31 mars 2008
Commedie e comici toscani
Il teatro popolare amatoriale in lingua toscana (il cosiddetto “vernacolo”) è tuttora di una gran vitalità, seppure non c’è quasi nessuna probabilità per un turista, anche italiano, di accorgersi della sua esistenza. A Firenze, ha trovato luoghi di rifugio lontano dal Duomo, in umili sale dei quartieri periferici. Generalmente sono dentro alcune delle innumerevoli case del popolo che continuano ad assumere un ruolo sociale e culturale centrale nella vita dei cittadini. Ci vuole attenzione e fortuna per trovare affissi alcuni modesti manifesti. A malapena questi spettacoli vengono annunciati nei giornali locali. Però due di quei teatri – la S.R.M.S. di Nave a Rovezzano, Via Villamagna, sede del gruppo La Nave e il Teatro Nuovo di Via Fanfani, dove si esibisce la compagnia Il Grillo – incontrano, difatti, un grande successo. Entrambi presentano ogni anno una commedia, nei mesi invernali, al ritmo di due spettacoli la settimana (sabato sera e domenica pomeriggio, cioè sulle trentadue rappresentazioni per La Nave, e il doppio per il Teatro Nuovo su tutto l’anno). Ora, fino all’ultimo spettacolo della stagione, i due teatri sono stracolmi.
Ho assistito di recente a due spettacoli presentati in queste sale e non mi è certo dispiaciuto. Avverto però il lettore che questa piccola recensione è redatta da uno spettatore ingenuo, in altre parole di un curioso alla scoperta di un mondo a lui prima sconosciuto, un amatore privo del minimo di cultura idonea che gli permetterebbe di dare un giudizio fondato.
La S.R.M.S. di Nave è una piccola sala, che si apre in fondo al bar del circolo Arci. La domenica mattina, avevo trovato il volantino nella stanza che faceva da spogliatoio per la gara podistica organizzata lì[1]. Tra gli odori delle pomate canforate e gli effluvi dei piatti di pasta generosamente offerti all’arrivo degli atleti nel cortile adiacente, mi chiedevo dove, in un palazzo così stretto, in questa confusione di borse da sport e di bicchieri di plastica, si potesse trovare il teatro. Il pomeriggio, mi accorsi che era proprio lo spogliatoio della mattina, trasmutato come per magia dopo la gara… o piuttosto restituito alla sua prima funzione, perché nel putiferio sportivo non avevo notato il palco, il sipario, nemmeno la cornice della scena, risalendo secondo ogni probabilità al primo allestimento del teatro negli anni trenta[2]. Un pubblico d’età rispettabile, vestito a festa, riempì in un batter d’occhio la saletta. Il titolo dello spettacolo era: Fra le fresche frasche…
La commedia, davvero deliziosa, piena di queste locuzioni proverbiali, parole equivoche, risposte spiritose e pungenti (ad esempio: « la tu mamma, l’avrà presa a sassate la cicogna ! ») che danno al toscano il suo tocco peculiare, era recitata da attori incensurabili, alcuni addirittura eccellenti (in particolare Valerio Ranfagni, anche direttore e regista della compagnia), in perfetta sintonia col pubblico. Il contrasto e il confronto tra « vernacolo » e « lingua » sono anch’essi portati sul palco, con effetti comici, ma sopratutto come una semplice evidenza, perché quest’incontro è la cosa più normale nella vita corrente, in modo che il borghese o il giovanotto perbenino che entri in scena parlando l’italiano, o semplicemente un italiano toscanizzato, trova il suo posto nella finzione con la più grande naturalezza.
Stesso piacere, stessa complicità nel più spazioso Teatro Nuovo, frequentato, quel sabato sera, da un pubblico questa volta di tutte le età, venuto a divertirsi in famiglia. Anche lì, attori perfettamente ai loro agi nei personaggi comici, in una commedia esilarante e frizzante: Contesto perché voglio con…te…stare... Un intreccio stiracchiato quanto il titolo, ambientato in una specie di agenzia matrimoniale ingombrata da personaggi strambi, vera sfilata macchiettistica: una una donnona, il suo serve marito (Sergio Forconi, bravissimo), un cameriere balbuziente, un falso prete, ecc.
La commedia del teatro di Nave esibiva d’altronde più o meno gli stessi tipi con gli stessi modi di recitare. Vedeva anch’essa poi il succedersi di peripezie strampalate in un’agenzia (l’agenzia sembra il luogo ideale di questo genere di commedia, che permette di fare incontrare personaggi che non si conoscono o piuttosto che credono di non conoscersi, ma camminano insieme verso il loro finale mutuo riconoscimento). Questa volta si trattava di un’agenzia d’investigazione (l’agenzia Centocchi), il cui lavoro consisteva principalmente nell’inseguire coppie illegittime e ricercare spariti volontari… Un intreccio imbrogliatissimo, ma di cui tutti i fili finivano per snodarsi, grazie alla confessione fatta da una signora volubile dei suoi lascivi svaghi... sotto le fresche frasche. La storia si svolge, precisava il volantino del programma, all’« epoca attuale ». Bisogna però dire che i tipi psico-sociali rappresentati (quello della ragazza madre, ma anche del marito geloso, e così via) hanno perso gran parte della loro attualità, ma è precisamente quest’inattualità, il mondo della commedia di costumi all’inizio del secolo scorso, artificialmente trasposto in situazioni più o meno contemporanee, che incanta il pubblico.
Lo stesso si può dire dell’altro pezzo, liberamente tratto da un’opera dell’attore Raul Bulgherini: Reverendo la si spogli. Ci sono, sì, alcuni personaggi « moderni », come ad esempio una ragazza « contestatrice » sfruttando comicamente un gergo rivendicativo. L’intreccio però è quello della commedia dei vecchi tempi: dei genitori prepotenti (qui la madre) contrastano le scelte amorose e matrimoniali dei loro figli. Anche se questa situazione è ormai priva di ogni verosimiglianza, è sempre funzionante e continua a far ridere dal fatto stesso del suo carattere topico, e comunque l’inverosimiglianza non ha nessuna importanza in se stessa; la cosa importante è il gioco dei travestiti, della caricatura e soprattutto della buona battuta.

