Ce petit article, qui vient de paraître dans Toscana Folk (XIV, 15, 2010, p. 25-29) porte sur l’attribution et la diffusion d’un chant toscan de charbonniers, datant des années 1920, la Plainte du charbonnier, qui décrit les très dures conditions de vie et de travail, dans un toscan parfois très dialectal, des ouvriers occupés à fabriquer le charbon de bois, dans les Appenins toscans et bolonais, mais aussi en Sardaigne, en Corse, jusqu'en Afrique (Algérie, Tunisie)... et en France continentale. J’avais en effet été très étonné de retrouver des bribes de ce poème dans le collectage réalisé par Daniel Loddo parmi les anciens charbonniers toscans de la forêt de la Grésigne (Tarn) en 1998. Je ne reprends cependant pas l'article tel qu'il a été publié, mais ajoute de nouvelles informations et références glanées depuis, apporte des corrections à la version recueillie à Carpineta, et surtout donne les textes de plusieurs autres versions difficiles d'accès. Je joins enfin le témoignage oral du poète Primo Begliomini de Vivaio (Le Piastre) sur sa propre expérience vécue de la charbonnerie, lors de saisons en Sardaigne, en France et en Afrique. La transcription de ce témoignage est très précieuse qui explique combien, à travers le récit des tribulations d'un jeune charbonnier, ce Lamento était ancré dans l'expérience quotidienne, mais aussi parce qu'elle tente de fixer – fût-ce maladroitement – les traits dialectaux du locuteur.

***

Questo articoletto, appena pubblicato in Toscana Folk (XIV, 15, 2010, p. 25-29), si occupa dell’attribuzione e della diffusione di una canzone toscana di carbonai, risalente probabilmente agli anni 1920, detta Il Lamento del carbonaio, che descrive le dure condizioni di vita e di lavoro, in un toscano a volte molto dialettale, dei lavoratori impegnati a fare carbone di legna, negli Appennini della Toscana e dell’Emilia Romagna, ma anche in Sardegna, in Corsica, fino in Africa del nord (Tunisia, Algeria)... e in Francia continentale. In effetti, sono stato molto sorpreso di trovare dei frammenti di questo poema nella raccolta fatta da Daniel Loddo tra i vecchi carbonai toscani della foresta della Grésigne (Tarn) nel 1998. Non ripropongo però l’articolo così come è stato pubblicato nella rivista, ma aggiungo nuovi informazioni e riferimenti, correggo la versione raccolta a Carpineta, e soprattutto presento i testi di diverse altre versioni difficilmente accessibili, e infine la trascrizione della testimonianza orale del poeta carbonaio Primo Begliomini (Vivaio, Pistoia) sulla sua vita nella macchia.

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Attribuzione e diffusione del Lamento del carbonaio

Postilla ad un articolo di Corrado Barontini e Alessandro Bencistà

 

In un articolo pubblicato in Toscana Folk nel 2001 (anno V, n. 6), Corrado Barontini e Alessandro Bencistà, sulla scia del lavoro di Claudio Rosati presentato nel libro ‘Ottava vita’ e dintorni[1], recensivano varie versioni del famoso e interessantissimo Lamento del carbonaio in ottava rima, tramandato oralmente nell’ Appennino pistoiese e in Maremma, pubblicando la versione apparentemente completa di 20 ottave trascritte da Flavia Bucci (Baggio 1912- Maremma 1998), imparata a memoria dal padre Giovanni Bucci carbonaio, e a lui attribuita nell’ultimo verso (“e so Bucci Giovanni Carbonaio”[2]). Ma i due ricercatori tenevano conto anche della versione, raccolta nel 1972 a Casa Moschini e Casa Calistri da R. Zagnoni e M. Pozzi, che presenta certe differenze, tra cui, il verso finale, indicando un altro autore del canto : “Sono Olinto Venturi carbonaio”[3]. Olinto Venturi (1865-1926), vissuto a Iano, ci informa Claudio Rosati, che ha indagato presso i parenti, compose nel 1911 “in ottava un libretto sulla guerra italo turca. Nel paese faceva recitare storie sui reali di Francia e i poemi cavallereschi. Lo chiamavano il poeta di Iano”[4].

Un’intervista di Piero Bucci nel 2001, uno dei figli di Giovanni Bucci, fatta da A. Bencistà, sembrava dare la chiave dell’enigma, perché l’informatore, che sapeva anche lui a memoria tutti 160 versi, dichiarava che ne aveva dimostrato la paternità durante una discussione a Bonelle, cantando il tutto e concludendo con queste parole : “son Venturi Olinto carbonaio”[5]. L’attribuzione è tanto più interessante che il canto già era stato trascritto dalla voce dello stesso Piero Bucci nel 1989, con la chiusura : “e son Bucci Piero, carbonaio”[6]. Per Piero Bucci dunque, sembra che dare il suo nome a la fine del canto non significava dichiararsi l’autore dei versi, ma semplicemente quello della performance cantata (forse, d’altronde, abbiamo quà la soluzione dell’enigma : ogni cantante può legittimamente attribuirsi il canto in quanto è lui stesso carbonaio e che il poema – di cui non pretende essere l’autore – descrive con la più grande esattezza la sua propria vita)[7]. Con la testimonianza del figlio Piero, diventava comunque molto probabile che Giovanni Bucci avesse imparato la canzone direttamente da Olinto Venturi dando il suo nome alla composizione o piuttosto alla sua interpretazione (perché non si può, nel quadro di questa tradizione orale, in nessun caso parlare di furto o di plagiato). C’è anche di più: Aimé Mucci, di cui si parlerà più oltre, ha pubblicato una versione completa del canto che gli è stata data da Alfo Signorini e Andrea Bolognesi, autori della mostra fotografica e del bellissimo film L’arte del carbonaio (Pistoia, 1985-1994), che si chiude col verso : “E son Venturi Olinto Carbonaio”[8].

 È d’altronde quasi certo che ci sia per questa composizione un autore unico, perché il canto, di cui conosciamo altre versioni[9], spesso incomplete e frammentarie, e che non sembra poter risalire molto prima degli anni Venti (la sua prima attestazione è l’interessantissima copia fattane nel 1929 su un quaderno di scuola da una bambina di Calamecca, Maria Cioletti, in terza elementare[10]), rimane sempre molto omogeneo nel suo contenuto e nelle rime malgrado le numerosissime varianti e alterazioni (versi iper o ipometrici).

