. Nos dialectes provinciaux se perdirent peu à peu. On est aujourd’hui à chercher les moyens d’en garder au moins le souvenir. Et nos philologues qui n’ont pas su défendre nos patois, alors qu’on les parlait encore, se préoccupent de les recueillir à présent qu’on ne les parle plus.
C’est ainsi qu’on vient de créer les « archives phonographiques des patois de France ». On recherchera dans chaque province les gens qui savent encore les vieux langages locaux, et on leur demandera de dire dans le phonographe les vieilles chansons du pays et les contes savoureux d’autrefois. Et l’ensemble de ces rouleaux constituera le « conservatoire des patois de France ».
Ainsi, ces bons vieux langages, naguère si pittoresques et si vivaces, seront conservés comme des momies dans les musées.
Et plus tard, dans cinquante ans, dans cent ans, nos arrière-neveux exhumeront et écouteront dans le phonographe ces vieilles chansons et ces contes du temps passé ; ils savoureront toute la grâce, tout le pittoresque, toute l’originalité de ces langages oubliés. Ils y découvriront des expressions, des mots typiques dont les équivalents n’existent pas dans la langue française, des tournures charmantes et naïves à jamais disparues. Ils s’étonneront qu’ont ait laissé perdre ainsi ces trésors où notre langue eût pu puiser sans compter, et quand ils sauront quelle absurde guerre les gens de ce temps-ci firent aux bons vieux parlers de nos petites patries, ils nous jugeront sévèrement, nos arrière-neveux.
Quelques mots de limousin - 1912

Quelques mots de limousin - 1912
Voici un exemple émouvant d’écriture
« ordinaire » en limousin sur une carte postale envoyée de Limoges
par un conscrit le 21 janvier 1912 (conservée aux Archives Municipales de Limoges). La carte appartient à une série
« patoise » des éditions au pictogramme de l’Hirondelle,
intitulée : Notré
Limouzi – A lo fermo (soit en graphie dite classique : Nòstre Limosin – a la ferma). Celle-ci porte la
légende : Yo jûte nôtré vâcho (Io juste nòstre vacha) : « Je trais notre vache ». La carte postale est représente une scène
complètement incohérente : le bidon est au premier plan et non pas sous le pis
de la bête, qui est devant la grange et non pas à l’étable (trop obscure pour
tirer une photo ?), la fermière touche les mamelles d’une seule main, elle s'est coiffé du barbichet de fête (qui était déjà à l'époque un oripeau folklorique) pour vaquer à sa besogne, etc. etc. Le conscrit ironise sur l’incongruité
de la scène, en écrivant de sa belle plume les lignes suivantes :
La vache qui
fournit le lait à toute la garnison !!
Espère qué la bujô
sayo pléno
Béleu qué sirén de
lâ classo âvânt
(Espere que la buja
saia plena / Beleu que sirèm de la classa avant)
Autrement dit : « J’attends que la jarre soit
pleine/ peut-être que nous serons de la classe avant ».
On disait « Être
de la classe », lorsqu’on faisait sa dernière année de service, ou pour
signifier carrément, comme ici, la libération des obligations militaires.
Hélas, en l’occurrence, notre recrue ne savait pas ce qui
l’attendait, car selon toute probabilité, il allait être rappelé pour la Grande
guerre…
Les écritures manuscrites en occitan, dans la correspondance privée, en ces années là, sont plutôt rares. Ici, il existe évidemment un lien avec le fait que la carte soit légendée en « patois » ; la légende valait comme une sorte d’autorisation et en tout cas d’incitation à partager la langue, sur le mode plaisant, avec les correspondants restés au village…

Attribuzione e diffusione del Lamento del carbonaio
Ce petit article, qui vient de paraître dans Toscana Folk (XIV, 15, 2010, p. 25-29) porte sur l’attribution et la diffusion d’un chant toscan de charbonniers, datant des années 1920, la Plainte du charbonnier, qui décrit les très dures conditions de vie et de travail, dans un toscan parfois très dialectal, des ouvriers occupés à fabriquer le charbon de bois, dans les Appenins toscans et bolonais, mais aussi en Sardaigne, en Corse, jusqu'en Afrique (Algérie, Tunisie)... et en France continentale. J’avais en effet été très étonné de retrouver des bribes de ce poème dans le collectage réalisé par Daniel Loddo parmi les anciens charbonniers toscans de la forêt de la Grésigne (Tarn) en 1998. Je ne reprends cependant pas l'article tel qu'il a été publié, mais ajoute de nouvelles informations et références glanées depuis, apporte des corrections à la version recueillie à Carpineta, et surtout donne les textes de plusieurs autres versions difficiles d'accès. Je joins enfin le témoignage oral du poète Primo Begliomini de Vivaio (Le Piastre) sur sa propre expérience vécue de la charbonnerie, lors de saisons en Sardaigne, en France et en Afrique. La transcription de ce témoignage est très précieuse qui explique combien, à travers le récit des tribulations d'un jeune charbonnier, ce Lamento était ancré dans l'expérience quotidienne, mais aussi parce qu'elle tente de fixer – fût-ce maladroitement – les traits dialectaux du locuteur.
***
Questo articoletto, appena pubblicato in Toscana Folk (XIV, 15, 2010, p. 25-29), si occupa dell’attribuzione e della diffusione di una canzone toscana di carbonai, risalente probabilmente agli anni 1920, detta Il Lamento del carbonaio, che descrive le dure condizioni di vita e di lavoro, in un toscano a volte molto dialettale, dei lavoratori impegnati a fare carbone di legna, negli Appennini della Toscana e dell’Emilia Romagna, ma anche in Sardegna, in Corsica, fino in Africa del nord (Tunisia, Algeria)... e in Francia continentale. In effetti, sono stato molto sorpreso di trovare dei frammenti di questo poema nella raccolta fatta da Daniel Loddo tra i vecchi carbonai toscani della foresta della Grésigne (Tarn) nel 1998. Non ripropongo però l’articolo così come è stato pubblicato nella rivista, ma aggiungo nuovi informazioni e riferimenti, correggo la versione raccolta a Carpineta, e soprattutto presento i testi di diverse altre versioni difficilmente accessibili, e infine la trascrizione della testimonianza orale del poeta carbonaio Primo Begliomini (Vivaio, Pistoia) sulla sua vita nella macchia.