Raul Bulgherini, Compagnia Il Grillo
La lettura del programma di Fra le fresche frasche dà un’informazione interessante sulla commedia : è di fatto l’adattamento toscano di una commedia napoletana: Per mezz’ora di sfizio scritta nel 1985 da una autore dal nome poco napoletano, Samy Fayad. In effetti, Fayad era un libanese nato a Parigi e cresciuto in Venezuela che approdò a Napoli all’età di tredici anni. Ed è nella città partenopea che compone per il teatro e la radio numerose commedie di gran successo popolare, spessissimo rappresentate e tradotte in diverse lingue. Tra queste lingue – basta per rendersene conto dare un’occhiata su internet – al primo posto stanno i « dialetti » d’Italia. Gli ultimi anni, in effetti, questa commedia, accanto ad altre dello stesso autore (Il Papocchio, Cose turche, Come si rapina una banca, Il settimo si riposò), è stata adattata di continuo in tutte le lingue regionali della penisola: nel Veneto, in Lombardia, a Ferrara, in Molise, in Sicilia… Il fenomeno è davvero sorprendente e meriterebbe di essere studiato per se stesso. Il fatto che un immigrato d’origine libanese abbia escogitato una forma di commedia di cui si deliziano le compagnie amatoriali dedicate al teatro d’espressione « vernacolare » mi sembra molto istruttivo. Questa dialettica umana e culturale del globale e del locale, nonché quest’uso di una trama comica come supporto del libero gioco di ogni lingua particolare, sono senz’altro soggetti di riflessione appassionanti.
Queste commedie appariranno forse a qualcuno molto convenzionali e un po’ antiquate, ma sono anche per questi motivi delle cornici in cui, chi vuole, può dare libero corso alla propria lingua, quand’è vissuta e percepita come essenzialmente colloquiale. In ogni caso, un abisso separa questi pezzi di teatro finemente composti e interpretati, da certe prestazioni costernanti dei comici toscani che ora vanno di moda. Per curiosità, infatti, e anche un po’ per desiderio di superare certi pregiudizi di spettatore, ho assistito anche ad uno show di due comici feticci della scena fiorentina, Massimo Ceccherini e Alessandro Paci, nella grandissima sala, sovraffollata, del Saschall. Lo spettacolo aveva come titolo (e questo avrebbe dovuto bastare a svegliare il sospetto) Quei bravi racazzi. I due sono famosi, tra altre cose, per la loro partecipazione ad un Pinocchio culto che, nel 1998, aveva radunato buona parte dei comici fiorentini, tra cui l’eccellente Carlo Monni. In questo Pinocchio, di cui i fiorentini si scambiano cassette e dvd, momenti di felice trivialità e d’improvvisazione inventiva, succedevano a lunghi tempi morti, noiosissimi, almeno allo schermo… Lo spettacolo di Ceccherini e Pace, di un vuoto assoluto, è interamente composto di questi tempi morti in cui non succede e non si dice niente, fuori del reiterato proferire di pochissime parole, come « cazzo », « trombare » e « troia », cioè le poche parole bandite dalla « vecchia » commedia (è vero un po’ pudibonda nel dire, ma certo non nell’accennare). Ma qui, veramente, rimangonole oscenità e manca tutto il resto, a cominciare da una trama qualsiasi. Questa, infatti, si riduce al progetto di Ceccherini di allestire uno spettacolo con la sua vecchia comparsa Paci, « sul sesso », e costui prima rifiuta, preoccupato da una sua sospetta onorabilità (ha ormai una famiglia, dei figli...), poi finisce per accettare perché ci sono da pagare i lavori di rifacimento della casa. Ogni volta che Ceccherini gli chiede di inoltrarsi un po’ più avanti nell’infamia (svestirsi, coprirsi di latex, e così via) e che lui dice « no, ora basta », sua moglie lo chiama sul cellulare e appare sullo schermo gigante per rammentargli che il tale o tal altro artigiano sta richiedendo i dovuti soldi... Ma fuori di questo espediente grossolano, di alcune piccole barzellette da bar e di scarsi effetti da mimo, non c’è niente: niente ritmo, niente contenuto, niente lavoro sul linguaggio, niente messa in scena, niente allestimento, niente preparazione. I due attori si sforzano pietosamente di apparire interessanti, scattando il più spesso possibile le tre parole magiche già citate, accompagnate da qualche briciola di « vernacolare » di una povertà assoluta e sotto travestimenti scemi (vestiti sado-masochisti, in forma di penne, ecc.). Tutto questo poi non sarebbe nulla – è proprio il caso di dirlo – se il pubblico (di cui il numero equivaleva per lo meno a quello delle trentadue rappresentazioni del teatro di Nave, d’altronde molto vicino, e che alla stessa ora riempiva probabilmente come il solito le sue cento piccole sedie), per di più giovani e adolescenti, invece di fischiare, come sarebbe stato sano e naturale, sembrava estatico… già comunque alla sola vista dei due compari, che d’altronde non hanno nemmeno esitato a vantarsi di aver fatto pagare ventiquattro euro a persona, senza avere niente d’interessante da dire né da mostrare. Fenomeno strano tuttavia, ed inquietante, laddove l’impostura e il furto sono così palesi, vedere uscire tutta questa gente, visibilmente quasi altrettanto soddisfatta della sua serata che se avesse assistito ad una bella partita della sua squadra preferita (la Viola evidentemente). Mi sono davvero chiesto, ingenuamente, quale « educazione » (quello che Paci e Ceccherini chiamerebbero forse piuttosto « educazzone ») avesse potuto renderli così disponibili e benevoli a questo grado zero del comico e del teatro. Evidentemente, non credo di sbagliarmi dicendo che questa preparazione la danno i programmi televisivi di divertimento e di reality show (d’altronde Ceccherini ha partecipato di recente all’Isola dei famosi). L’unico punto positivo dello spettacolo, forse, fu l’apparizione, alla fine, di Carlo Monni, recitando, senza dare né titolo né autori (non era davvero il caso), tre dei Dubbi amorosi dell’Aretino, divina confettura, a dire il vero, per i maiali.
La commedia vernacolare all’antica può certo destare certe perplessità, ma testimonia senza discussione possibile di un grado infinitamente superiore d’elevatezza su tutti piani, estetico, linguistico, umoristico, ecc. (non dico etico, né politico, ma lo potrei) Per finire, dirò che questa disillusione, o piuttosto collera di spettatore dello show comico-toscano, dimostra, per chi potrebbe avere dubbi a proposito, che le lingue seconde e minoritarie non sono per niente protette dall’ondata massiccia della scemenza televisiva primaria e maggioritaria.
JP C
[1] Queste gare, che fanno parte del paesaggio delle perifierie fiorentine del sabato e della domenica (se ne vede giustamente una all’inizio di Berlinguer ti voglio bene, film di un’assoluta autenticità etnologica), forniscono delle ottime occasioni per sentire il toscano.
[2] Lego sul sito di Pan nostrale che, fin da questa data, il teatro di Nave ebbe la vocazione de presentare delle commedie in vernacolo.