Ma si conosce l’usanza di firmare del suo proprio nome i versi imparati da altri, e la questione dell’autore rimane aperta. Tanto più che esiste una versione raccolta a Carpineta (Treppio), al confine tra Toscana e Emilia, pubblicata nel bel libro di Giorgio Sirgi[11], completa (anzi supplice un verso mancante della versione Flavia Bucci, presente però anche in quella di Signorini-Bolognesi[12]) e spesso più chiara (ved. ad esempio il mitologico e dantesco “Lete”, trasformato in “Liete” o “Riete” in tutte le altre versioni), che finisce però col verso “e son Jacopo Lorenzi carbonaro”[13]. Sirgi ringrazia i parenti di tale Jacopo Lorenzi per avergli fornito “l’originale di questa canzone”, che sarebbe stata “composta” nel 1922 durante una campagna in Sardegna (però, la cifra di cinquanta franchi per il “formentone”, ricondurrebbe piuttosto alla Corsica). Questa versione sembra essere proprio quella registrata nel 1954 (si tratta apparentemente la prima registrazione del canto) da Alan Lomax e Diego Carpitella a Treppio dalla voce stessa di Jacopo Lorenzi. Bisognerebbe approfondire l’indagine su Jacopo Lorenzi e i suoi eventuali legami con Olinto Venturo[14].

Si può affermare comunque che questo canto, di cui la memoria viva non si è ancora spenta, ha conosciuto una diffusione notevole. Si può tranquillamente sostenere che tutti i carbonai del pistoiese tra gli anni Venti e (almeno) gli anni quaranta del secolo passato l’hanno sentito e sono molti ad averlo imparato interamente o parzialmente a memoria. Ed è vero che esprimeva con forza una vera e propria coscienza sociale, dipingendo con grande precisione la durezza della vita del carbonaio e del tagliatore, costretti a spendere fino ad otto mesi all’anno nei boschi (come vien detto appunto nel canto), spesso lontanissimi da casa loro e di tutti centri abitanti, dormendo alla dura nelle loro capanne stagionali, non mangiando pane quasi mai, soffrendo tutte le intemperie (Sirgi ricorda la tragedia dei 12 boscaioli morti di freddo nell’autunno del 1926 a Piandelagotti) e questo per stipendi bassissimi.

Come si sa bene, i carbonai del pistoiese hanno viaggiato molto, non solo per i loro spostamenti stagionali (in Sardegna, in Corsica, in Calabria... fino in Algeria e in Tunisia), ma tanti si sono anche trasferiti all’estero e spesso in Francia, dagli anni venti in poi, per lavorare nelle miniere di carbone ma sopratutto per esercitare il loro mestiere di carbonaio nelle foreste del Cantal, del Limosino o dell’ Albigese. Hanno ovviamente portato il lamento con loro.

Di questo abbiamo una bella testimonianza nel libro di Daniel Loddo e Aimé Mucci, Il Canto della carbonara. Charbonniers italiens du département du Tarn[15]. In effetti, il libro contiene la raccolta di 14 versi tratti dal lamento, presentati erroneamente come un “estratto di tenzone improvvisata”[16]. L’informatore si chiama Edo Mattei, nato a Fenain in 1929, in Francia, nel dipartimento del Nord, dove il suo padre, Nello Mattei nato nel 1901 a Statigliana Pistoia, lavora come minatore. Nel 1939 la famiglia era tornata nel pistoiese a “Castello de Cireglio”, da dove il padre, disoccupato, se ne andò in Calabria con una squadra di carbonai, poi raggiunto dalla moglie e dai sei figli, tutti vivendo nella capanna nei boschi. È lì che Nello Mattei morì nel 1940 di una malattia dei polmoni contratta nelle miniere francesi. Sotto la guida di uno zio toscano che aveva lavorato anche lui a Fanain (Aladino Zini) chiamato dalla vedova, i figli Mattei si trattennero in Calabria, lavorando sempre a fare carbone di legna, fino al dopo guerra. Un particolare interessante è che, avendo imparato a parlare in Francia, i bambini Mattei avevano la “r” moscia e venivano chiamati “i francesini”. In fatti, la madre morta in Calabria nel 1946, i quattro figli maschi (Erminio, Ermindo, Edo e Aldo), tramite un altro zio del nome Armido Fattori, con cui il padre Nello aveva già fatto una campagna di carbone nelle foreste del Cantal (vicino a Loquebrou) nel 1927, ottennero un contratto di lavoro per lavorare nella foresta della Grésigne, nel dipartimento del Tarn. Tre dei fratelli tornarono così in Francia nel 1949 e Edo Mattei, che faceva il servizio militare, li raggiunse nel 1951. Sono rimasti poi a lavorare la legna nella foresta della Grésigne tutti insieme sotto la guida del maggiore, poi separatamente, in diverse imprese locali, e tre di loro, tra cui Edo, sposarono ragazze francesi. Ed è dunque lì che, alla fine degli anni novanta, D. Loddo e A. Mucci hanno raccolto da Edo questi versi, sentiti e memorizzati nelle foreste del Pistoiese o della Calabria, poi cantati anche in quelle della Francia, nelle comunità di carbonai.

JP Cavaillé

charbonniersgresigne
Famiglia Mucci, 1932 (Les Brettes, Tonnac) Amé Mucci, Denise Espinasse, Primo Mucci, Elvina Mucci, Pia Querci.
coll. Querci

Testi

Il Lamento del Carbonaio

I- Versione di Carpineta (Jacopo Lorenzi)

II- Versione raccolta da Alfo Signorini e pubblicata da Aimé Mucci (Olinto Venturi) (le_due_versioni_a_confronto_su_questo_documento) 

III- Versione in due poemi di Primo Begliomini (1907-1991)

IV- Versi riccordati da Edo Mattei

V- Versi raccolti a Casa Calistri (Granaglione)

VI- Testimonianza di Primo Begliomini

 

 

I- Versione di Carpineta (Jacopo Lorenzi)

1

Io canterò la vita strapazzata
di chi alla macchia va per lavorare.
Vita tremenda, vita tribolata,
chi non la prova non può  immaginare.
Credo all'inferno, un'anima dannata
non possa così  tanto tribolare,
nè possa avere tanto spasimo e dolore,
quanto ne ha un carbonaio e un tagliatore.