Attribuzione e diffusione del Lamento del carbonaio
Postilla ad un articolo di Corrado Barontini e Alessandro Bencistà
In un articolo pubblicato in Toscana Folk nel 2001 (anno V, n. 6), Corrado Barontini e Alessandro Bencistà, sulla scia del lavoro di Claudio Rosati presentato nel libro ‘Ottava vita’ e dintorni[1], recensivano varie versioni del famoso e interessantissimo Lamento del carbonaio in ottava rima, tramandato oralmente nell’ Appennino pistoiese e in Maremma, pubblicando la versione apparentemente completa di 20 ottave trascritte da Flavia Bucci (Baggio 1912- Maremma 1998), imparata a memoria dal padre Giovanni Bucci carbonaio, e a lui attribuita nell’ultimo verso (“e so Bucci Giovanni Carbonaio”[2]). Ma i due ricercatori tenevano conto anche della versione, raccolta nel 1972 a Casa Moschini e Casa Calistri da R. Zagnoni e M. Pozzi, che presenta certe differenze, tra cui, il verso finale, indicando un altro autore del canto : “Sono Olinto Venturi carbonaio”[3]. Olinto Venturi (1865-1926), vissuto a Iano, ci informa Claudio Rosati, che ha indagato presso i parenti, compose nel 1911 “in ottava un libretto sulla guerra italo turca. Nel paese faceva recitare storie sui reali di Francia e i poemi cavallereschi. Lo chiamavano il poeta di Iano”[4].
Un’intervista di Piero Bucci nel 2001, uno dei figli di Giovanni Bucci, fatta da A. Bencistà, sembrava dare la chiave dell’enigma, perché l’informatore, che sapeva anche lui a memoria tutti 160 versi, dichiarava che ne aveva dimostrato la paternità durante una discussione a Bonelle, cantando il tutto e concludendo con queste parole : “son Venturi Olinto carbonaio”[5]. L’attribuzione è tanto più interessante che il canto già era stato trascritto dalla voce dello stesso Piero Bucci nel 1989, con la chiusura : “e son Bucci Piero, carbonaio”[6]. Per Piero Bucci dunque, sembra che dare il suo nome a la fine del canto non significava dichiararsi l’autore dei versi, ma semplicemente quello della performance cantata (forse, d’altronde, abbiamo quà la soluzione dell’enigma : ogni cantante può legittimamente attribuirsi il canto in quanto è lui stesso carbonaio e che il poema – di cui non pretende essere l’autore – descrive con la più grande esattezza la sua propria vita)[7]. Con la testimonianza del figlio Piero, diventava comunque molto probabile che Giovanni Bucci avesse imparato la canzone direttamente da Olinto Venturi dando il suo nome alla composizione o piuttosto a la sua interpretazione (perché non si può, nel quadro di questa tradizione orale, in nessun caso parlare di furto o di plagiato). C’è anche di più: Aimé Mucci, di cui si parlerà più oltre, ha pubblicato una versione completa del canto che gli è stata data da Alfo Signorini e Andrea Bolognesi, autori della mostra fotografica e del bellissimo film L’arte del carbonaio (Pistoia, 1985-1994), che si chiude col verso : “E son Venturi Olinto Carbonaio”[8].
È d’altronde quasi certo che ci sia per questa composizione un autore unico, perché il canto, di cui conosciamo altre versioni[9], spesso incomplete e frammentarie, e che non sembra poter risalire molto prima degli anni Venti (la sua prima attestazione è l’interessantissima copia fattane nel 1929 su un quaderno di scuola da una bambina di Calamecca, Maria Cioletti, in terza elementare[10]), rimane sempre molto omogeneo nel suo contenuto e nelle rime malgrado le numerosissime varianti e alterazioni (versi iper o ipometrici).
Ma si conosce l’usanza di firmare del suo proprio nome i versi imparati da altri, e la questione dell’autore rimane aperta. Tanto più che esiste una versione raccolta a Carpineta (Treppio), al confine tra Toscana e Emilia, pubblicata nel bel libro di Giorgio Sirgi[11], completa (anzi supplice un verso mancante della versione Flavia Bucci, presente però anche in quella di Signorini-Bolognesi[12]) e spesso più chiara (ved. ad esempio il mitologico e dantesco “Lete”, trasformato in “Liete” o “Riete” in tutte le altre versioni), che finisce però col verso “e son Jacopo Lorenzi carbonaro”[13]. Sirgi ringrazia i parenti di tale Jacopo Lorenzi per avergli fornito “l’originale di questa canzone”, che sarebbe stata “composta” nel 1922 durante una campagna in Sardegna (però, la cifra di cinquanta franchi per il “formentone”, ricondurrebbe piuttosto alla Corsica). Questa versione sembra essere proprio quella registrata nel 1954 (si tratta apparentemente la prima registrazione del canto) da Alan Lomax e Diego Carpitella a Treppio dalla voce stessa di Jacopo Lorenzi. Bisognerebbe approfondire l’indagine su Jacopo Lorenzi e i suoi eventuali legami con Olinto Venturo[14].
Si può affermare comunque che questo canto, di cui la memoria viva non si è ancora spenta, ha conosciuto una diffusione notevole. Si può tranquillamente sostenere che tutti i carbonai del pistoiese tra gli anni Venti e (almeno) gli anni quaranta del secolo passato l’hanno sentito e sono molti ad averlo imparato interamente o parzialmente a memoria. Ed è vero che esprimeva con forza una vera e propria coscienza sociale, dipingendo con grande precisione la durezza della vita del carbonaio e del tagliatore, costretti a spendere fino ad otto mesi all’anno nei boschi (come vien detto appunto nel canto), spesso lontanissimi da casa loro e di tutti centri abitanti, dormendo alla dura nelle loro capanne stagionali, non mangiando pane quasi mai, soffrendo tutte le intemperie (Sirgi ricorda la tragedia dei 12 boscaioli morti di freddo nell’autunno del 1926 a Piandelagotti) e questo per stipendi bassissimi.
Come si sa bene, i carbonai del pistoiese hanno viaggiato molto, non solo per i loro spostamenti stagionali (in Sardegna, in Corsica, in Calabria... fino in Algeria e in Tunisia), ma tanti si sono anche trasferiti all’estero e spesso in Francia, dagli anni venti in poi, per lavorare nelle miniere di carbone ma sopratutto per esercitare il loro mestiere di carbonaio nelle foreste del Cantal, del Limosino o dell’ Albigese. Hanno ovviamente portato il lamento con loro.