24 mars 2008
Rodomontades francophones
J’ai trouvé l’autre jour un exemplaire du Figaro abandonné dans un hall d’aérogare. J’étais tellement désœuvré que je me suis même mis à le lire. Ce manque d’entrain trahit, je l’avoue, de tenaces préjugés… La page Débats, ce mercredi 19 mars, était consacrée à la langue française. Le moins que l’on puisse dire, c’est que mes préjugés s’en sont trouvés confortés, voire accrus. D’abord je n’ai pas compris où se situait le « débat », car si les deux interventions exprimaient des positions différentes, nul différend ne les opposait… Philippe de Saint-Robert et Olivier Poivre d’Arvor (de beaux noms à particule qui semblent inventés exprès pour le Figaro) m’ont paru au contraire manifester un accord entier, solennel, vibrant, dans l’adoration exclusive de la langue française, la déploration de son déclin dans le monde et une absolue fermeture aux problématiques du multiculturalisme et plurilinguisme.
Le péril anglais
Ledit sieur
Philippe de Saint- Robert, « ancien commissaire général de la langue
française », récrimine contre la ministre de l’Enseignement supérieur,
Valérie Pécresse, coupable d’avoir déclaré, selon lui, dans le même journal, le
26 février, que « la France devrait… cesser de prétendre bannir l’usage de
l’anglais » et – cette fois il s’agit d’une citation de la ministre –
qu’elle « ne milite pas pour imposer l’usage – déclinant (sic) – du
français dans les instituions européennes à l’occasion de la prochaine
présidence française de l’Union ». Comme j’aime bien contrôler les
sources – c’est sans doute un vice d’historien – j’ai recherché l’article
incriminé, ne serait-ce que parce que ce mot de « déclinant »,
dénotant une constatation au demeurant correcte, me semblait peu probable dans la bouche de la ministre, payée en autres choses pour ne pas sombrer publiquement dans un défaitisme trop voyant. En
fait, il s’agit d’un entrefilet du 25 février que je cite en entier :
«Valérie Pécresse ne milite pas pour imposer l’usage déclinant du
français dans les institutions européennes à l’occasion de la prochaine
présidence française de l’Union. Le ministre de l’Enseignement supérieur, de
passage hier à Bruxelles, souhaite au contraire «briser le tabou» qui conduit
certains défenseurs de la langue française à vouloir bannir l’usage de
l’anglais. Une stratégie contre-productive, selon elle. Le ministre plaide en
faveur de l’apprentissage effectif de deux langues étrangères, dont l’anglais,
et regrette que les professeurs étrangers enseignant en France, en particulier
britanniques, ne puissent dispenser leurs cours dans leur propre langue ».
Où l’on constate d’abord que l’auteur de la phrase incriminée est le
journaliste et non la ministre, et que ces mots servent d’introduction aux
propos de Pécresse, d’ailleurs résumés et non cités, à l’exception de l'expression « briser le tabou ». Philippe de Saint-Robert est donc un lecteur
distrait ou de mauvaise foi, et les responsables de la pages Débats se
sont montrés pour le moins négligents en laissant passer cette double
inexactitude (de date et d’imputation de propos non tenus). Selon toute
apparence, il s’agit d’un assez plaisant phénomène d’auto-intoxication du Figaro
par lui-même.
Une source
plus fiable, parce que directe, est fournie par le journaliste de Libération
Jean de Quatremer, qui assistait au déjeuner auquel la ministre avait
invité un groupe de journalistes
français, et qui cite sur son blog (Coulisses de Bruxelles, UE) quelques unes des déclarations que celle-ci aurait
faites à cette occasion (les italiques sont dans l’original) : « je veux rompre le tabou de l’anglais » ; « L’anglais doit être une des langues que tous les jeunes
doivent maîtriser : on ne peut pas laisser sortir du système éducatif un enfant
qui ne sait pas parler cette langue » ;
« Il faut même donner des cours en
anglais à l’université » ;
« Notre culture rayonne d’autant
mieux qu’on s’exprime dans la langue de l’autre ». Et le journaliste de conclure : « Le
chemin vers le tout anglais semble bel et bien balisé. Il va falloir s’y faire
: à terme, les Français auront donc deux langues maternelles». C’est que
de Quatremer, tout Libé qu’il soit, est, comme ses confrères du Figaro,
un vaillant petit soldat du français en détresse, lorsqu’il écrit par exemple
rageusement et de façon franchement indécente, à la limite du racisme, contre
l’importance prise par les flamands et donc par leur langue dans le
gouvernement belge.

vignette de Trez
La langue qui rend l’Europe européenne
Comme Pompidou cité par Philippe de Saint-Robert dans son article, de Quatremer trouverait sans doute normal et légitime que le français restât la première, voire l’unique langue de travail dans les institution européenne : « Je dis, déclarait Pompidou le 19 mai 1971, que si demain l’Angleterre étant entrée dans le Marché commun, il arrivait que le français ne reste pas ce qu’il est actuellement, la première langue de travail de l’Europe, alors l’Europe ne sera jamais tout à fait européenne. » L’Europe, non, ne saurait être européenne, si elle ne parle français ! Cette ridicule arrogance et stupide présomption des français font rire tous nos partenaires européens, et à juste titre… De telles déclarations, même si elles continuent à s’étaler dans les journaux français, ne sont plus aujourd’hui que de vaines rodomontades. Le fait est en effet que l’anglais s’est imposé comme première langue de communication dans les instances européennes, ainsi que dans toutes les institutions communautaires (travaillant cette année à l’IUE, je suis bien placé pour le savoir), et que les francophones ont manqué la seule opportunité d’y maintenir leur langue, qui aurait consisté à promouvoir aussi les autres ; ce qu’ils n’ont jamais fait, ce dont ils n’ont jamais eu d'ailleurs vraiment l’idée dans le passé, trop jaloux d’un privilège auto-proclamé, menacé par l’arrivée de la Grande-Bretagne, mais surtout par la diffusion tous azimuts de l’anglais, et aujourd’hui bel et bien perdu. De ce point de vue, les déclarations de Pécresse sont absolument réalistes : les étudiants français ont, de fait, absolument besoin de l’anglais : celui-ci est désormais nécessaire, non comme « langue maternelle » (cette expression de Quatremer n’a aucune pertinence), mais comme langue de communication en usage dans des parties toujours plus importantes du globe. Il serait malhonnête de n’en tenir aucun compte, quand on sait qu’une maîtrise au moins approximative du globish (qui du reste est se constitue comme une langue sensiblement différente de l’anglais d’Angleterre, et même de l’anglo-américain) devient une condition sine qua non pour eux, sur le « marché » international, d’obtention de bourses de recherche et de postes de travail.