 

2
Parte da casa tutto lieto in cuore,
unito, insieme a diversi compagni,
lascia la moglie immersa nel dolore,
e i figli scalzi e nudi come ragni,
dicendogli, se giova il mio sudore,
la speranza è di far buoni guadagni;
soccorso vi darò, poi, lo vedrete,
comprerete vestiti e mangerete.

 

3
Le speranze son buone e m'intendete,
perchè i padroni fan buone promissioni,
van dappertutto, come ben sapete,
secondo le loro combinazioni.
In Corsica, in Sardegna e fino in Lete
andrebbero a favore dei padroni,
con la speranza di far maggior fortuna,
anderebbero anche nel regno della luna.

 

4
Giunto a destinazione ognun s'aduna
e prendon la consegna del lavoro,
se incontran la foresta folta e bruna,
gli sembra d'aver trovato un gran tesoro.
Poi nel centro di questa, o in parte alcuna,
vi forman una capanna per  sua dimora,
la fabbrican di legno, terra e sassi,
che assomiglia al ricovero dei tassi.

 

5
La porta fan di rami e d'altri attrassi,
fanno un letto di rami del più fino;
bisogna otto mesi collocarsi
e nutrirsi del cibo più meschino:
polenta e cacio non si diventa grassi,
per risparmiar se ne mangia anche pochino
e dormir duro sotto quelle zolle
col capo in terra come le cipolle.

 

6

Lavora all’aria cruda e all’aria molle,
che nevichi, subissi o tiri vento,
perchè quella speranza in cor gli bolle,
di poter guadagnare molto oro e argento.
Lavora giorno e notte a mente folle,
non curando fatica nè lo stento,
non curando procelle nè tempesta,
lavorar sempre, non si fa mai festa.

 

7
Poi degli insetti il fastidio lo molesta,
chè in otto mesi non si spoglia mai,
riposa, non si copre mai la testa,
dormendo teme di trovarsi nei guai,
chè tiene il fuoco acceso là in foresta,
andare e venire tutto un via vai,
fra visita, il lavoro e le cacciate,
passa senza dormir molte nottate.

 

8
Le fatiche e lo strappazzo or son narrate,
or ci son l'ingiurie e l'angherie
che ai poveretti gli vengono usate,
dai superiori, quelle ingrate arpie.
Se un altro momentino mi ascoltate,
vi dirò tutto senza dir bugie,
che con ingiuste maniere siam trattati,
ma dei padroni son peggio l'impiegati.

 

9
Non si ricordan più quegli affamati
quand'eran come noi, del pari eguale,
ore che a mangiar pan si son trovati,
son quelli che ci fanno tanto male.
Sfruttan le fatiche ai disgraziati,
senza averne un rimorso coscenziale,
ministri, capimacchia e dispensieri,
son quelli che ci mettono i pensieri.

 

10
Scusate questi versi troppo alteri,
non voglio dir che tutti sono troppo uguali,
molti ci son che fanno i suoi doveri,
ma i più son quelli che tarpan le ali.
Lo posso dire anch'io, fo quel mestiere,
ci ho ricevuto azioni d'animali;
dal capomacchia si può principiare,
da quando il prezzo ce lo venne a fare.

 

11
Ma prima di venirvi a compilare
molte cose future vi rammenta
vi fa conoscere col suo chiacchierare,
di aver la buona mano egli pure tenta.
Col dire che vi fa molto guadagnare,
a chi vuol venticinque o trenta,
quando ne ha fatto il portafoglio pieno,
li mette in tasca e vi dà la meno.

 

12
Torniamo a dire che sopra quel terreno,
a un tanto a soma vi fa lavorare,
ci volesse due lire non di meno
uno e ottanta ve lo fa bastare.
Senza rimorso di coscienza  in seno,
chè poco prima vi venne a spolpare,
poi hanno un bel dire: “Se tu lavorerai,
il tuo guadagno, tu ce lo farai!”.

 

13

“Finora senza prezzo lavorai”,
rispose finalmente il poveretto,
“benché sia poco quello che mi dai,
a terminare il lavoro son costretto.
Vedrò se tanto ingrato tu sarai,
se la coscienza ti risente in petto
se quando ho lavorato qui otto mesi,
tu mi rimandi a casa per le spese”.

 

14
A dirvi il tutto l'impegno mi presi,
ora vi parlerò dei dispensieri:
loro che stanno sempre a libri tesi,
non fan che aggiungere cifre e zeri.
Tengon di frodo le misure e i pesi
per non dar a chi spetti i lor doveri;
in faccia glielo dico e non mi spavento
danno i più giusti l'ottanta per cento.

 

15

Un’altra cosa poi ch’io mi rammento,
del lavoro che ci hanno consegnato:
levan di tara il quindici per cento,
e dopo vi è un rinsacco smisurato.
Quello lo fan secondo il suo talento,
non si accontentan di quel che ti hanno fatto,
fra somelle, rinsacco, e fa ribrezzo,
credete in Dio, che ve lo ruban mezzo.

 

16
Vi danno il formentone a caro prezzo
cinquanta franchi, si paga il quintale,
e oltre che ribollito, sa di lezzo,
sarebbe roba da darsi al maiale.
Bisogna tacer, non c'è via di mezzo,
tanto, se reclamate, non vi vale,
se da qualcuno poi sarete ascoltati,
passate da ignoranti e da sfacciati.

 

17
E quando ai conti poi siamo arrivati,
là c'è un  ministro che ve li sistema.
ti presenta i biglietti sigillati,
par che aprirli a lui molto gli prema.
Quando li  ha letti e bene esaminati,
quello che è di troppo ve lo scema,
tutto a utile suo, le somme tira,
poi legge i conti e il povero sospira.

 

18
Con atto di sorpresa l'occhio gira,
scusi, signor padrone, avrà sbagliato?
Quell'infame risponde pieno d'ira:
“Va’ via, gli è troppo quello che t’ho dato”.
L'infame lo maltratta e poi s'adira:

“Va’ via poltrone, non hai lavorato,
se più tu stavi attento e lavoravi,
è certo che di più tu guadagnavi”.