Di questo abbiamo una bella testimonianza nel libro di Daniel Loddo e Aimé Mucci, Il Canto della carbonara. Charbonniers italiens du département du Tarn[15]. In effetti, il libro contiene la raccolta di 14 versi tratti dal lamento, presentati erroneamente come un “estratto di tenzone improvvisata”[16]. L’informatore si chiama Edo Mattei, nato a Fenain in 1929, in Francia, nel dipartimento del Nord, dove il suo padre, Nello Mattei nato nel 1901 a Statigliana Pistoia, lavora come minatore. Nel 1939 la famiglia era tornata nel pistoiese a “Castello de Cireglio”, da dove il padre, disoccupato, se ne andò in Calabria con una squadra di carbonai, poi raggiunto dalla moglie e dai sei figli, tutti vivendo nella capanna nei boschi. È lì che Nello Mattei morì nel 1940 di una malattia dei polmoni contratta nelle miniere francesi. Sotto la guida di uno zio toscano che aveva lavorato anche lui a Fanain (Aladino Zini) chiamato dalla vedova, i figli Mattei si trattennero in Calabria, lavorando sempre a fare carbone di legna, fino al dopo guerra. Un particolare interessante è che, avendo imparato a parlare in Francia, i bambini Mattei avevano la “r” moscia e venivano chiamati “i francesini”. In fatti, la madre morta in Calabria nel 1946, i quattro figli maschi (Erminio, Ermindo, Edo e Aldo), tramite un altro zio del nome Armido Fattori, con cui il padre Nello aveva già fatto una campagna di carbone nelle foreste del Cantal (vicino a Loquebrou) nel 1927, ottennero un contratto di lavoro per lavorare nella foresta della Grésigne, nel dipartimento del Tarn. Tre dei fratelli tornarono così in Francia nel 1949 e Edo Mattei, che faceva il servizio militare, li raggiunse nel 1951. Sono rimasti poi a lavorare la legna nella foresta della Grésigne tutti insieme sotto la guida del maggiore, poi separatamente, in diverse imprese locali, e tre di loro, tra cui Edo, sposarono ragazze francesi. Ed è dunque lì che, alla fine degli anni novanta, D. Loddo e A. Mucci hanno raccolto da Edo questi versi, sentiti e memorizzati nelle foreste del Pistoiese o della Calabria, poi cantati anche in quelle della Francia, nelle comunità di carbonai.
JP Cavaillé

Famiglia Mucci, 1932 (Les Brettes, Tonnac) Amé Mucci, Denise Espinasse, Primo Mucci, Elvina Mucci, Pia Querci.
coll. Querci
Testi
Il Lamento del Carbonaio
I- Versione di Carpineta (Jacopo Lorenzi)
II- Versione raccolta da Alfo Signorini e pubblicata da Aimé Mucci (Olinto Venturi) (le_due_versioni_a_confronto_su_questo_documento)
III- Versione in due poemi di Primo Begliomini (1907-1991)
IV- Versi riccordati da Edo Mattei
V- Versi raccolti a Casa Calistri (Granaglione)
VI- Testimonianza di Primo Begliomini
I- Versione di Carpineta (Jacopo Lorenzi)
1
Io canterò la vita strapazzata
di chi alla macchia va per lavorare.
Vita tremenda, vita tribolata,
chi non la prova non può immaginare.
Credo all'inferno, un'anima dannata
non possa così tanto tribolare,
nè possa avere tanto spasimo e dolore,
quanto ne ha un carbonaio e un tagliatore.
2
Parte da casa tutto lieto in cuore,
unito, insieme a diversi compagni,
lascia la moglie immersa nel dolore,
e i figli scalzi e nudi come ragni,
dicendogli, se giova il mio sudore,
la speranza è di far buoni guadagni;
soccorso vi darò, poi, lo vedrete,
comprerete vestiti e mangerete.
3
Le speranze son buone e m'intendete,
perchè i padroni fan buone promissioni,
van dappertutto, come ben sapete,
secondo le loro combinazioni.
In Corsica, in Sardegna e fino in Lete
andrebbero a favore dei padroni,
con la speranza di far maggior fortuna,
anderebbero anche nel regno della luna.
4
Giunto a destinazione ognun s'aduna
e prendon la consegna del lavoro,
se incontran la foresta folta e bruna,
gli sembra d'aver trovato un gran tesoro.
Poi nel centro di questa, o in parte alcuna,
vi forman una capanna per sua dimora,
la fabbrican di legno, terra e sassi,
che assomiglia al ricovero dei tassi.
5
La porta fan di rami e d'altri attrassi,
fanno un letto di rami del più fino;
bisogna otto mesi collocarsi
e nutrirsi del cibo più meschino:
polenta e cacio non si diventa grassi,
per risparmiar se ne mangia anche pochino
e dormir duro sotto quelle zolle
col capo in terra come le cipolle.
6
Lavora all’aria cruda e all’aria molle,
che nevichi, subissi o tiri vento,
perchè quella speranza in cor gli bolle,
di poter guadagnare molto oro e argento.
Lavora giorno e notte a mente folle,
non curando fatica nè lo stento,
non curando procelle nè tempesta,
lavorar sempre, non si fa mai festa.
7
Poi degli insetti il fastidio lo molesta,
chè in otto mesi non si spoglia mai,
riposa, non si copre mai la testa,
dormendo teme di trovarsi nei guai,
chè tiene il fuoco acceso là in foresta,
andare e venire tutto un via vai,
fra visita, il lavoro e le cacciate,
passa senza dormir molte nottate.
8
Le fatiche e lo strappazzo or son narrate,
or ci son l'ingiurie e l'angherie
che ai poveretti gli vengono usate,
dai superiori, quelle ingrate arpie.
Se un altro momentino mi ascoltate,
vi dirò tutto senza dir bugie,
che con ingiuste maniere siam trattati,
ma dei padroni son peggio l'impiegati.
9
Non si ricordan più quegli affamati
quand'eran come noi, del pari eguale,
ore che a mangiar pan si son trovati,
son quelli che ci fanno tanto male.
Sfruttan le fatiche ai disgraziati,
senza averne un rimorso coscenziale,
ministri, capimacchia e dispensieri,
son quelli che ci mettono i pensieri.
10
Scusate questi versi troppo alteri,
non voglio dir che tutti sono troppo uguali,
molti ci son che fanno i suoi doveri,
ma i più son quelli che tarpan le ali.
Lo posso dire anch'io, fo quel mestiere,
ci ho ricevuto azioni d'animali;
dal capomacchia si può principiare,
da quando il prezzo ce lo venne a fare.
11
Ma prima di venirvi a compilare
molte cose future vi rammenta
vi fa conoscere col suo chiacchierare,
di aver la buona mano egli pure tenta.
Col dire che vi fa molto guadagnare,
a chi vuol venticinque o trenta,
quando ne ha fatto il portafoglio pieno,
li mette in tasca e vi dà la meno.
12
Torniamo a dire che sopra quel terreno,
a un tanto a soma vi fa lavorare,
ci volesse due lire non di meno
uno e ottanta ve lo fa bastare.
Senza rimorso di coscienza in seno,
chè poco prima vi venne a spolpare,
poi hanno un bel dire: “Se tu lavorerai,
il tuo guadagno, tu ce lo farai!”.
13
“Finora senza prezzo lavorai”,
rispose finalmente il poveretto,
“benché sia poco quello che mi dai,
a terminare il lavoro son costretto.
Vedrò se tanto ingrato tu sarai,
se la coscienza ti risente in petto
se quando ho lavorato qui otto mesi,
tu mi rimandi a casa per le spese”.