Le pays où l’apprentissage des langues étrangères se fait en français
Par contre, ce que personne ou presque ne relève dans le chœur des voix courroucées, au Figaro, à Libé et ailleurs, est l’exclusive focalisation sur l’anglais, la réduction de la question linguistique à l’apprentissage de l’anglais. Le seul bilinguisme envisagé est anglo-français. Cela confirme à mon sens la surdité et l’enfermement linguistiques et culturels de la France. Très révélateurs à ce sujet sont les propos rapportés – sur le mode indirect – de Pécresse par le Figaro : elle regrette, on l’a lu, que les « professeurs étrangers enseignant en France, en particulier britanniques, ne puissent dispenser leurs cours dans leur propre langue ». Ce regret est parfaitement justifié, de mon propre point de vue : une société ouverte est une société qui accueille le multilinguisme et promeut le plurilinguisme[1]. Mais il faudrait alors que la ministre ait le courage de dire que ce bannissement repose sur un article de la constitution (art. 2) défendu bec et ongles par les membres de son parti et qui, interprété en son sens le plus strict, interdit tout usage public d’une autre langue que le français sur le territoire national ; article liberticide, en effet initialement destiné à barrer la route à l’anglais, aujourd’hui utilisé pour achever les langues régionales. Mais surtout, la formulation est intéressante (à supposer qu’elle soit vraiment celle de la ministre), car c’est de l’anglais que Pécresse veut parler, et seulement de lui, mais elle doit concéder le principe général selon lequel les enseignants étrangers devraient pouvoir, lorsque les conditions de compréhension évidemment son réunies (j’ajoute cette clause de bon sens), faire cours dans leurs langues. Il faut tout de même préciser, pour l’édification du lecteur non averti, que la ministre de l’enseignement supérieur officie dans un pays où de très nombreux cours de langues sont délivrés dans les universités, y compris à des étudiants spécialisés avancés dans le cursus… en français ! Chose inouïe pour la plupart de nos voisins, mais qu’ils doivent bien comprendre pour se rendre compte dans quelle situation de monolinguisme viscéral nous nous trouvons.
Dangers du bilinguisme
Celle-ci est parfaitement illustrée par les propos à cet égard sidérants de Saint-Robert qui écrit sans ciller : « On sait […] qu’il n’est pas recommandé de s’initier à une langue étrangère avant d’avoir une parfaite possession de la sienne propre ». Or, « on sait » exactement le contraire ! Tous les travaux sur l’apprentissage précoce du plurilinguisme montrent au contraire que celui-ci permet d’atteindre un niveau de maîtrise supérieur de la langue première. En outre, comme la perfection n’est pas de ce monde (qui peut se vanter de posséder « parfaitement » sa langue ?), si l’on suivait le précepte pédagogique de notre preux chevalier de la langue française, aucun enfant, aucun adulte ne serait jamais digne de s’initier aux autres langues. Et tel est bien du reste le message subliminal de Saint-Robert.
Pierre Assouline, que je croyais plus éclairé, écrit, lui aussi dans son fameux blog, pour contester les propos de Pécresse, que le tabou n’est pas celui de l’anglais, mais du soi-disant analphabétisme de nos bacheliers. L’urgence, selon lui, est évidemment de renforcer l’enseignement du français et certainement pas de s’occuper de langues étrangères (ne parlons pas mêmes des langues régionales, évidemment complètement occultées dans ces débats). Il ne viendrait jamais à l’esprit de ces plumitifs de droite et de gauche ignares et bornés que l’apprentissage du plurilinguisme (à condition qu’il se fasse dans les langues mêmes, évidemment, selon la seule méthode d’apprentissage efficace qui est celle de l’immersion) puisse être le meilleur soutien du français, comme cela est archi-démontré par tous les travaux de socio et psycholinguistique (voir par exemple sur ce blog Le scandale du bilinguisme).
Olivier Poivre d’Arvor, lui aussi, affirme dans son article que de « nombreux pays se font du souci chez eux pour la pratique de leur propre langue » (entendons bien sûr que la « propre » langue, la langue « propre » d’un pays ne saurait être que l’unique et seule langue officielle nationale, ce qui est la projection universelle, tout à fait fallacieuse, du «modèle français»), « par effet du multilinguisme », outre que par l’invasion de l’anglais. Il se garde bien d’apporter des exemples concrets, sur lesquels on pourrait véritablement discuter.
Quant à de Saint-Robert, il considère que le bilinguisme sonnerait le glas du français, en s’appuyant, non pas du tout sur des considérations linguistiques, mais sur la « loi » fort discutée de Gresham selon laquelle « la mauvaise monnaie chasse la bonne ». On aura compris – cela ne souffre évidemment aucune discussion –, que la mauvaise monnaie est l’anglais et la bonne le français… proposition absurde d’un point de vue linguistique et injurieuse à l’égard des anglophones. Cette comparaison économique, purement sophistique, est d’autant plus drôle que le même Saint-Robert reproche à nos gouvernants qui promeuvent l’anglais de « céder aux grands marchés internationaux dont l’obsession est d’uniformiser les goûts et les comportements, donc de broyer les cultures et les langues ». Combien de fois n’avons-nous pas entendu asséner cette idiotie ? La vérité est que les marchés, grands ou petits, n’ont d’autre obsession que le profit et n’entretiennent aucun sentiment concernant les goûts, les comportements, les cultures et les langues. On pourrait même développer un argumentaire tout à fais raisonnable selon lequel le marché des biens culturels aurait le plus grand intérêt économique à la diversité et à la pluralité.
Intermède édifiant
On reste en tout cas, objectivement, fort loin en France d’un quelconque bilinguisme anglo-français. La preuve en est la mésaventure survenue tout récemment à un groupe de trois « pèlerins » d'outre Manche, émules de Gandhi, qui avaient entrepris de faire le voyage à pied depuis Bristol jusqu’en Inde en passant par la France, espérant vivre de la charité publique en échange de leur message de paix et de fraternité. Hé bien, comme le raconte dans son blog l’un de ces trois Pieds nickelés du pèlerinage (de Quatremer renvoie à ce blog à partir d’une dépêche de l’agence AFP), faute d’avoir pu correctement communiquer avec les autochtones qui, à leur plus grande surprise, ne parlaient pas leur langue, nos bonnes âmes, après quelques jours de diète et de nuits blanches sont… rentrées en Angleterre ! Il faut vraiment lire ce récit de pèlerinage (les modèles narratifs nous ramenant très loin dans le passé, presque aux Évangiles) d’une incroyable ingénuité, et surtout la vague de réactions des internautes, compatissants ou sarcastiques, faisant entre autres choses remarquer à nos aventuriers de l’âme que leurs déconvenues linguistiques n’auraient sans doute pas cessé au-delà des frontières françaises… Tout cela en dit évidemment long sur la naïveté hégémonique de certains anglophones, mais aussi sur une réalité linguistique complètement évacuée par le main stream, pardon par le grand courant des chevaliers de l’apocalypse francophone.