 

19
Essere stati là otto mesi schiavi,
sentite poi come taglian la giuba,
di centonovantanove tutti bravi,
che fan proprio a picca chi più ruba.
Lo caccian fuori e poi giran le chiavi,
il meschino si dole e si conturba,
che torna a casa stramandato e scosso,
con pochi soldi e con la febbre addosso.

 

20
Cose che fan rabbrividire l'osso,
pensando ai casi di uno sventurato,
son tutte vere, ed io provar lo posso,
perché più volte mi ci son tovato.
A scriver, questa compassion mi ha mosso,
benchè a comporla non ci sia portato,
chiudo il tema e depongo il calamaro,
e son Jacopo Lorenzi carbonaro.

 

II- Versione raccolta da Alfo Signorini e pubblicata da A. Mucci (Olinto Venturi)

 

1

Vi canterò la vita strapazzata

Di chi alla macchia va per lavorare

Vita tremenda e vita tribolata

Chi non ha provato non può immaginare

E nell'inferno un'anima dannata

Credo cosi tanto non possa tribolare

Quanto né a spasimo e dolore

Quanto ne ha un carbonaio e un tagliatore.

 

2

Parte da casa tutto lieto il cuore

Unito con diversi compagni

Lascia la moglie immersa nel dolore

Figli scalzi e nudi come ragni

Dicendo: "se gioverà il mio sudore

Io ho speranza di far buoni guadagni

Soccorso vi darò, poi lo vedrete

Comprerete il vestito e mangerete.

 

3

Le speranze son buone, m'intendete

Perché il padron fa buone promissioni.

Vanno per tatto, come ben sapete,

Ma poi secondo le combinazioni

E in Corsica ed in Sardegna fino in Liete

Andrebbero a favore dei suoi padroni.

Per incontrare la maggior fortuna

Andrebbero al mondo della luna.

 

4

Ecco destinazion ignun sia d'una

E prendon le consegne del lavoro

Se incontrano una foresta folta e bruna

Gli sembra di aver trovato un gran tesoro

E nel centro di questa parte alcuna

Forma una cella per il suo dimoro

La fabbrica di legni, terra e sassi

Che rassomiglia al ricovero dei tassi.

 

5

Anche la porta è di rami ed altri attrassi

Anche il letto del ramo del più fino

Basta a star otto mesi a coricarsi

E nutrisi del cibo più meschino

A cacio e a polenta non si diventa grassi

Per risparmiar ne mangia anche pochino

E dorme duro sotto a quelle zolle

Col capo in terra come le cipolle.  

 

6

Questa speranza in cuor gli bolle

Di poter guadagnare molto argento

Lavora giorno e notte a mente folle

Non cura la fatica né lo stento

Lavora all'aria cruda e all'aria molle

Che nevichi sobissi o tiri vento

Non cura la procella o la tempesta

Lavora sempre e non si fa mai festa.

 

7

Il fastidio e gli insetti lo molesta

Che in otto mesi non si spoglia mai

Riposa e non si copre mai la testa

Dormendo teme di trovarsi nei guai

Chè tiene il fuoco accesso là in foresta

Tutto un andare tutto un viavai

Fra... lavoro... le visite e le cacciate

passa senza dormir tante nottate.

 

8

Le sventure di strapazzo vi ho narrate

Ora c'è l'ingiustizia e le angherie

A noi poveretti che ci sono usate

Dai superiori, queste ingrate arpie.

Se un altro momentino mi ascoltate

Vi dirò tutto senza dir bugie

Con ingiuste maniere siam trattati

Son peggio dei padroni gli impiegati.

 

9

Non si ricordan più quegli affamati

Quando eran come noi al pari eguale

Chè ora a mangiar pane si son trovati

Son quelli che ci fanno tanto male

Sfruttano le fatiche ai disgraziati

E senza aver rimorso conscienziale

Fra ministri capomacchina [sic] e dispensieri

Son quelli che ci mettono nei pensieri.

 

10

Scusate questi versi troppo alteri

Non voglio dire che tutti siano uguali

Ci sarà qualcun che fa i suoi doveri

Ma i più son quelli che tarpano l'ali

Lo posso dire perché fo quel mestieri

C'ho ricevuto azioni d'animali

Dal capomacchina [sic] si può principiare

Di quando il prezzo lui ci viene a fare.  

 

11

E prima di venirlo a combinare

Tante cose future vi rammenta

Vi fa conoscer col suo chiacchierare

D'aver la buona mano ell'vi tenta

Dicendo : vi fo' molto guadagnare

Da chi vuoi venti, venticinque o trenta

Ma quando ha fatto un portafoglio pieno

Li mette in tasca e poi ci dà di meno.

 

12

Ammettiamo a dir là su quel terreno

Ci siamo un tanto a soma a lavorare

Ci volesse due lire e non di meno

Uno e ottanta ve lo fa bastare

Senza rimorso né coscienza in seno

Che poco prima vi venne a spolpare

E gli ha un bel dire: se lavorerai

Il tuo guadagno tu ce lo farai

 

13

Finora senza prezzo lavorai

Risponde finalmente il poveretto

Ben che sia da poco quello che dai

Di terminar il lavoro son costretto

Vedrò se tanto ingrato tu sarai

Se la coscienza ti rimorde in petto

Quando avrò lavorato qui otto mesi

Se mi rimandi a casa per le spesi.

 

14

A dirvi tutto l'impegno mi ripresi

Ora vi tratterò dei dispensieri

Che loro stanno sempre a libri tesi

Non fanno che aggiuntare cifre e zeri

Tengon di frodo le misure e pesi

Per non dare a chi aspetta i suoi averi

Io ve lo dico in faccia e non spavento

E danno il più giusto l'ottanta per cento.

 

15

Ora d'un'altra cosa vi rammento

Del lavoro che avete consegnato

Levan la tara il quindici per cento

E poi c'è un rinsacco smisurato

Questo lo fanno secondo il tuo talento

Non gli basta di quel che c'è andato

Fra rinsacco somelle fa' ribrezzo

Credete Iddio ce lo mangian mezzo.  