14
A dirvi il tutto l'impegno mi presi,
ora vi parlerò dei dispensieri:
loro che stanno sempre a libri tesi,
non fan che aggiungere cifre e zeri.
Tengon di frodo le misure e i pesi
per non dar a chi spetti i lor doveri;
in faccia glielo dico e non mi spavento
danno i più giusti l'ottanta per cento.
15
Un’altra cosa poi ch’io mi rammento,
del lavoro che ci hanno consegnato:
levan di tara il quindici per cento,
e dopo vi è un rinsacco smisurato.
Quello lo fan secondo il suo talento,
non si accontentan di quel che ti hanno fatto,
fra somelle, rinsacco, e fa ribrezzo,
credete in Dio, che ve lo ruban mezzo.
16
Vi danno il formentone a caro prezzo
cinquanta franchi, si paga il quintale,
e oltre che ribollito, sa di lezzo,
sarebbe roba da darsi al maiale.
Bisogna tacer, non c'è via di mezzo,
tanto, se reclamate, non vi vale,
se da qualcuno poi sarete ascoltati,
passate da ignoranti e da sfacciati.
17
E quando ai conti poi siamo arrivati,
là c'è un ministro che ve li sistema.
ti presenta i biglietti sigillati,
par che aprirli a lui molto gli prema.
Quando li ha letti e bene esaminati,
quello che è di troppo ve lo scema,
tutto a utile suo, le somme tira,
poi legge i conti e il povero sospira.
18
Con atto di sorpresa l'occhio gira,
scusi, signor padrone, avrà sbagliato?
Quell'infame risponde pieno d'ira:
“Va’ via, gli è troppo quello che t’ho dato”.
L'infame lo maltratta e poi s'adira:
“Va’ via poltrone, non hai lavorato,
se più tu stavi attento e lavoravi,
è certo che di più tu guadagnavi”.
19
Essere stati là otto mesi schiavi,
sentite poi come taglian la giuba,
di centonovantanove tutti bravi,
che fan proprio a picca chi più ruba.
Lo caccian fuori e poi giran le chiavi,
il meschino si dole e si conturba,
che torna a casa stramandato e scosso,
con pochi soldi e con la febbre addosso.
20
Cose che fan rabbrividire l'osso,
pensando ai casi di uno sventurato,
son tutte vere, ed io provar lo posso,
perché più volte mi ci son tovato.
A scriver, questa compassion mi ha mosso,
benchè a comporla non ci sia portato,
chiudo il tema e depongo il calamaro,
e son Jacopo Lorenzi carbonaro.
II- Versione raccolta da Alfo Signorini e pubblicata da A. Mucci (Olinto Venturi)
1
Vi canterò la vita strapazzata
Di chi alla macchia va per lavorare
Vita tremenda e vita tribolata
Chi non ha provato non può immaginare
E nell'inferno un'anima dannata
Credo cosi tanto non possa tribolare
Quanto né a spasimo e dolore
Quanto ne ha un carbonaio e un tagliatore.
2
Parte da casa tutto lieto il cuore
Unito con diversi compagni
Lascia la moglie immersa nel dolore
Figli scalzi e nudi come ragni
Dicendo: "se gioverà il mio sudore
Io ho speranza di far buoni guadagni
Soccorso vi darò, poi lo vedrete
Comprerete il vestito e mangerete.
3
Le speranze son buone, m'intendete
Perché il padron fa buone promissioni.
Vanno per tatto, come ben sapete,
Ma poi secondo le combinazioni
E in Corsica ed in Sardegna fino in Liete
Andrebbero a favore dei suoi padroni.
Per incontrare la maggior fortuna
Andrebbero al mondo della luna.
4
Ecco destinazion ignun sia d'una
E prendon le consegne del lavoro
Se incontrano una foresta folta e bruna
Gli sembra di aver trovato un gran tesoro
E nel centro di questa parte alcuna
Forma una cella per il suo dimoro
La fabbrica di legni, terra e sassi
Che rassomiglia al ricovero dei tassi.
5
Anche la porta è di rami ed altri attrassi
Anche il letto del ramo del più fino
Basta a star otto mesi a coricarsi
E nutrisi del cibo più meschino
A cacio e a polenta non si diventa grassi
Per risparmiar ne mangia anche pochino
E dorme duro sotto a quelle zolle
Col capo in terra come le cipolle.
6
Questa speranza in cuor gli bolle
Di poter guadagnare molto argento
Lavora giorno e notte a mente folle
Non cura la fatica né lo stento
Lavora all'aria cruda e all'aria molle
Che nevichi sobissi o tiri vento
Non cura la procella o la tempesta
Lavora sempre e non si fa mai festa.
7
Il fastidio e gli insetti lo molesta
Che in otto mesi non si spoglia mai
Riposa e non si copre mai la testa
Dormendo teme di trovarsi nei guai
Chè tiene il fuoco accesso là in foresta
Tutto un andare tutto un viavai
Fra... lavoro... le visite e le cacciate
passa senza dormir tante nottate.
8
Le sventure di strapazzo vi ho narrate
Ora c'è l'ingiustizia e le angherie
A noi poveretti che ci sono usate
Dai superiori, queste ingrate arpie.
Se un altro momentino mi ascoltate
Vi dirò tutto senza dir bugie
Con ingiuste maniere siam trattati
Son peggio dei padroni gli impiegati.
9
Non si ricordan più quegli affamati
Quando eran come noi al pari eguale
Chè ora a mangiar pane si son trovati
Son quelli che ci fanno tanto male
Sfruttano le fatiche ai disgraziati
E senza aver rimorso conscienziale
Fra ministri capomacchina [sic] e dispensieri
Son quelli che ci mettono nei pensieri.
10
Scusate questi versi troppo alteri
Non voglio dire che tutti siano uguali
Ci sarà qualcun che fa i suoi doveri
Ma i più son quelli che tarpano l'ali
Lo posso dire perché fo quel mestieri
C'ho ricevuto azioni d'animali
Dal capomacchina [sic] si può principiare
Di quando il prezzo lui ci viene a fare.
11
E prima di venirlo a combinare
Tante cose future vi rammenta
Vi fa conoscer col suo chiacchierare
D'aver la buona mano ell'vi tenta
Dicendo : vi fo' molto guadagnare
Da chi vuoi venti, venticinque o trenta
Ma quando ha fatto un portafoglio pieno
Li mette in tasca e poi ci dà di meno.
12
Ammettiamo a dir là su quel terreno
Ci siamo un tanto a soma a lavorare
Ci volesse due lire e non di meno
Uno e ottanta ve lo fa bastare
Senza rimorso né coscienza in seno
Che poco prima vi venne a spolpare
E gli ha un bel dire: se lavorerai
Il tuo guadagno tu ce lo farai
13
Finora senza prezzo lavorai
Risponde finalmente il poveretto
Ben che sia da poco quello che dai
Di terminar il lavoro son costretto
Vedrò se tanto ingrato tu sarai
Se la coscienza ti rimorde in petto
Quando avrò lavorato qui otto mesi
Se mi rimandi a casa per le spesi.