Derrière le prêche pour le multilinguisme, l’obsession francophone
Que, en bien des lieux, l’usage grandissant de l’anglais menace la survie des langues autochtones, loin de moi de le nier, mais le français en France est la langue la moins menacée du monde. Par contre elle est la plus menaçante qui soit à l’égard de toutes les autres et en particulier de celles qui sont historiquement chez elles sur tout ou partie du territoire français. Il n’empêche que l’anglais est devenu nécessaire comme langue de communication internationale ; cela est un fait. Ce n’est pas en refusant d’apprendre l’anglais, en effet, que nous défendrons le mieux nos langues (je refuse bien sûr d’utiliser le singulier), mais c’est en associant nos efforts pour conserver à ces langues, non seulement une place majeure dans les échanges et les cultures nationales, mais comme langues de cultures internationales, par exemple en continuant de publier des ouvrages destinés à un public international, de proposer des films, etc. dans ces langues là. Les institutions européennes devraient favoriser une telle promotion collective, concrète du multilinguisme ; or cela, je le constate au moins ici, à l’Institut Universitaire Européen, n’est absolument pas le cas. Pourtant, s’agissant d’une institution universitaire, il me semble qu’en dépend la survie comme langues de culture scientifique au sens large, de tous les idiomes dans lesquelles les jeunes chercheurs ont encore le « droit » de rédiger leur thèse (mais de plus en plus choisissent l’anglais pour se donner de meilleures chances de trouver un emploi).
L’inertie, l’abattement, la résignation dans ce domaine essentiel sont surprenants, et les francophones ne se montrent en fait guère plus résistants que les autres. Quand ils font entendre leur voix, ce n’est presque jamais pour autre chose que pour réclamer les prérogatives qu’ils ont de toute façon perdues; leur unique obsession étant celle du rayonnement faiblissant de leur langue dans le monde, ils manifestent une indifférence à peu près totale envers le sort des autres langues avec lesquelles ils n’imagineraient jamais entretenir sérieusement un rapport de parité.
Un bon exemple est fourni par l’intervention de Jean-Maurice Ripert, représentant permanent de la France auprès de l’ONU, ce 18 mars, au Forum organisé par l’ONU à New-York : « La paix par les langues ». L’orateur insiste de manière tout à fait générale sur « le rôle de la France dans la promotion du multilinguisme », mais en fait de multilinguisme, il s’agit, dans son discours lénifiant, exclusivement de promotion de la langue française. L’ambassadeur préconise, par exemple, « l’envoi de contingents militaires francophones dans les opérations de maintien de la paix en terrains francophones et assurer la formation en français des personnes de police non francophones de ces zones » (où je vois poindre un projet de refrancisation de nos anciennes colonies par l’armée et la police ; de quoi faire aimer la langue, en effet…), ou bien en facilitant « une plus grande participation des ONG du monde francophone aux activités des Nations Unies ». Indice révélateur, aucune autre langue n’est citée, en dehors évidemment de l’anglais. Il donne enfin une information importante : « J’ajouterai qu’ici même, à New York, instruction m’a été donnée d’assurer en français, pour 6 mois, à compter du 1er juillet 2008, la présidence locale de l’Union européenne ». Il avoue que cette décision ne fait certes pas l’unanimité : « La stupeur a fait place, chez beaucoup de collègues, à la consternation ». On veut bien le croire ! Et d’ajouter : « Il me reste à espérer que cette inquiétude marquera le début d’une réflexion future au sein même d’une union multilingue et diverse par essence. » Cela veut-il dire que la France est prête à accepter d’être représentée, comme membre de l’UE, par un ambassadeur polonais, finnois ou portugais dans sa propre langue ? Si oui, j’applaudis des deux mains, mais quelque chose me dit que nous n’en sommes pas encore là…
L’ambassadeur a en outre déclaré que l’engagement de la France en faveur du multilinguisme était prouvé par son engagement dans l’adoption de la résolution faisant de 2008, l’ « année internationale des langues » et il annonce des « états généraux du multilinguisme » qui se tiendront à Paris le 26 septembre prochain. Une attitude si vertueuse semblerait impliquer que la France donnât l’exemple en matière du respect et de la promotion du multilinguisme. Or on sait comment la France se compote à l’égard des autres langues parlées sur son propres territoire, refusant la moindre avancée en matière d’enseignement et de reconnaissance fût-ce minimale, des langues régionales comme de celles issues de l'immigration. Ces pesantes contradictions n’ont pas échappé aux observateurs, par exemple J. B. Moffatt, directeur de l’information de la Ligue Celtique (Celtic League), qui rappelait le 7 mars dernier – je traduis de l’anglais –, « que la League a écrit au précédent ambassadeur français aux Nations Unies, Jean-Marc de La Sablière, à plusieurs occasions, pour lui demander de clarifier les motifs français en proposant initialement de faire de 2008 l’année internationale des langues. Dans le passé, la France s’est montrée farouchement opposée à la promotion et reconnaissance des autres langues de l’État, parmi lesquelles le breton. La Ligue écrivit à de La Sablière pour demander si la motion des Nations Unies signalait un dégel de la politique française sur cette question. La Ligue écrira aussi au nouveau ambassadeur français, Jean-Maurice Ripert, qui a pris la place de La Sablière… » Nous attendons avec impatience sa réponse, s’il en vient jamais une.
En réalité de telles initiatives en faveur du multilinguisme visent clairement, derrière l’invocation abstraite et lointaine de la diversité culturelle, à assurer une fois de plus, la promotion exclusive de l’ « exception » francophone. L’invocation du multilinguisme n’est hélas que la dernière cartouche tirée en faveur de la reconquête de la francophonie. Si l’on est véritablement partisan de la pluralité, on ne peut que souhaiter que les partenaires de la France, au niveau européen et aux nations unies, prennent les responsables français à la lettre et leur demande de respecter dans leurs relations avec les autres nations, ex colonies et autres, et d'abord sur leur propre territoire les principes de multilinguisme qu’ils bafouent en fait de la manière la plus éhontée.