 

16

Ci fanno il frumentone a caro prezzo

Quaranta lire ve lo fa' al quintale

Va oltre ribollito e sa' di lezzo

Sarebbe roba da darsi al maiale

Bisogna tacer e non c'è via di mezzo

Tanto se reclamate non vi vale

E se qualchedun siamo ascoltati

Si passa da ignoranti e da sfacciati 

 

17

Ma quando ai conti poi siamo arrivati

Là c'è un ministro che ve li sistema

Presentate i libretti ben sigillati

Che d'aprirli a lui molto gli prema

Quando l'ha letti e ben esaminati

Quello che gli par troppo ve lo scema

E tutto a utile suo le somme tira.

 

18

Con atto di sorpresa l'occhio gira

Scusi signore, gli ha sbagliato

E lui risponde tutto pien d'ira

Va' via, è troppo quello che ti ho dato

Di più s'infama e di più s'adira

Dicendogli : Poltron, non hai lavorato,

Se di più stavi attento e lavoravi

E' certo anche di più tu guadagnavi.

 

19

Ad esser stati là otto mesi schiavi

Sentite come tagliano la giubba

Di centonovantanove tutti bravi e fanno

A piccar l'ora a chi più ruba

Chiudon le porte e girano le chiavi

Il poveretto si dole e si sconturba

Ritorna a casa strapazzato e scosso

Con pochi soldi e con le febbri addosso.

 

20

Cose che fanno abbrividire l'osso

Pensando ai casi d'uno sventurato

Son tutte vere e io provar lo posso

Perché più volte mi ci son trovato

E questo a compassion mi ha mosso

Benché a comporre non ci sia portato

Fermo il tema e ripongo il calamaio

E son Venturi Olinto carbonaio.
 

 

III- Versione di Primo Begliomini (1907-1991)

 

Questa è la mia vita

 

Ora vi narrerò la vita strapazzata

Per chi alla macchia va per lavorare

Vita tremenda e vita tribolata

Chi non ha provato non la può narrare

Soltanto nell’inferno un’anima dannata

Non puole tante pene sopportare

Non puole avere tanta sofferenza e dolore

Quanta ne ha il carbonaio e il tagliatore.

***

 

Parte da casa tutto lieto in cuore

unito assieme a diversi compagni

là lascia la famiglia immersa nel dolore

i figli scalzi e nudi come ragni

e va dicendo sì giova il mio sudore

e la speranza di far buon guadagni

soccorso vi darò, poi lo vedrete

comprerete il vestito e mangerete.

***

 

Le speranze son buone le intendete

perché il padrone fa buone promissioni

van dappertutto come ben sapete

queste son secondo le combinazioni

in Corsica, in Sardegna ed in ogni lato

vanno a favore dei loro padroni

ma poi per far maggior fortuna

andrebbero nel mondo della luna ;

***

 

Se incontra la foresta folta e bruna

gli sembra di aver trovato un gran tesoro

là nel centro di quella e in parte alcuna

forma una cella per il suo dimoro

tutte le sue energie là consuma

pensando sempre a far tanto lavoro

l’alloggio fa di legna, terra e sassi

assomiglia al ricovero dei tassi ;

***

 

La porta fa di rame e d’altri antrassi

letto anche quello di rame del più fino

e lì otto mesi bisogna coricarsi

e nutrirsi del cibo più meschino,

a cacio e polenta non si diventa grassi

e per risparmiar se ne mangia anche pochino

si dorme duri sotto a quelle zolle

col capo a terra come le cipolle.

 

La vita del Boscaiolo

 

Là si lavora sempre a mente folle

con la speranza di guadagnar molto oro e argento

si salta e si scatta come sulle molle

si guarda il lavoro con occhio vigile e attento

si lavora all’aria cruda e a quella molle

si lavora quando piove e quando tira vento

si lavora quando nevischia e quando tempesta

là si lavora sempre e non si fa mai festa.

***

 

Poi viene un dì che l’insetto lo molesta

che in otto mesi non si spoglia mai

là lui dorme e non si copre mai la testa

dormendo teme di trovarsi in guai,

tiene il fuoco acceso là in foresta

andare e venire è tutto un via vai

tra visite al lavoro e le cacciate

passa senza dormir tante nottate.

***

 

In Sardegna forte tiran le ventate

per far carbone il tempo è brutto

bisogna saltar giorni e nottate

se tu ti fermi ti distrugge tutto

il padron ti dice se la legna mi bruciate

ai conti poi vi fo pagare tutto

e quando il vento di tirar ha finito

il boscaiolo è brutto e avvilito.

***

 

Fortuna che gli regge l’appetito

perché il caldo si comincia a far sentire

se tu lo guardi non sai com’è vestito

son due mesi che ha smesso di cucire

è solo contento perché ha quasi finito

sente il bisogno di andarsi a pulire

il 15 giugno la mattina all’otto

si finì di coprir le carbonaie e metter sotto.

***

 

Per S. Giovanni si fece il fagotto

e via diretti si va dal padrone

la sera si incomincia a fare il conto

prima la spesa e poi quello del carbone

è lì che successe davvero un quarantotto

e s’arrivò a far proprio questione

a forza di aumentare la spesa e tarare il mandato

ci diede la metà di ciò che s’era guadagnato.

 

IV- versi riccordati da Edo Mattei  (1998) :

La capanna ed i carbonari

Li porta nella foresta folta e bruna

Gli par di aver trovato un gran tesoro

In mezzo di questa non vien parte alcuna

Formo’ la cella per il suo dimoro

E la coprono di terra e sassi

E rassomiglia ad un ricovero di tassi.

Dormono duro sotto quattro zolle

Col capo in terra come le cipolle,

Dormono, non si coprono mai la testa

Perché hanno il fuoco acceso la foresta.

 

E fra le sommondiere e le cacciate

Passan senza dormir tante nottate.

L’acqua, il vento e gli insetti li molesta

In otto mesi non si cambian mai.

 

V- Versi raccolti a Casa Calistri (Granaglione)

(versione rintracciata nella primavera del 2006)

Vi voglio raccontare di chi alla macchia va a lavorare
Vita tremenda e vita tribolata
chi non l’ha prova nol po’ immaginare
credo all’inferno un’anima dannata
non pole così tanto spasimare,
non pole aver né spasimo e dolore
quanto n’ha il carbonaro e il tagliatore.