14
A dirvi tutto l'impegno mi ripresi
Ora vi tratterò dei dispensieri
Che loro stanno sempre a libri tesi
Non fanno che aggiuntare cifre e zeri
Tengon di frodo le misure e pesi
Per non dare a chi aspetta i suoi averi
Io ve lo dico in faccia e non spavento
E danno il più giusto l'ottanta per cento.
15
Ora d'un'altra cosa vi rammento
Del lavoro che avete consegnato
Levan la tara il quindici per cento
E poi c'è un rinsacco smisurato
Questo lo fanno secondo il tuo talento
Non gli basta di quel che c'è andato
Fra rinsacco somelle fa' ribrezzo
Credete Iddio ce lo mangian mezzo.
16
Ci fanno il frumentone a caro prezzo
Quaranta lire ve lo fa' al quintale
Va oltre ribollito e sa' di lezzo
Sarebbe roba da darsi al maiale
Bisogna tacer e non c'è via di mezzo
Tanto se reclamate non vi vale
E se qualchedun siamo ascoltati
Si passa da ignoranti e da sfacciati
17
Ma quando ai conti poi siamo arrivati
Là c'è un ministro che ve li sistema
Presentate i libretti ben sigillati
Che d'aprirli a lui molto gli prema
Quando l'ha letti e ben esaminati
Quello che gli par troppo ve lo scema
E tutto a utile suo le somme tira.
18
Con atto di sorpresa l'occhio gira
Scusi signore, gli ha sbagliato
E lui risponde tutto pien d'ira
Va' via, è troppo quello che ti ho dato
Di più s'infama e di più s'adira
Dicendogli : Poltron, non hai lavorato,
Se di più stavi attento e lavoravi
E' certo anche di più tu guadagnavi.
19
Ad esser stati là otto mesi schiavi
Sentite come tagliano la giubba
Di centonovantanove tutti bravi e fanno
A piccar l'ora a chi più ruba
Chiudon le porte e girano le chiavi
Il poveretto si dole e si sconturba
Ritorna a casa strapazzato e scosso
Con pochi soldi e con le febbri addosso.
20
Cose che fanno abbrividire l'osso
Pensando ai casi d'uno sventurato
Son tutte vere e io provar lo posso
Perché più volte mi ci son trovato
E questo a compassion mi ha mosso
Benché a comporre non ci sia portato
Fermo il tema e ripongo il calamaio
E son Venturi Olinto carbonaio.
III- Versione di Primo Begliomini (1907-1991)
Questa è la mia vita
Ora vi narrerò la vita strapazzata
Per chi alla macchia va per lavorare
Vita tremenda e vita tribolata
Chi non ha provato non la può narrare
Soltanto nell’inferno un’anima dannata
Non puole tante pene sopportare
Non puole avere tanta sofferenza e dolore
Quanta ne ha il carbonaio e il tagliatore.
***
Parte da casa tutto lieto in cuore
unito assieme a diversi compagni
là lascia la famiglia immersa nel dolore
i figli scalzi e nudi come ragni
e va dicendo sì giova il mio sudore
e la speranza di far buon guadagni
soccorso vi darò, poi lo vedrete
comprerete il vestito e mangerete.
***
Le speranze son buone le intendete
perché il padrone fa buone promissioni
van dappertutto come ben sapete
queste son secondo le combinazioni
in Corsica, in Sardegna ed in ogni lato
vanno a favore dei loro padroni
ma poi per far maggior fortuna
andrebbero nel mondo della luna ;
***
Se incontra la foresta folta e bruna
gli sembra di aver trovato un gran tesoro
là nel centro di quella e in parte alcuna
forma una cella per il suo dimoro
tutte le sue energie là consuma
pensando sempre a far tanto lavoro
l’alloggio fa di legna, terra e sassi
assomiglia al ricovero dei tassi ;
***
La porta fa di rame e d’altri antrassi
letto anche quello di rame del più fino
e lì otto mesi bisogna coricarsi
e nutrirsi del cibo più meschino,
a cacio e polenta non si diventa grassi
e per risparmiar se ne mangia anche pochino
si dorme duri sotto a quelle zolle
col capo a terra come le cipolle.
La vita del Boscaiolo
Là si lavora sempre a mente folle
con la speranza di guadagnar molto oro e argento
si salta e si scatta come sulle molle
si guarda il lavoro con occhio vigile e attento
si lavora all’aria cruda e a quella molle
si lavora quando piove e quando tira vento
si lavora quando nevischia e quando tempesta
là si lavora sempre e non si fa mai festa.
***
Poi viene un dì che l’insetto lo molesta
che in otto mesi non si spoglia mai
là lui dorme e non si copre mai la testa
dormendo teme di trovarsi in guai,
tiene il fuoco acceso là in foresta
andare e venire è tutto un via vai
tra visite al lavoro e le cacciate
passa senza dormir tante nottate.
***
In Sardegna forte tiran le ventate
per far carbone il tempo è brutto
bisogna saltar giorni e nottate
se tu ti fermi ti distrugge tutto
il padron ti dice se la legna mi bruciate
ai conti poi vi fo pagare tutto
e quando il vento di tirar ha finito
il boscaiolo è brutto e avvilito.
***
Fortuna che gli regge l’appetito
perché il caldo si comincia a far sentire
se tu lo guardi non sai com’è vestito
son due mesi che ha smesso di cucire
è solo contento perché ha quasi finito
sente il bisogno di andarsi a pulire
il 15 giugno la mattina all’otto
si finì di coprir le carbonaie e metter sotto.
***
Per S. Giovanni si fece il fagotto
e via diretti si va dal padrone
la sera si incomincia a fare il conto
prima la spesa e poi quello del carbone
è lì che successe davvero un quarantotto
e s’arrivò a far proprio questione
a forza di aumentare la spesa e tarare il mandato
ci diede la metà di ciò che s’era guadagnato.
IV- versi riccordati da Edo Mattei (1998) :
La capanna ed i carbonari
Li porta nella foresta folta e bruna
Gli par di aver trovato un gran tesoro
In mezzo di questa non vien parte alcuna
Formo’ la cella per il suo dimoro
E la coprono di terra e sassi
E rassomiglia ad un ricovero di tassi.
Dormono duro sotto quattro zolle
Col capo in terra come le cipolle,
Dormono, non si coprono mai la testa
Perché hanno il fuoco acceso la foresta.
E fra le sommondiere e le cacciate
Passan senza dormir tante nottate.
L’acqua, il vento e gli insetti li molesta
In otto mesi non si cambian mai.