La francophonie, on le sait, n’est plus l’objet d’un consensus, y compris en France (voir par exemple le manifeste Pour une littérature-monde, et la critique qui en est faite sur ce blog). On en trouve d’ailleurs une de bien cinglante jusque dans le Figaro, ce qui est plutôt réjouissant, sous la plume d’Oliver Poivre d’Arvor, que je gardais pour la bonne bouche : la francophonie, écrit-il, « est bien souvent le décor en carton-pâte d’un film institutionnel tourné, vieux caciques à l’appui, dans un studio hexagonal à l’usage de nos anciennes colonies ». Voilà qui est bien envoyé, mais le directeur de Culturesfrance ne s’autorise une telle critique qu’au nom d’objectifs infiniment plus ambitieux, qui trahissent, encore et toujours, la même obsession nombrilo-impérialiste. Le titre de l’article, à lui seul, en dit long : La France peut-elle encore parler au monde ? Dans une prose ronflante, Poivre d’Arvor, évoquant « l’admirable histoire » de la langue française, sa « qualité intrinsèque » (tarte à la crème chauviniste) et invoquant la promotion de la langue dans le monde comme « une sacrée cause nationale », propose à la « puissance publique » un véritable projet de conquête. Foin des vieilles colonies francophones, il faut parier désormais sur des pays cibles : les Etats-Unis, le Royaume-Uni, le Brésil, l’Afrique du Sud, le Nigéria, la Russie, la Turquie, la Chine et l’Inde... Rien de moins ! Dans ces pays, il faut viser les élites, car « Il ne faut pas avoir peur, comme trop souvent en France, du mot «élite». Le français se défendra bien s’il est fortement défendu dans le monde entier par des réseaux d’élite. » Foin de la populace coloniale mal francisée, vive les élites cultivées ! La stratégie est la suivante : franciser les élites des grands pays du monde pour amorcer une expansion globale : « Quand les élites de ces pays parleront de nouveau français, le reste du monde s’y mettra, par pragmatisme, effet de mode, mimétisme ». La vieille idée du français langue universelle n’est donc pas morte... Et l’on notera qu’il n’est fait dans cet article, comme dans l’ensemble de cette page du Figaro, pas une seule allusion à l’année du multilinguisme, commencée depuis déjà trois mois, et qui ne suscite apparemment, au moins en France, guère d’engouement, peu de curiosité, aucun engagement réel, et surtout aucune autocritique.
Jean-Pierre Cavaillé
[1] Je fais la distinction usuelle entre multilinguisme, qui est la présence de plusieurs langue dans une même société, dont les locuteurs peuvent du reste être monolingues, et le plurilinguisme, qui est la maîtrise par un même individu de plusieurs langues.
10 mars 2008
Parle comme il faut !
Lu un bref, mais très intéressant article de David Grosclaude publié en occitan dans la Setmana n° 650 (14.02.08/ 20.02.08), sous le titre : Parla coma cal ! Je me permets d’en donner une traduction française, car il me semble contribuer à la discussion que j’essaie ici d’animer sur la question des accents (voir les messages intitulés Accent local et Suivez l’accent francophone. Un projet d’André Minvielle).
Parle comme il faut !
C’était un soir comme les autres sur France 2 à l’heure du journal de 20 h. Les informations défilent, puis vient un sujet sur l’Afrique. Entretiens et commentaires et, à moment donné, l’entretien d’un africain qui parle français, comme beaucoup d’africains des anciennes colonies françaises. L’homme parle la langue avec un accent mais on le comprend sans difficulté ; au moins si l’on est disposé à accepter la différence, l’accentuation différente. Mais la télévision française a décidé de sous-titrer l’entretien. Qui a décidé de faire cela ? Qui a décidé que l’homme n’était pas suffisamment compréhensible ?

Un détail, dirons certains, mais en réalité cela devient de plus en plus courant. Il s’est passé la même chose pour des antillais qui parlaient français, non créole. Et même pour des personnes qui vivent dans l’hexagone et ont un accent.
Cela pose la question de la norme. Il y aurait des gens qui ne seraient pas dans la norme et qui auraient besoin d’aide pour leur permettre de communiquer leur message. Il y a aussi des gens à la télévision qui pensent que les téléspectateurs ne sont pas capables de supporter la différence. Et c’est la même télévision qui donne des leçons à propos des minorités visibles. En clair, on peut avoir une couleur de peau différente mais à condition de parler comme un habitant du XVIe arrondissement de Paris !
Je me demande si les responsables de la télévision publique se rendent compte de la responsabilité qu’ils ont d’accoutumer les téléspectateurs à ne plus supporter la différence. A la moindre différence de comportement, en l’occurrence de langage, on donne une version normée. On fait remarquer que l’interlocuteur n’est pas dans la norme. Imaginez un peu que l’on fasse la même chose pour la couleur de la peau ! A la fin, pour montrer une image « conforme », on pourrait décider de blanchir le visage des gens qui parlent et il n’y aura plus de problème.
En définitive, c’est ce qui se passe. Dans la personnalité, la façon de parler est aussi importante que l’apparence. Allons plus loin. Que feraient les mêmes interviewers qui sous-titrent à la télévision s’ils faisaient de la radio ? Feraient-ils une traduction sonore ou laisseraient-ils parler la personne avec son accent, et éventuellement ses « fautes » de syntaxe ?
On savait que la télévision française ne supportait pas les occitans quand ils parlent français avec un accent. Ça ne fait pas sérieux. Il en va désormais ainsi dans l’inconscient collectif, et le syndrome de Fernandel fonctionne bien. Maintenant le principe est appliqué à tous.
C’est un signe d’enfermement de la part d’une langue, ou plutôt d’enfermement de ceux qui la portent car le français n’est pas plus enfermé qu’une autre langue. C’est un signe qui montre que le discours sur la diversité en France est d’une grande hypocrisie. La différence n’est pas supportée, même si on en chante les vertus quand on parle, par exemple, pour les élections, des « candidats de la diversité ». Il faut comprendre qu’il s’agit de candidats d’origine africaine, magrébine ou autre. Mais vous avez remarqué qu’alors la diversité se dit au singulier, ce qui signifie que la diversité est cachée sous une forme de norme pour le moins paradoxale. C’est aussi ridicule que si l’on disait qu’à partir d’aujourd’hui le pluriel se conjuguera au singulier. Une sorte de négation de la troisième personne du pluriel. C’est une négation de la personne. Vous êtes différents mais vous êtes surtout priés de ne pas le faire remarquer. Et si vous êtes bilingues, on vous prie de ne pas parler l’autre langue car elle pourrait déranger ceux qui ne parlent qu’une langue. Vous avez la peau noire, jaune, verte ou rouge ? Merci de dire que vous faites partie de « la diversité ». Il faut simplifier les concepts, renier les adjectifs. Et de toute façon, votre différence n’est qu’un moment passager, quelque chose qui ne durera pas. Celui qui est encore dans « la diversité » devra finalement prendre le chemin de la normalisation.