Parton da casa tutti lieti al core
uniti assieme a diversi compagni
lascian la moglie immersa nel dolore
e i figli scalzi e nudi come ragni
Disse: se gioveranno i miei sudori
ho speranza fi fare buoni guadagni
soccorso vi darò poi lo vedrete
comprerete il vestito e mangerete

Le speranze son bone se mi intendete
perché il padron  fa bon promessioni
Vanno per tutto come ben sapete
questo secondo le combinazioni
in Corsica in Sardegna si va lieti
con la speranza di maggior fortuna
anderebbero anche al mondo della luna!

Voltano il capo da ogni parte alcuna,
forman la cella per la sua dimora;
la fabbrican di legno e terra e sassi
che rassomiglia al ricovero dei tassi;
la porta fa di rami ed altri addrassi,
il letto fa di rami un po’ più fini,
e dorme otto mesi sotto quelle zolle
col capo in terra come le cipolle
.

VI- Testimonianza di Primo Begliomini

 

... Diceano, ti dò, faccio per dire dieci lire al quintale, dieciundici, mi riordo, al quintale di arbone.  Quanteppiù tu ne mandavi allora tu avevi due libretti. Uno ci si segnava i quintali del carbone che si mandava e andava all’imposte, e una della spesa. Un altro libretto della spesa perché la spesa per mangiare pen­saval padrone a farla venire in macchia. E s’era lontani di tre uattr’ore andà a un paese, ome facevi andàffa la spesa. Faceva la dispensa! Nel mezzo alla macchia e li’ tu andavi, in modo che avea tutta nelle mani. Quando s’arrivaaffine di stagione se tu avei guadagnato lisembraa che tu avessi guadagnato, troppo la spesa te la rincaro e ve la metto più alta in modo che avean tutto nelle mani loro. E ci deano quello che... quel­lo elli parea ecco. E’ stato il lavoro più massagrante e più sfruttato di quello un ce n’è stati altri di lavori. Peggio del boscaiolo un ce n’è stati. Peggio assai del contadino.

Io, per tanteose, un dio mia, ma per altrettante tornerè volentieri ome si vivea prima, per tanteose Perché c’era più tranquillità, c’era più galatomismo, c’era Dio bono..., ci si volea più bene. Qui siamo una borgata di dieci famiglie. Se uno qui perdea il portafogli, l’avesse perso per qui, tu ha affaconto davello person camera. Se lo trovava un altro sta pur sicuro, come se l’avesse trovato uno di famiglia, lo stesso. Era una bellosa hellaellì. C’era uno he s’ammalava, Dio bono, ell’altro dice, c’avea daffà le faccende, c’avea qui, c’avea là; aspetta, li si dà un colpo di mano tutti, io bono, c’era più fratellanza, più solidarietà. Era meglio, per tante cose, era meglio prima e per tante un dio mia, perché ora si sta diciamo meglio, di mangiare, s’ha la casa con tutti i comodi, quest’è vero, ma c’è anche tanteose che enno peggio.

In Maremma io ci son stato uattr’anni. In Sardegna c’ho fatto undici stagioni. In Corsica quattro. In Affria uattr’anni. Pon’ho passati cinque in Francia: il meglio ho passato uello. In Francia s’è fatto carbone solo un anno. Il resto si facea legna, e si facea il sughero, si facea perfino il tannino.

Allora andava il tannino, e usava questo tannino per le conce, per conciare il cuoio, per fa le scarpe. Quello appiccicato. Perché anche la sughera, c’ha il sughero, ma podoppo sotto ci rià l’altra buccia. Quella servia per fare questo tannino per le conce; ecco andava a Santa Croce, di lì e là dove conciavano le pelli. Nsomma in Francia ci sono stato, io e lui (il fratello) ci siamo stati cinquanni, s’è fatto solo un anno carbone. Il resto si facea legna, si facea questo sughero, si facea il sughero avvezzo diciamo osì; avvezzo sarebbe alla sughera e se ne levava un metro, un metro e mezzo, dumetri, conforme la forza che avea la pianta, perché sai tu gli levavi il sughero, la pianta soffriva. Dopo, levato la prima volta, questo sughero che rifacea novo eh sarebbe stato più strinto, sarebbe stato com’una tavola, dopo. Ci devano una quarantina di lire... quarantamila lire. Ti ricordi quanto si guadagnava ? Ottanta franchi il giorno.

In Maremma c’era più sfruttamento perché c’era tanta gente; ce n’era tanti se n’approfittavano.

Invece nell’Affria ci mandavano propriouelli che sapeano fal carbone, i meglio carbonari: uesti padroni lo sapevanon paese. Prendeano il capo macchia, diceano : “Te tu mi devi portare de' carbonari, de’ migliori che c’è. Poi il prezzo nsomma ci s’accomoda”. Ecco che tutti non ci potevan andare là perché quello che nun era capace un lo pigliavano, ecco perché si guadagnava anche di più.

Le ditte eran quasi tutte livornesi... Noi s’è lavorato per un livornese anche là. Ora un mi ricordo ome si chiamava, mansomma eran guasi tuttitaliani nsomma, i padroni he ompravano esti appezzamenti là in Affria, Tunisia, Algeria : quattr’anni. Ci so stato che aveo sedic’anni poi ci son tornato che aveo venti, poi ci son tornato aveo ventidu anni; nsomma ci so stato quattro anni in Affria.

Si stea sempren baracche. Sempre baracche... baracche fatte proprio da noi... costruite da noi e coperte col cartone, col cartone catramato eh... si facea delle capanne nsomma abbastanza... Ci si mettea magari un po’ di più ma abbastanze agiate, ecco! Perché c’era caldo benché fusse dìnverno, là in Affria quando tiral vento del deser­to c’è un caldo Dio bono he un tu ci resisti da... da quell’afa da quel calore he ha quando tira ma insomma là io ci so stato quatt’anni. Sì, t’ho detto, si dice la vita ma tanto ci si stava tanto bene di mangiare e bere Dio bono, ci si sguazzava anche nel vino.