V- Versi raccolti a Casa Calistri (Granaglione)
(versione rintracciata nella primavera del 2006)
Vi voglio raccontare di chi alla macchia va a lavorare
Vita tremenda e vita tribolata
chi non l’ha prova nol po’ immaginare
credo all’inferno un’anima dannata
non pole così tanto spasimare,
non pole aver né spasimo e dolore
quanto n’ha il carbonaro e il tagliatore.
Parton da casa tutti lieti al core
uniti assieme a diversi compagni
lascian la moglie immersa nel dolore
e i figli scalzi e nudi come ragni
Disse: se gioveranno i miei sudori
ho speranza fi fare buoni guadagni
soccorso vi darò poi lo vedrete
comprerete il vestito e mangerete
Le speranze son bone se mi intendete
perché il padron fa bon promessioni
Vanno per tutto come ben sapete
questo secondo le combinazioni
in Corsica in Sardegna si va lieti
con la speranza di maggior fortuna
anderebbero anche al mondo della luna!
Voltano il capo da ogni parte alcuna,
forman la cella per la sua dimora;
la fabbrican di legno e terra e sassi
che rassomiglia al ricovero dei tassi;
la porta fa di rami ed altri addrassi,
il letto fa di rami un po’ più fini,
e dorme otto mesi sotto quelle zolle
col capo in terra come le cipolle.
VI- Testimonianza di Primo Begliomini
... Diceano, ti dò, faccio per dire dieci lire al quintale, dieciundici, mi riordo, al quintale di arbone. Quanteppiù tu ne mandavi allora tu avevi due libretti. Uno ci si segnava i quintali del carbone che si mandava e andava all’imposte, e una della spesa. Un altro libretto della spesa perché la spesa per mangiare pensaval padrone a farla venire in macchia. E s’era lontani di tre uattr’ore andà a un paese, ome facevi andàffa la spesa. Faceva la dispensa! Nel mezzo alla macchia e li’ tu andavi, in modo che avea tutta nelle mani. Quando s’arrivaaffine di stagione se tu avei guadagnato lisembraa che tu avessi guadagnato, troppo la spesa te la rincaro e ve la metto più alta in modo che avean tutto nelle mani loro. E ci deano quello che... quello elli parea ecco. E’ stato il lavoro più massagrante e più sfruttato di quello un ce n’è stati altri di lavori. Peggio del boscaiolo un ce n’è stati. Peggio assai del contadino.
Io, per tanteose, un dio mia, ma per altrettante tornerè volentieri ome si vivea prima, per tanteose Perché c’era più tranquillità, c’era più galatomismo, c’era Dio bono..., ci si volea più bene. Qui siamo una borgata di dieci famiglie. Se uno qui perdea il portafogli, l’avesse perso per qui, tu ha affaconto davello person camera. Se lo trovava un altro sta pur sicuro, come se l’avesse trovato uno di famiglia, lo stesso. Era una bellosa hellaellì. C’era uno he s’ammalava, Dio bono, ell’altro dice, c’avea daffà le faccende, c’avea qui, c’avea là; aspetta, li si dà un colpo di mano tutti, io bono, c’era più fratellanza, più solidarietà. Era meglio, per tante cose, era meglio prima e per tante un dio mia, perché ora si sta diciamo meglio, di mangiare, s’ha la casa con tutti i comodi, quest’è vero, ma c’è anche tanteose che enno peggio.
In Maremma io ci son stato uattr’anni. In Sardegna c’ho fatto undici stagioni. In Corsica quattro. In Affria uattr’anni. Pon’ho passati cinque in Francia: il meglio ho passato uello. In Francia s’è fatto carbone solo un anno. Il resto si facea legna, e si facea il sughero, si facea perfino il tannino.
Allora andava il tannino, e usava questo tannino per le conce, per conciare il cuoio, per fa le scarpe. Quello appiccicato. Perché anche la sughera, c’ha il sughero, ma podoppo sotto ci rià l’altra buccia. Quella servia per fare questo tannino per le conce; ecco andava a Santa Croce, di lì e là dove conciavano le pelli. Nsomma in Francia ci sono stato, io e lui (il fratello) ci siamo stati cinquanni, s’è fatto solo un anno carbone. Il resto si facea legna, si facea questo sughero, si facea il sughero avvezzo diciamo osì; avvezzo sarebbe alla sughera e se ne levava un metro, un metro e mezzo, dumetri, conforme la forza che avea la pianta, perché sai tu gli levavi il sughero, la pianta soffriva. Dopo, levato la prima volta, questo sughero che rifacea novo eh sarebbe stato più strinto, sarebbe stato com’una tavola, dopo. Ci devano una quarantina di lire... quarantamila lire. Ti ricordi quanto si guadagnava ? Ottanta franchi il giorno.
In Maremma c’era più sfruttamento perché c’era tanta gente; ce n’era tanti se n’approfittavano.
Invece nell’Affria ci mandavano propriouelli che sapeano fal carbone, i meglio carbonari: uesti padroni lo sapevanon paese. Prendeano il capo macchia, diceano : “Te tu mi devi portare de' carbonari, de’ migliori che c’è. Poi il prezzo nsomma ci s’accomoda”. Ecco che tutti non ci potevan andare là perché quello che nun era capace un lo pigliavano, ecco perché si guadagnava anche di più.
Le ditte eran quasi tutte livornesi... Noi s’è lavorato per un livornese anche là. Ora un mi ricordo ome si chiamava, mansomma eran guasi tuttitaliani nsomma, i padroni he ompravano esti appezzamenti là in Affria, Tunisia, Algeria : quattr’anni. Ci so stato che aveo sedic’anni poi ci son tornato che aveo venti, poi ci son tornato aveo ventidu anni; nsomma ci so stato quattro anni in Affria.
Si stea sempren baracche. Sempre baracche... baracche fatte proprio da noi... costruite da noi e coperte col cartone, col cartone catramato eh... si facea delle capanne nsomma abbastanza... Ci si mettea magari un po’ di più ma abbastanze agiate, ecco! Perché c’era caldo benché fusse dìnverno, là in Affria quando tiral vento del deserto c’è un caldo Dio bono he un tu ci resisti da... da quell’afa da quel calore he ha quando tira ma insomma là io ci so stato quatt’anni. Sì, t’ho detto, si dice la vita ma tanto ci si stava tanto bene di mangiare e bere Dio bono, ci si sguazzava anche nel vino.
C’erano sempe i padroni che fornivano il mangiare e fornivano le dispense perché sennò il boscaiolo doveandà a pensare... Nvece tu arrivai la Domenica, dice: “c’è da andà a fa spesa". Si facea per utta la settimana. Settimana per settimana comen Sardegna, come dappertutto. Sempre, sempennel bosco, ecco, senza sortire madel bosco. Si stava otto mesi senza vedere né otomobili né sentire campane.