David Grosclaude
07 mars 2008
Comédies et comiques toscans
Le théâtre populaire amateur en langue toscane (le cosidetto « vernacolo ») est d’une grande vitalité, même s’il n’y a à peu près aucune chance pour qu’un touriste, fût-il parfaitement italophone, se rende compte de son existence. A Florence, il a trouvé refuge loin du Dôme, dans de modestes salles de quartiers périphériques. Elles appartiennent à quelques unes des innombrables case del popolo qui continuent à assumer un rôle culturel et social absolument central dans la vie des habitants. Tout plus, en cherchant bien, aperçoit-on ici ou là quelques affiches rudimentaires, et c’est à peine si les spectacles sont signalés dans les journaux locaux. Deux de ces salles en particulier, la S.R.M.S. Nave a Rovezzano, Via Villamagna, et le Teatro Nuovo de Via Fanfani, où se produisent respectivement le groupe La Nave et la compagnie Il Grillo (Le Grillon), connaissent pourtant un grand succès. En effet, elles donnent chacune une comédie annuelle, pendant les quatre mois d’hiver, au rythme de deux spectacles la semaine (le samedi soir et le dimanche après-midi, soit quelque chose tout de même comme trente deux représentations, le double pour l’ensemble de l’année au Teatro Nuovo). Or, jusqu’à la dernière de la saison, les salles sont archi-combles.
J’ai assisté récemment aux spectacles donnés dans ces deux théâtres et je n’ai certes pas regretté le déplacement. Ce petit compte-rendu est celui d’un naïf, c’est-à-dire d’un curieux découvrant un monde qui lui est inconnu, dépourvu du minimum de culture appropriée qui lui permettrait de juger un tant soit peu en connaissance de cause.
La S.R.M.S. de Nave est une petite salle, passé le bar du circolo Arci. Le dimanche matin j’avais trouvé le prospectus dans la salle qui servait de vestiaire à la course pédestre organisée là[1], et dans l’odeur des pommades camphrées et les effluves des plats de pâtes généreusement distribués à l’arrivée des coureurs dans la cour adjacente, au milieux des sacs de sport et des gobelets usagés, je me demandais où, dans un bâtiment aussi étroit, pouvait bien se trouver la salle de spectacle. L’après-midi, je m’aperçus qu’elle n’était autre que le vestiaire improvisé du matin, comme par magie transformé après la course… ou plutôt restitué à sa fonction première, car dans le désordre du matin, je n’avais pas vu la scène, le rideau, ni le cadre de scène datant du premier aménagement de la salle apparemment dans les années Trente[2]. La petite salle se remplit en un clin d’œil d’un public endimanché d’âge respectable.
La pièce s’intitule : Fra le fresche frasche (on peut traduire approximativement Sous les fraîches frondaisons…), une locution italienne qui sonne bien, évocatrice de parties de campagnes et de plaisirs champêtres… Comédie délicieuse, en vérité, pleine de ces tournures proverbiales, saillies équivoques et mordantes (du genre : « la tu mamma, l’havrà presa a sassate la cicogna ! » : « ta mère as dû tirer des cailloux sur la cigogne… »), réparties et interjections qui donnent au toscan sa touche propre. Le tout servi par des acteurs irréprochables, certains mêmes excellents (en particulier Valerio Ranfagni, le metteur en scène), en parfaite syntonie avec le public. Le contraste et la confrontation entre « vernacolo » et « lingua », toscan et italien, sont eux-mêmes mis en scène, avec des effets comiques, mais surtout ils sont donnés comme une chose évidente, tellement cette rencontre est normale dans la vie courante. Aussi, le bourgeois ou le jeune qui rentre en scène en parlant italien, ou simplement un italien toscanisé, se fondent-ils parfaitement dans le décor.
Même plaisir, même complicité dans la plus grande salle du Teatro Nuovo, fréquentée, ce samedi soir, par un public cette fois de tous les âges, venu se divertir en famille. Là aussi des acteurs parfaits dans leurs rôles, une pièce hilarante et pétillante : Contesto perché voglio con…te…stare (Je conteste parce que je veux [littéralement] avec toi rester : con te stare), une intrigue aussi tirée par les cheveux que le titre, ayant pour cadre une sorte d’agence matrimoniale où se croisent des personnages loufoques et caricaturaux : une mégère, son mari dominé (Sergio Forconi, remarquable), un employé de maison bègue, un faux prêtre, etc.

Sergio Forconi
La pièce du théâtre de Nave, Fra le fresche frasche, présente du reste à peu près les mêmes types et les mêmes formes de jeu et elle aussi consiste fait se succéder des péripéties abracadabrantes dans une agence (l’agence est le lieu idéal de ce genre de comédie, qui permet de faire se rencontrer des personnages inconnus les uns aux autres en chemin vers la reconnaissance finale). Mais cette fois il s'agit d'une agence de détectives privés (l’agence Centocchi = Centyeux), dont le travail principal consiste à traquer les couples illégitimes et rechercher des disparus volontaires… Une intrigue d’une complication absolue, où tout finit par se dénouer, grâce aux confessions qu'une dame fait de ses égarements successifs… sous les fresche frasche. L’histoire se déroule, précise la petite feuille de programme, à l’« époque actuelle ». Disons tout de même que les types sociaux (celui d’abord de la fille mère, mais aussi du mari jaloux) et leurs relations n’ont plus grand chose d’actuel, plus rien même, mais c’est manifestement cette inactualité qui enchante le public, la transposition aritficielle de l'’univers des comédies de mœurs d'antan à des situations vaguement contemporaines.
Même chose dans l’autre pièce, tirée librement d’une comédie de l’acteur Raul Bulgherini : Reverendo la si spogli (Mon Père, déshabillez-vous). S’il y a bien quelques personnages « modernes », comme celui d’une jeune fille « contestataire » s'exprimant au début de la pièce dans un jargon revendicatif, la trame est celle de la comédie de toujours, c’est-à-dire d’autrefois : des parents (en l’occurrence une mère) s’opposant aux choix amoureux et matrimoniaux de leurs enfants. Cette situation a beau être désormais privée de toute vraisemblance, elle continue pourtant à fonctionner et à faire rire par son caractère topique. De toute façon elle n’a aucune importance en elle-même ; l’important étant le jeu des travestis, de la caricature et surtout de la bonne répartie.