C’erano sempe i padroni che fornivano il mangiare e fornivano le dispense perché sennò il boscaiolo doveandà a pensare... Nvece tu arrivai la Domenica, dice: “c’è da andà a fa spesa". Si facea per utta la settimana. Settimana per settimana comen Sardegna, come dappertutto. Sempre, sempennel bosco, ecco, senza sortire madel bosco. Si stava otto mesi senza vedere né otomobili né sentire campane.

In Sardegna pol più vicino essostato c’era duòre ma siamo stati anche... anche quattr’ore ci voleandà un paese. Quando s’era a Dorgali ci volea quattr’ore. So stato a Alar de’ Sardi, ci volea quattr’ore, so stato a Oschiri che sarebbe vicino a Olbia, da tre a quattr’ore per andare... macheddiì, Madonna enno i posti più, più, più deserti.

Quando s’era a Canelefìgo, a Dorgali, ci venne mezzo metro di neve allora s'andè alle tracceacignali, siominciò andà aolombi la mattina e podoppo si trovava le tracce e siminciò a andà alle tracce de’ cignali. Ma lo sa', si durò più di venti giorni tutte le mattine; s’era a tre, quattro compagnie s’andeva mia tutti, in due in tre per compagnia, e si durò sì più d’un mese e se ne chiappò sedici; mi ricordo guasi tutte le mattine; sedici cignali si tiappò, in modo che non si rifiniva giorno per giorno: s’era salata e si rimangiava poi dopo. Ma dopo sì, tu aaffàconto he, tempo s’era perso, ma dopo si lavoraa giornennotte. Poerini ragazzi, hevvita essifece anche ell’annillì.

Per dirtene una: alla macchia mi poero babbo si letiò col capo macchia perché, Dio bono... ti veniano a fal prezzo di Marzo, poi ti diano questo, tanto, come li parea loro, Dio bono o bere o affogare. Allora vedeano che un guadagnaano nulla nsomma. Dio bono, un po’ ontrastarono pol mi babbo li prese la rabbia. Dio bono, un ne potea piue, chiappò la pala (ma questo era... eral capomacchia del Magrini... Alberto, l’ho sentito dì tante volte, poi l’ho conosciuto anch’io perché dopo ci sono stato che aveo diec’anni col mi’ babbo, laggiù); allora gli chiappò la rabbia, prese la pala, e allora lui era a cavallo. Berto, me lo ricordo come se fusse ora, Dio bono, e partì e lui gli dé dietro, gli tirò anche la pala dietro. Ora quandol mi’ babbo ritornò lì c’avea un su zio... e ritornò lì alla arbonara, el su’ zio lo trovò che piangea perché dice: « ora tu l’ha fugato, un altranno o noi non ci rende il lavo­ro ». E piangeva. Di bono, perché un li rendevanol lavoro.

... Dio bono ragazzi. Eppure è successo a loro di nun pagalli e pom’è successo anche a me di nun dammi neanchun soldo. Quando s’era laggiù... A Potenza, ti ricordi (al fratello) che dovetti veni via. Io doveo andà sol­dato e li dissi al padrone: « Io, ecco qui la cartolina, io bisogna che andia soldato. Soldi un ce n’ha dati punti, dio, bisogna che mi dia almeno qualcosa, bisogna che me lo dia ».

Disse: « Io nun solo un li dò niente, disse, ma nemmeno permetto che... dice, io voglio che lei rimetta un omo nel su posto. » Che dici, un si guadagnaa nulla, che trovassi un orno che m’andesse lì al suposto, era il mese di Maggio, era il sei di Maggio, me la ricordo sempre. Io c’aveo la artolina lì, per andà soldato, dissi : « Non ci viene nessuno » che di’, un si guadagnaa nulla) « E io nun ti dò neanchun soldo ». Allora andai dai Carabinieri. Gli feci vedere la artolina; il padrone non mi dà neanchun soldo o come fo, da Potenza ?) « Io un voglio sapé nulla! ». Perché anche i Carabinieri io bisogna che sia sincero, bisogna chellodia, aveano paura, e più duna volta l’hanno preso a sassate. Disse « Io nun voglio sapé nulla. Quando m’arriva l’avviso dei Carabinieri del tu’ paese, vengo e t’arresto ! » Allora andai a Potenza insieme con quelli di leva come me che andavano... Senti mi voleano vestire laggiù, ma io, Dio bono, tu sé stato sei o sette mesi in una macchia tutto sudicio... Allora venio volentieri a casa. Allora mi dissero: « Senti, più che ti si pò fa, ti si fa il foglio di viaggio come militare e tu spendi.. ». Si spendea 105 lire, me lo ricordo bene. Spesi 40 lire come militare.

Ma queste 40 lire e si prese tutti i portafogli che ci s’avea lì in capanna... ti riordi, s’arrivò a 42 lire con tutti i soldi che s’avea fra tutti. Insomma, ci si sgocciolò tutti. 40 lire di viaggio e con du lire comprai un pane e una tascata di fichi secchi. Perché guarda è lungotto da Potenza. E per la strada sul treno... la terza era piena, un cisentrava. Dissi io vo in seconda. Si starà a vedere, piglià un mi piglian niente, e un ho niente. Aveo altro che quel pane nella pezzola. Andai in seconda e allora c’era un signore, sa come succede, ci si mette a ragio­nare, dove va, una cosa un’altra e dopo un po’ di tempo io affetto questo pane. Disse : « E il companatico ? » Eglarraccontai mi c’era voluto nsomma i soldi per il viaggio m’era avanzato du lire, aveo preso questo pane solo. Quest’omo si alzò, ragazzi quella cosa lì nun me la dimenticherò mai; s’alzò, andeva lì... o che ofussino stati gente che si conosceva, io non lo so. Dice: « Dammi du lire, dammi du lire... » girò tutta la carrozza e fece 16 lire.

Arrivò lì e me le dé. Mi c'entranno di omprare il companatico e di venì a mangià a Pistoia. Ecco, doppo avé lavorato tanto, venì a casa lemosinando.