In Sardegna pol più vicino essostato c’era duòre ma siamo stati anche... anche quattr’ore ci voleandà un paese. Quando s’era a Dorgali ci volea quattr’ore. So stato a Alar de’ Sardi, ci volea quattr’ore, so stato a Oschiri che sarebbe vicino a Olbia, da tre a quattr’ore per andare... macheddiì, Madonna enno i posti più, più, più deserti.
Quando s’era a Canelefìgo, a Dorgali, ci venne mezzo metro di neve allora s'andè alle tracceacignali, siominciò andà aolombi la mattina e podoppo si trovava le tracce e siminciò a andà alle tracce de’ cignali. Ma lo sa', si durò più di venti giorni tutte le mattine; s’era a tre, quattro compagnie s’andeva mia tutti, in due in tre per compagnia, e si durò sì più d’un mese e se ne chiappò sedici; mi ricordo guasi tutte le mattine; sedici cignali si tiappò, in modo che non si rifiniva giorno per giorno: s’era salata e si rimangiava poi dopo. Ma dopo sì, tu aaffàconto he, tempo s’era perso, ma dopo si lavoraa giornennotte. Poerini ragazzi, hevvita essifece anche ell’annillì.
Per dirtene una: alla macchia mi poero babbo si letiò col capo macchia perché, Dio bono... ti veniano a fal prezzo di Marzo, poi ti diano questo, tanto, come li parea loro, Dio bono o bere o affogare. Allora vedeano che un guadagnaano nulla nsomma. Dio bono, un po’ ontrastarono pol mi babbo li prese la rabbia. Dio bono, un ne potea piue, chiappò la pala (ma questo era... eral capomacchia del Magrini... Alberto, l’ho sentito dì tante volte, poi l’ho conosciuto anch’io perché dopo ci sono stato che aveo diec’anni col mi’ babbo, laggiù); allora gli chiappò la rabbia, prese la pala, e allora lui era a cavallo. Berto, me lo ricordo come se fusse ora, Dio bono, e partì e lui gli dé dietro, gli tirò anche la pala dietro. Ora quandol mi’ babbo ritornò lì c’avea un su zio... e ritornò lì alla arbonara, el su’ zio lo trovò che piangea perché dice: « ora tu l’ha fugato, un altranno o noi non ci rende il lavoro ». E piangeva. Di bono, perché un li rendevanol lavoro.
... Dio bono ragazzi. Eppure è successo a loro di nun pagalli e pom’è successo anche a me di nun dammi neanchun soldo. Quando s’era laggiù... A Potenza, ti ricordi (al fratello) che dovetti veni via. Io doveo andà soldato e li dissi al padrone: « Io, ecco qui la cartolina, io bisogna che andia soldato. Soldi un ce n’ha dati punti, dio, bisogna che mi dia almeno qualcosa, bisogna che me lo dia ».
Disse: « Io nun solo un li dò niente, disse, ma nemmeno permetto che... dice, io voglio che lei rimetta un omo nel su posto. » Che dici, un si guadagnaa nulla, che trovassi un orno che m’andesse lì al suposto, era il mese di Maggio, era il sei di Maggio, me la ricordo sempre. Io c’aveo la artolina lì, per andà soldato, dissi : « Non ci viene nessuno » che di’, un si guadagnaa nulla) « E io nun ti dò neanchun soldo ». Allora andai dai Carabinieri. Gli feci vedere la artolina; il padrone non mi dà neanchun soldo o come fo, da Potenza ?) « Io un voglio sapé nulla! ». Perché anche i Carabinieri io bisogna che sia sincero, bisogna chellodia, aveano paura, e più duna volta l’hanno preso a sassate. Disse « Io nun voglio sapé nulla. Quando m’arriva l’avviso dei Carabinieri del tu’ paese, vengo e t’arresto ! » Allora andai a Potenza insieme con quelli di leva come me che andavano... Senti mi voleano vestire laggiù, ma io, Dio bono, tu sé stato sei o sette mesi in una macchia tutto sudicio... Allora venio volentieri a casa. Allora mi dissero: « Senti, più che ti si pò fa, ti si fa il foglio di viaggio come militare e tu spendi.. ». Si spendea 105 lire, me lo ricordo bene. Spesi 40 lire come militare.
Ma queste 40 lire e si prese tutti i portafogli che ci s’avea lì in capanna... ti riordi, s’arrivò a 42 lire con tutti i soldi che s’avea fra tutti. Insomma, ci si sgocciolò tutti. 40 lire di viaggio e con du lire comprai un pane e una tascata di fichi secchi. Perché guarda è lungotto da Potenza. E per la strada sul treno... la terza era piena, un cisentrava. Dissi io vo in seconda. Si starà a vedere, piglià un mi piglian niente, e un ho niente. Aveo altro che quel pane nella pezzola. Andai in seconda e allora c’era un signore, sa come succede, ci si mette a ragionare, dove va, una cosa un’altra e dopo un po’ di tempo io affetto questo pane. Disse : « E il companatico ? » Eglarraccontai mi c’era voluto nsomma i soldi per il viaggio m’era avanzato du lire, aveo preso questo pane solo. Quest’omo si alzò, ragazzi quella cosa lì nun me la dimenticherò mai; s’alzò, andeva lì... o che ofussino stati gente che si conosceva, io non lo so. Dice: « Dammi du lire, dammi du lire... » girò tutta la carrozza e fece 16 lire.
Arrivò lì e me le dé. Mi c'entranno di omprare il companatico e di venì a mangià a Pistoia. Ecco, doppo avé lavorato tanto, venì a casa lemosinando.
[1] Breve Storia di un lamento e di uno sguardo, « ‘Ottava vita’ e dintorni. I carbonai dall’ottava rima al rock », a c. di Gianfranco Monteni, Siena, Amministrazione Provinciale, 1997, pp. 63-75. Nello stesso libro C. Rosati presenta quattro varianti del Lamento, p. 94 (ma precisa di averne raccolto ben otto).
[2] Già pubblicato dal pittore Dino Petri, Vita Srapazzata memorie di un carbonaio, Massa Maritima, 1993.
[3] AA.VV.
[4] Sono le parole di Guelfo Berti, nipote di Olinto Venturi, trascritte da Claudio Rosati, in op. cit., p. 72. Sembra anche l’autore di un foglio volante firmato Venturi, informazione da G. Borghi riportata da Cl. Rosati.
[5] « Siccome quando io mi trovai giù a Bonelle, uno dice… questa qui, la vita strapazzata l’ha inventata uno di sopra a Porretta. Poi un altro dice, non, è una signorina che sta a Calamecca [allusione a Maria Cioletti di cui si parla dopo], che sarebbe nella montagna di qua. Allora io dissi, mi dovete dire una cosa, scusatemi se vi faccio un’osservazione, che ve l’ha detto a voi che l’ha inventata quello, che l’ha inventata quell’altro ? Se lo volete sapere ve lo dico io. Allora me la fece di’ tutta, perché sono 160 versi. […] Allora quando arrivai [alla fine] e gli dissi « Fermo il tema e ripongo il calamaio, son Ventui Olinto carbonaio ». Lui l’ha fatta, no voi ! », Toscana Folk, V, n° 6, p. 5.