Le programme de Fra le fresche frasche donne sur la pièce une information intéressante : elle est en fait l’adaptation en toscan d’une comédie napolitaine : Per mezz’ora di sfizio (Pour une demi-heure d’amusement), écrit en 1985 par un auteur au nom pourtant fort peu napolitain : Samy Fayad. Et en effet, Fayad était un libanais né à Paris, ayant passé une partie de son enfance au Venezuela, puis installé à Naples, où il composa pour le théâtre et la radio de nombreuses comédies à grand succès, abondamment représentées et traduites en diverses langues. Parmi ces langues - il suffit d’aller questionner sur ce point votre moteur de recherche préféré -, figurent en première place les « dialectes » d’Italie. Ces dernières années en effet, cette pièce, comme d’autres du même auteur (Il Papocchio, Cose turche, Come si rapina una banca, Il settimo si riposò), n'a cessé d’être adaptée en de nombreux idiomes de la péninsule : Vénétie, Lombardie, Ferrare, Molise, Sicile… Le phénomène est vraiment étonnant et mériterait en lui-même d’être étudié, et le fait même qu’un immigré d’origine libanaise ait ainsi trouvé une forme de comédie qui plaise à ce point aux compagnies d'amateurs dédiées au théâtre dit d’expression « vernaculaire » est beau sujet de réflexion. Cette dialectique du global et du local, cet usage aussi d’une trame comique comme support pour le jeu de chaque langue particulière, sont formidablement intéressants.

Alessandro Paci dans Quei bravi racazzi
Ces comédies ont beau être très conventionnelles et surannées (appréciation toute subjective), elles sont d’excellents cadres où les langues élisent domicile et festoient. Dans tous les cas, un abîme sépare ces comédies, finement composées et interprétées, des prestations souvent affligeantes des comiques toscans à la mode. Par curiosité et aussi un peu par souci d’exhaustivité, j'ai en effet assisté au show de deux comiques fétiches de la scène florentine, Massimo Ceccherini et Alessandro Paci, dans la très grande salle, absolument bondée, du Saschall. Le spectacle s’intitulait : Quei bravi racazzi (quelque chose comme Ces gentils garcons, racazzi étant un mot valise à partir de ragazzi = garçons et de cazzi = bites, mais comme dit une très bonne chanson, « Gare aux cons, gare aux cons, qui ont perdu leurs cédille »). Ces gentils garçons donc, sont connus, entre autres choses, pour leur participation à un Pinocchio culte qui avait rassemblé en 1998 une bonne partie du groupe des comiques florentins, pami lesquels l’excellent Carlo Monni. Dans ce Pinocchio, dont on se prête la cassette ou le dvd dans tous les milieux florentins, des moments d’irrésistible trivialité et d’improvisation parfaitement réussis voisinaient avec de long temps morts, d'un mortel ennui, du moins à l'écran… Le spectacle de Ceccherini et Pace, absolument nul, est composé exclusivement de ces temps morts où il ne se passe et ne se dit rien, en dehors de la profération de quelques « cazzo » (bite), « trombare » (« baiser) et « troia » (« salope »), c’est-à-dire les quelques mots bannies par la « vieille » comédie, soucieuse de correction. Mais là, pour le coup, il ne reste que les obscénités et il manque tout le reste, à commencer par une quelconque trame. Celle-ci se résume au projet de Ceccherini de monter un spectacle avec son vieux comparse Paci, « sul sesso » (« sur le sexe »). Celui-ci refuse, par souci d’honorabilité (il a une famille, des enfants, etc.), puis finit par accepter car il a les travaux de sa maison à payer ; chaque fois que Ceccherini exige de lui de s’enfoncer un peu plus dans l’infamie (se mettre à poil, se couvrir de latex, etc) et qu’il veut dire non, sa femme apparaît sur un écran géant pour lui rappeler que tel ou tel artisan réclame son argent... Mais en dehors de cette énorme ficelle, de quelques petits sketchs et de rares effets de mime, rien ; aucun souffle, aucun contenu, aucun travail de langage, aucune mise en scène, aucun décor, aucune préparation. Les deux acteurs essaient désespérément de se montrer intéressants en prononçant le plus souvent possible les trois vocables déjà cités, assortis de quelques bribes de « vernaculaires » d’une pauvreté abyssale, le tout sous des déguisements débiles (sado-maso, en forme de bite, etc.). Tout cela ne serait rien – c’est le cas de le dire – si le public (dont le nombres équivalait au moins à celui des trente-deux représentations du théâtre de Nave, d’ailleurs tout voisin, et qui remplissait sans doute ce même samedi soir vaillamment ses cent petites chaises), surtout des jeunes et des adolescents, au lieu de siffler, comme il aurait été sain et naturel, semblait en extase… Et déjà, de toute façon, à la seule vue des deux compères, qui n’ont d’ailleurs pas même hésité à se vanter d’avoir fait payer 24 euros aux spectateurs sans avoir quoi que ce soit d’intéressant à leur dire et à leur montrer. Phénomène étrange et inquiétant, là où vraiment l’imposture et le vol sont manifestes, que de voir sortir tous ces gens manifestement presque aussi satisfaits de leur soirée que s’ils venaient d'assister à la victoire de leur équipe préférée (la Viola évidemment). Je me suis vraiment demandé quelle « éducation » avait bien pu rendre leur cerveau disponible à se régaler de ce niveau zéro du comique et du théâtre. Je ne crois pas me tromper en imputant cette préparation mentale aux programmes télévisuels de divertissement (qui atteignent souvent ici un pic de nullité indépassable) et aux jeux de téléréalité (Ceccherini a d’ailleurs participé récemment à l’Isola dei famosi) y sont pour beaucoup. Le seul point positif du spectacle fut la brève apparition, après la fin du show, de Carlo Monni, récitant, sans mentionner ni titre ni auteur, trois des Dubbi amorosi de l’Arétin, divine confiture pour les cochons.
On peut nourrir bien des perplexités pour la comédie vernaculaire "à la papa", si je puis dire, mais elle témoigne sans discussion possible d’un degré infiniment supérieur d’élévation sur tous les plans, esthétique, linguistique, humoristique, etc. La mésaventure enfin de cette visite aux comiques toscans montre, pour ceux qui en douteraient, que les langues secondes et minoritaires ne sont en rien à l’abri de l’afflux massif de la connerie télévisuelle première et majoritaire.
JP C
[1] Ces courses fournissent de très bonnes occasions pour entendre parler le toscan. Elles font je crois véritablement partie du paysage des périphéries florentines. C’est pourquoi, tout naturellement, on en voit passer et repasser une au début de Berlinguer ti voglio bene, film, on ne le dira jamais assez, d’une authenticité ethnologique à toute épreuve.
[2] Je lis sur le site de Pan nostrale que, dès cette date, le théâtre de Nave eut la vocation de représenter des pièces en vernacolo.