 


 

[1] Breve Storia di un lamento e di uno sguardo, « ‘Ottava vita’ e dintorni. I carbonai dall’ottava rima al rock », a c. di Gianfranco Monteni, Siena, Amministrazione Provinciale, 1997, pp. 63-75. Nello stesso libro C. Rosati presenta quattro varianti del Lamento, p. 94 (ma precisa di averne raccolto ben otto).

[2] Già pubblicato dal pittore Dino Petri, Vita Srapazzata memorie di un carbonaio, Massa Maritima, 1993.

[3] AA.VV.

[4] Sono le parole di Guelfo Berti, nipote di Olinto Venturi, trascritte da Claudio Rosati, in op. cit., p. 72. Sembra anche l’autore di un foglio volante firmato Venturi, informazione da G. Borghi riportata da Cl. Rosati.

[5] « Siccome quando io mi trovai giù a Bonelle, uno dice… questa qui, la vita strapazzata l’ha inventata uno di sopra a Porretta. Poi un altro dice, non, è una signorina che sta a Calamecca [allusione a Maria Cioletti di cui si parla dopo], che sarebbe nella montagna di qua. Allora io dissi, mi dovete dire una cosa, scusatemi se vi faccio un’osservazione, che ve l’ha detto a voi che l’ha inventata quello, che l’ha inventata quell’altro ? Se lo volete sapere ve lo dico io. Allora me la fece di’ tutta, perché sono 160 versi. […] Allora quando arrivai [alla fine] e gli dissi « Fermo il tema e ripongo il calamaio, son Venturi Olinto carbonaio ». Lui l’ha fatta, non voi ! », Toscana Folk, V, n° 6, p. 5.

[6] Ottava vita, op. cit., pp. 77-86. Le due versioni Falvio Bucci e Piero Bucci, ambedue imparate dal padre Giovanni sono molto vicine, con piccole differenze interessanti però.

[7] C. Rosati cita anche un’altra firma « io son Bovani Adriano carbonaio », op. cit., p. 64. Rosati da un’interpretazione un pò diversa : « Le firme che nei testi variano e si aggiungono l’una all’altra, sembrano le sottoscrizioni di un manifesto e il lamento è stato, allo stesso tempo, il manifesto di una condizione e la rivendicazione di una straordinarietà », op. cit., p. 64.

[8] Aimé Mucci, Les Forçats de la forêt. L'épopée des charbonnniers, Toulouse, Editions Universitaires du Sud, 2002, p. 84-90. Per errore, Mucci scrive Olindo invece d'Olinto, nome segnato sul testo raccolto da Alfo Signorini. Il testo è affiancato da una traduzione francese. Presento qui però la copia datami da Alfo Signorini (Tobbiana), che ringrazzio di cuore. In questo libro di Mucci vengono riprodotte anche una versione cantata dal poeta Primo Begliomini (1907-1991) della località Le Piastre (Vivaio, Pistoia) divisa in due poemi, ognuno di 5 ottave, di cui i titoli sono : Questa è la mia vita e La vita del boscaiolo (p. 128-131, con traduzione a fronte).  Si tratta delle 7 prime ottave e di 3 ottave apparentemente originali, come si può vedere qui, nella parte documentaria. I poemi sono preceduti da un’intervista in cui Begliomini narra episodi della sua vita di boscaiolo, che sono forse i migliori commenti che si possono fare del lamento (p. 124-126). Sfortunatamente l'autore non dà la fonte documentaria dei testi. Ho potuto però rintracciarla : si tratta  del libro di Primo Begliomini (1907-1991), Poesie del nonno montanino, Pistoia, Pantagruel, 1992 (ormai disponibile soltanto nel paesino di Vivaio), p. 5-8 (intervista) e 9-10 (Lamento). Si può anche leggere qui, in coda di queste mie spigolature nelle pubblicazioni altrui.

[9]Per esempio la versione di Domenico Bartoletti nato nel 1894 a Bastia in Corsica registrata nel 1965 a Tirli dalla cantante Caterina Bueno. Si legge in Ottava vita..., op. cit., pp. 86-88 (è stato probabilmente Caterina Bueno ad avere dato alla canzone il titolo di Lamento del carbonaio, intervista di Pietro Clemente alla cantante, op. cit., p. 97 ). Un’altra ancora, senza indicazione, si trova su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Canti_della_Montagna_pistoiese.

[10] Si veda C. Rosati, art. cit. : « Sicuramente lo scrive con il controllo della maestra. Sul primo rigo, ben centrato e sottolineato, il titolo : Il carbonaio. Il suo quaderno andrà in città alla mostra della scuola pistoiese, allestita per festeggiare la nascita della provincia voluta dal Duce. Non appaiono versi su « le ingiustizie e le angherie ». Ancora non li cantavano o è la maestra a censurarli ? », op. cit., p. 67. Il testo si trova a pp. 92-94.

[11] Il Boscaiolo, II lavoro dell’uomo e la distruzione della foresta, Bologna, Centro Studi Editoriali Castel di Casio, 1991, p. 69-73.

[12] XI, 8 (però il verso si trova nella versione di Piero Bucci e in altre versioni complete come quella di Signorini-Bolognesi, in cui manca però XVII, 8).

[13] In questa versione di Carpineta qualche rima però è errata, ma è dovuto forse alla trascrizione.

[14] Non ho potuto leggere G. Borghi, che attribuisce anche lui il canto a Olinto Venturo, nonostante indaghi sulla registrazione di Lomax e Carpitella : A Treppio alla ricerca di Alan Lomax e dei « poeti » improvvisatori, in, AA. VV. Gente e luoghi della Sambuca Pistoiese, Sambuca Pistoiese, editoriale Nueter, 1991, p. 179-194.

[15]Cordes, CORDAE La Talvera, 1999. Il libro è associato ad un DVD dallo stesso titolo, Daniel Loddo, Denis Illionet, Aimé Mucci, Céline Ricard et Eric Colas – Cordae La Talvera “Mémoires sonores” – 1999. Tutti particolari biografici che seguono sono tratti dal libro.

[16] Il Lamento non è certo una tenzone o contrasto. Si capisce però perché viene percepito dall’informatore come avendo un'origine estemporanea, visto la forma dell’ottava con ripresa di rima, di cui Edo Mattei doveva essere cosciente, anche se ricorda solo qualche verso e nemmeno un’ottava intera.