[6] Ottava vita, op. cit., pp. 77-86. Le due versioni Falvio Bucci e Piero Bucci, ambedue imparate dal padre Giovanni sono molto vicine, con piccole differenze interessanti però.
[7] C. Rosati cita anche un’altra firma « io son Bovani Adriano carbonaio », op. cit., p. 64. Rosati da un’interpretazione un pò diversa : « Le firme che nei testi variano e si aggiungono l’una all’altra, sembrano le sottoscrizioni di un manifesto e il lamento è stato, allo stesso tempo, il manifesto di una condizione e la rivendicazione di una straordinarietà », op. cit., p. 64.
[8] Aimé Mucci, Les Forçats de la forêt. L'épopée des charbonnniers, Toulouse, Editions Universitaires du Sud, 2002, p. 84-90. Per errore, Mucci scrive Olindo invece d'Olinto, nome segnato sul testo raccolto da Alfo Signorini. Il testo è affiancato da una traduzione francese. Presento qui però la copia datami da Alfo Signorini (Tobbiana), che ringrazzio di cuore. In questo libro di Mucci vengono riprodotte anche una versione cantata dal poeta Primo Begliomini (1907-1991) della località Le Piastre (Vivaio, Pistoia) divisa in due poemi, ognuno di 5 ottave, di cui i titoli sono : Questa è la mia vita e La vita del boscaiolo (p. 128-131, con traduzione a fronte). Si tratta delle 7 prime ottave e di 3 ottave apparentemente originali, come si può vedere qui, nella parte documentaria. I poemi sono preceduti da un’intervista in cui Begliomini narra episodi della sua vita di boscaiolo, che sono forse i migliori commenti che si possono fare del lamento (p. 124-126). Sfortunatamente l'autore non dà la fonte documentaria dei testi. Abbiamo però potuto rintracciarla : si tratta del libro di Primo Begliomini (1907-1991), Poesie del nonno montanino, Pistoia, Pantagruel, 1992 (ormai disponibile soltanto nel paesino di Vivaio), p. 5-8 (intervista) e 9-10 (Lamento). Si può anche leggere qui, in coda di queste mie spigolature nelle pubblicazioni altrui.
[9]Per esempio la versione di Domenico Bartoletti nato nel 1894 a Bastia in Corsica registrata nel 1965 a Tirli dalla cantante Caterina Bueno. Si legge in Ottava vita..., op. cit., pp. 86-88 (è stato probabilmente Caterina Bueno ad avere dato alla canzone il titolo di Lamento del carbonaio, intervista di Pietro Clemente alla cantante, op. cit., p. 97 ). Un’altra ancora, senza indicazione, si trova su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Canti_della_Montagna_pistoiese.
[10] Si veda C. Rosati, art. cit. : « Sicuramente lo scrive con il controllo della maestra. Sul primo rigo, ben centrato e sottolineato, il titolo : Il carbonaio. Il suo quaderno andrà in città alla mostra della scuola pistoiese, allestita per festeggiare la nascita della provincia voluta dal Duce. Non appaiono versi su « le ingiustizie e le angherie ». Ancora non li cantavano o è la maestra a censurarli ? », op. cit., p. 67. Il testo si trova a pp. 92-94.
[11] Il Boscaiolo, II lavoro dell’uomo e la distruzione della foresta, Bologna, Centro Studi Editoriali Castel di Casio, 1991, p. 69-73.
[12] XI, 8 (però il verso si trova nella versione di Piero Bucci e in altre versioni complete come quella di Signorini-Bolognesi, in cui manca però XVII, 8).
[13] In questa versione di Carpineta qualche rima però è errata, ma è dovuto forse alla trascrizione.
[14] Non ho potuto leggere G. Borghi, che attribuisce anche lui il canto a Olinto Venturo, nonostante indaga sulla registrazione di Lomax e Carpitella : A Treppio alla ricerca di Alan Lomax e dei « poeti » improvvisatori, in, AA. VV. Gente e luoghi della Sambuca Pistoiese, Sambuca Pistoiese, editoriale Nueter, 1991, p. 179-194.
[15]Cordes, CORDAE La Talvera, 1999. Il libro è associato ad un DVD dallo stesso titolo, Daniel Loddo, Denis Illionet, Aimé Mucci, Céline Ricard et Eric Colas – Cordae La Talvera “Mémoires sonores” – 1999. Tutti particolari biografici che seguono sono tratti del libro.
[16] Il lamento non è certo una tenzone o contrasto. Si capisce però perché viene percepito dall’informatore come avendo un'origine estemporanea, visto la forma dell’ottava con ripresa di rima, di cui Edo Mattei doveva essere cosciente, anche se ricorda solo qualche verso e nemmeno un’ottava intera.
La Galimanda de Toussaint Roussy

La Galimanda
Ai reçaupuda una polida carta de bona annada. Me la mandèt lo Jan dau Melhau.
Coma l’ai pas trobada sus la tèla vos en balhi la còpia.
Es una mèna de caricatura, signada Toussaint Roussy,1890. Aquel òme, nascut a Sèta en 1847, foguèt lo primièr conservator del musèu de Nimes.
Lo titre del dessenh es “La Galimanda” que, s’ai plan compres, es una mena de furia, de dragàs ò dragonàs, ò encara de viragò. Lou Tresor dóu Felibrige remanda simplament a... “caïmant”. Seriá donca quicòm coma una femna cocodrilha ? Lo Cantalausa fa del “galimand” un “pendard”, un “paucval”, mas aquí serà puslèu lo premièr sens, a legir lo tèxte que se trapa sul darrèr de la carta e qu’èra a l’origina jos l’image. Es fòrça gostos e colorat ; vaquí :
“Chaval ! aquel moussu ! aquel despenja-figas ! qué m’a près per una catin ! aquela empéga ! Atabé, per i’aprendre, am’aquel rougnous, a respecta lou monde, i’aï mandat un Vira-vaï-ten couma aco”
Un despenja-figas es un grandàs (que pòt trapar, despenjar las figas, e mai en cima del figuièr ; una “empega” es un emplastre (cf. los Gacha Empega que fan pr’aquò de crana polifonia) ; un “ronhos” es un que te cerca totjorn querèla, que la ronha lo rosega. Lo demai se compren plan...
L’image es estrach d’un ensem que se ditz Tipes setòris (Types sétois) e vèsi que lo Cercle Occitan de Seta fa una soscripcion per la reedicion revista, corregida e augmentada d’un libre deja paregut en 2005 que presenta tota la seria, amb de tèxtes (entre autres la biografia de Roussy). La publicacion es prevista per febrièr ò mars de 2010. Afanatz vos !
J. P. C.
